Giovanni Scarafile

In lode dell’insignificanza: testa dura e cartoline

In Letteratura on 17 February 2014 at 1:33 PM

laura imai

Ai concetti, spesso, ci si arriva per paradossi. Toccando il contrario di qualcosa si giunge, quasi per miracolo, a toccare il cuore di un problema, l’anima di un concetto. Così, percorrendo vie tortuose, l’insignificanza si rivela ai nostri occhi come piena significanza. Ma come?

È immagine comune pensare che cercare un perché di ogni avvenimento che ci accade sia l’essenza dell’esistenza. Eppure, aspettarsi di trovarla in ogni sua parte, trovare un senso preciso ad ogni cosa, ne è la negazione. La ricerca del senso e l’accettazione insieme di tutto quel grumo di insignificanza che la avvolge è forse l’unica modalità di piena esistenza, che non umili il quotidiano e quel mare magnum su cui galleggiano le poche navi che hanno preso infine il largo e sanno esattamente dove sono dirette.

Tra le tante favole che il ragionier Bianchi, di Varese, rappresentante di commercio che per lavoro è fuori casa sei giorni su sette, racconta per telefono ogni sera alla sua bimba (dato che se non le viene narrata una storia lei non riesce a dormire), vi è quella che ha per protagonista un ragazzino di nome Martino e di soprannome “Testadura”.

In “Una strada che non va da nessuna parte”, uno dei tanti, brevissimi racconti che Rodari ha inserito nella raccolta Favole al telefono, così viene chiamata la strada che parte dal paese e che nessuno mai percorre proprio perché è inutile intraprendere qualcosa che non ha senso, che non ha una precisa meta. Del resto questa strada non va proprio in nessun luogo. Tutti lo ripetono da sempre, e se Martino chiede il perché e il per come della via misteriosa, loro gli ripetono che quella strada non l’ha fatta nessuno, che c’è sempre stata e che non c’è davvero niente da vedere

Un giorno però Martino, che non per caso viene soprannominato “Testadura”, decide di verificare con i propri occhi e inizia a camminare. Supera una siepe, poi dei boschi, incontra un cane e pensa che dove c’è un cane c’è una casa o perlomeno un uomo, arriva ad un cancello, poi ad un castello dove si affaccia una bellissima signora e questa lo accoglie con allegria e generosità. Torna al suo paese arricchito, con un carico di meraviglie a bordo di un carretto guidato dal cane, che è ammaestrato e tiene le briglie. Quale la sorpresa dei concittadini, che subito tentano – inutilmente – lo stesso percorso. Anche loro, adesso, sanno che la strada che non porta da nessuna parte porta invece ad un castello pieno di ricchezze e di tesori, con una donna che dal balcone li inviterà: ad entrare. Eppure, chi tenta dopo Martino il medesimo percorso, non arriva dove è giunto lui, ma si ferma bensì a un muro fitto di rovi, rimane impigliato nel fitto impenetrabile dei rami. Niente più castello né ricchezze. Niente bella donna né cane portentoso.

La morale della favola che suggerisce Rodari è che alcune strade portino doni solo a quelli che le intraprendono per primi. Insieme al tema del coraggio, dell’essere pionieri del proprio quotidiano, però, questa favola bella contiene forse una ulteriore traccia di senso. È l’affrontare percorsi non segnati, sentieri non ancora battuti, strade persino tacciate di “insignificanza”. Perché se una strada non porta da nessuna parte – concetto che di per sé nega la presenza di un obiettivo, di uno scopo, di una meta – non vale la pena, almeno sulla carta, tentare di inforcarla.

Lo ha ribadito durante tutta la sua produzione letteraria Georges Perec, i cui libri vennero tacciati di “sociologia” in quanto egli, proponendosi di definire il presente, il quotidiano, ovvero la vita – non quella delle volte eccezionali che si contano sulle dita di una mano ma di quelle normali che neppure tutti i capelli che spuntano e poi cadono nell’arco di un’esistenza possono raccontare – raccoglieva ad esempio cartoline, banalità dei messaggi di saluto da una località balneare o da una stazione sciistica, i cari e cara, i baci e gli abbracci, le considerazioni sul tempo atmosferico, i ci vediamo presto e i tuo/tua. Erano le “Duecentoquarantatré cartoline illustrate a colori autentici” inserite in un volumetto intitolato L’infra-ordinaire (L’infraordinario) e pubblicato a Parigi nel 1989 dalle Éditions du Seuil.

In un altro libro annotava poi la lista dei ricordi che coinvolgevano il suo più “becero normale”, il passato personale di chi scrive e insieme di tutta la generazione che gli marciava intorno, ricordi presi così come sono, senza l’ansia di interpretarli per poi metterli con la cartella sulle spalle, il cestino del pranzo tra le mani e le scarpine lucidate sulla strada maestra del significato. Restano ricordi spezzettati come “435. Mi ricordo quando andavo a prendere il latte con un bidone di latta tutto ammaccato”, “62. Mi ricordo gli scubidu” o “355. Mi ricordo solo qualcuno dei sette nani: Brontolo, Mammolo, Dotto”. A cosa serve questo mucchio di ricordi slegati, questa montagna di stracci nozionistici e sentimentali? A nulla, in effetti, se non al piacere stesso di ricordarli, alla gioia di aver vissuto i momenti su cui si sono ricamate le cose, i sapori e gli odori precisi di quell’istante.

Un altro volumetto ancora, “Tentativo d’inventario degli alimenti liquidi e solidi che ho ingurgitato durante l’anno millenovecentosettantaquattro”, già dal titolo spiegava il proprio obiettivo, la vertigine della lista che non scalza alcun alimento, ma li comprende tutti. Solidi e liquidi, costosi e di basso prezzo mangiati, bevuti, masticati e leccati nell’arco di un anno intero. Ogni accadimento, il più banale, merita una registrazione. Panini al burro, carne, vino, stuzzichini compresi. La vita, del resto, è anche qui. Un giorno, sempre Perec, si siede ad un caffè e sulle panchine di place Saint-Sulpice, nel 6° arrondissement di Parigi, decide di guardare cosa accade nel lasso temporale di alcune ore. Stabilisce di farlo per i successivi due giorni, tre in tutto. Guarda, beve, fuma le sue infinite voluttuose sigarette, forse si ravvia i capelli e intanto stringe la penna e la fa scattare sulla carta. Fotografa, annota – con la velocità vuota della lista – chi passa, come è abbigliata una donna, lo zampettare dei piccioni, i semafori che diventano rossi, il berretto che porta una bambina, un uomo che porta una cornice, le macchine, la luce e come essa cade sulla strada.

Non c’è poesia, non almeno nel senso che attribuisce a questa parola una elaborazione abbellita ed enfatizzata del quotidiano, ma vi è piuttosto l’insignificanza piena di una giornata vissuta con coscienza, senza liberarla dalla buccia come si farebbe con una mela, ma mangiando il frutto tutto, torsolo compreso, persino semi a ballare tra denti e lingua. E se ci scappa, che scenda nello stomaco o anche la tana di un vermino ignaro.

“Il mio proposito – scriveva Perec ad introduzione di questo esilissimo libricino intitolato significativamente Tentativo di esaurimento di un luogo parigino – è stato piuttosto di descrivere il resto: quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto e delle nuvole”

Eccolo allora l’esercizio del vivere, la ginnastica del quotidiano. Affacciamoci ad una finestra per un’ora, magari la stessa, tutti i giorni ed osserviamo quel che accade. Oppure prendiamo il solito autobus. E guardiamo la vita nel suo scorrere potente, senza sosta. Non ci darebbe forse quell’osservazione una visione più intensa del nostro oggi? Di quel giorno che come tanti rischiava di passare sciapo e trascurato, oltre la cornice della finestra?

E poi ci sono le cose. Le cose ci raccontano il giorno, quello che passa senza che noi gli attribuiamo alcuna importanza. Le cose che contengono il quotidiano, le colazioni, i pranzi, le cene, che pedinano i nostri movimenti tra le ore e rosicchiano il tempo che contiene ogni mattino, pomeriggio e sera. Cose da comprare, vendere, usare, pulire, limare, rompere, riparare. Eppure, nonostante l’importanza incredibile che sembrano rivestire in termini di tempo, la ricerca della significanza sembra quasi uno slalom tra gli oggetti, una fuga dalle cose. Cose con un volume, colore, odore, con un universo sensoriale che solo “ci serve” e che diventa trasparente non appena ha finito di servirci.

Perec, invece, dalle cose non fugge. E neppure dalle nostre azioni più umili e ripetitive. Egli propone di domandarsi il come, dove, quando e perché di ogni cosa che facciamo e che ci accade, di approcciare con consapevolezza l’ammasso di oggetti che sono parte del nostro quotidiano. Per allenare questa consapevolezza e svegliarsi dal torpore suggerisce, ad esempio, di chiedersi da dove siano arrivate tutte le cose contenute nella propria borsa, la loro provenienza, ideazione, realizzazione. Ci passano tra le mani, sotto i piedi, intorno a questo corpo spesso spento, migliaia di strumenti. Tutti muti, invisibili, presenti solo mentre li usiamo, inetti a raccontarsi.

Non c’è spazio, nel quotidiano, per la quotidianità. Né nella vita come la sogniamo – piena, svelta, sempre attenta – per la vita stessa, quella normale, fatta di vuoti, lentezze ed incertezze. Ciò che esula dal quotidiano sembra essere la Vita, quello che la supera e, in termini di importanza, la distanzia. “Quel che ci parla, mi pare, è sempre l’avvenimento, l’insolito, lo straordinario […] I treni cominciano a esistere solo quando deragliano, e più morti ci sono fra i viaggiatori, più i treni esistono” scriveva Perec spiegando il concetto di “extra-ordinario”, ovvero ciò che accade solo talvolta ed illumina intere zone d’ombra. Anche la letteratura di per sé è un immenso bacino di insignificanza e lo è tanto più quando si distacca dalla storia, si immerge nel quotidiano, quando narra la banalità di giorni sempre uguali di persone sconosciute, mai esistite. Sono infinite variazioni sul tema, che rispecchiano perfettamente il serbatoio di insignificanza di cui è fatta la nostra vita. Ma in una società che mira sempre ad uno scopo, che stimola al riuscire, al multi-tasking per venire a capo di un giorno, che lancia frecce tese a uno e insieme a mille obiettivi, come si può far pace con l’insignificanza?

Nell’ambiente lavorativo, nell’inseguimento d’una carriera e d’una vita piena di fatti di rilievo (e per fatti di rilievo intendiamo quegli eventi riconosciuti tali dall’ambiente circostante) la ricerca del senso a tutti i costi non significa forse anche lasciarsi dietro debiti difficilmente ripagabili, debiti contratti in una condizione psicologica che avrebbe bisogno di una struttura e non invece di una gabbia? Forse l’unico modo per accettarla, per amarla persino, è indagarla, scriverla, fotografarla, cantarla o parlarla. Darle, appunto, un senso. Guai ad ignorarla! Perché così facendo l’insignificanza prende una brutta cera, si fa scura in viso e ci mette di fronte a questioni spinose come: “Oggi cosa hai fatto? Non hai forse solo perso tempo? Hai costruito qualcosa questo mese? È servita a qualcosa la domenica appena trascorsa sul divano a guardare la tv, a mangiare pollo arrosto con le patate e a sfogliare una vecchia rivista di gossip? Non avresti potuto invece leggere un saggio, studiare francese, lavare le tende?”.

A dare un nome alle cose a volte ce la si fa, invece, anche a perdonarle, per quanta impressione ci facciano all’inizio. Così può accadere anche con l’insignificanza, con l’essere solo per essere, con il guardare senza vedere, con il ricordare oggetti e sensazioni di infanzia, con l’imboccare una strada che non va da nessuna parte per il solo gusto di farlo, perché la propria testa è dura e non ci si arrende al Senso Unico. Ecco allora che il segreto dell’insignificanza è valutarla come potenzialmente piena di significanza, E visto che l’uomo senza dare un senso alle cose si sente sbagliato, confuso, a volte persino fallito, tanto meglio vedere di cosa è fatta l’insignificanza, dare un volto al mostro e smettere così di averne paura. Su tutti Nietzsche che, in un frammento intitolato “Vita ed esperienze” da Umano troppo umano, notava come: “Se si osserva come taluni sanno servirsi delle loro esperienze vissute – delle loro insignificanti, quotidiane esperienze vissute – tanto che queste diventano un campo che fruttifica tre volte l’anno; mentre altri – e quanti! – pur travolti dai marosi delle vicende più eccitanti, delle più molteplici correnti di tempo e di popolo, rimangono sempre leggeri, sempre a galla, come sughero: alla fine si è tentati di suddividere l’umanità in una minoranza («minimanza») di persone capaci di trar molto dal poco, e in una maggioranza di coloro che col molto sanno fare poco; anzi ci si imbatte in quegli stregoni alla rovescia i quali, invece di creare il mondo dal nulla, del mondo fanno un nulla.”

In lode allora dell’insignificanza che tanto, se proprio lo vogliamo trovare, un senso anche elevatissimo, lo ha sempre. Basta, appunto, andarselo a cercare.

Riferimenti bibliografici

Perec, G. 1994. L’infra-ordinario. Torino: Bollati Boringhieri.

Perec, G. 2011. Tentativo di esaurimento di un luogo parigino. Roma: Voland.

Perec, G. 2013. Mi ricordo. Torino: Bollati Boringhieri.

Rodari, G. 1997. Favole al telefono. Torino: Einaudi.

Laura Imai Messina 

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Laura Imai Messina é nata a Roma nel 1981 e si é laureata in Lettere all’Università la Sapienza. Si é trasferita a Tokyo a ventitré anni per perfezionare la lingua. Ha ottenuto un dottorato di primo livello in Culture Comparate presso l’International Christian University con una tesi sulla scrittrice giapponese Ogawa Yōko. Attualmente é docente a contratto di lingua italiana in alcune università della capitale e ricercatrice nell’ambito delle letterature comparate presso la Tokyo University of Foreign Studies. Si occupa da anni di letteratura giapponese contemporanea e collabora nell’ambito della didattica dell’italiano LS con l’Università per Stranieri di Siena. Nel marzo 2011 ha fondato, a scopo informativo, il blog “Giappone Mon Amour” e la relativa pagina facebook divenuti, nel tempo, punto di riferimento per gli appassionati del Sol Levante e finestra sulla vita quotidiana nella metropoli giapponese. Appassionata della cultura sia alta che “bassa” del Sol Levante, consuma il suo tempo libero a scrivere romanzi nei caffè di Tokyo e sui treni delle tante linee che attraversano la capitale. Vive nel piccolo quartiere di Kichijōji insieme a suo marito Ryōsuke e alla cagnolina Gigia. Laura Imai Messina è autrice di “Tokyo Orrizontale“, appena pubblicato da Piemme. Il volume sarà presentato a Lecce, il 24 Febbraio, ore 18, presso la Libreria Giunti.

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