Giovanni Scarafile

Sull’assenza di significato

In credere on 6 March 2014 at 5:07 PM

de santisNella produzione letteraria di Milan Kundera è presente come elemento fisso, la sua riflessione intorno al senso della vita, tramite il vissuto dei personaggi presenti nei suoi romanzi. Un possibile comune denominatore presente nelle sue opere, può consistere nella continua ricerca di un eventuale significato per cui valga la pena vivere la vita. Per realizzare tale intento, con occhio critico, l’autore analizza l’inquietudine e l’insoddisfazione della persona riguardo a quello che il mondo ha da offrirgli.

Kundera, nel suo ultimo romanzo è ritornato, a mio parere, nuovamente ad analizzare tale tematica, che rimane sempre attuale nonostante le varie rivoluzioni culturali che in quest’ultimo tempo abbiamo attraversato, sia dal punto di vista tecnologico, sia da quello politico che sociale. La festa dell’insignificanza, – detto in modo molto generale – ci racconta del non senso vissuto dai protagonisti riguardo alla loro esistenza. L’insignificanza viene ad identificarsi come un movimento interiore che conduce l’uomo a non trovare significato soddisfacente nelle realtà che lo circondano. L’uomo dunque si manifesta insoddisfatto non solo verso le vicende che possono essere definite banali ma, – ed è questo l’elemento sconvolgente – tale sentimento è avvertito in egual misura anche nei confronti di aspetti essenziali o centrali della vita, oggetto di fede e alto sacrificio per gran parte dell’umanità.

Il non senso trattato nel La festa dell’insignificanza non ha un valore nichilistico riguardo all’esistenza, ma anzi una funzione essenziale: l’uomo non trovando significato in alcuni aspetti dell’esistenza, sembra quasi spogliare la vita, mondarla da tutti quegli elementi di insignificanza, per poi arrivare a contemplare il frutto, il senso per cui e su cui poggiare e investire la propria esistenza: «L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in situazioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome».

Quanto sostenuto nell’analisi di Kundera non si presenta indifferente ad una possibile riflessione di fede. Al fondo della natura umana di ogni uomo è presente un’insopprimibile inquietudine che lo spinge alla ricerca di qualcosa che soddisfi questo suo anelito. L’uomo intuisce che la realizzazione dei suoi desideri più profondi, possono dare a lui l’opportunità di realizzarsi, di diventare realmente se stesso. In questo procedimento, da essere relazionale quale è, la persona umana è conscia di non poter trovare risposte a tali desideri in modo solitario, ma deve necessariamente basarsi su dei punti di riferimento che lo aiutino a raggiungere e compiere quanto desiderato. Lungo il corso della storia, e ancora oggi, nella nostra contemporaneità – sembra dire Kundera – l’uomo ha costruito il suo agire e la sua esistenza sulla sabbia delle ideologie, del potere, del denaro e del successo. In tutti questi aspetti ha creduto di trovare stabilità e risposta al suo profondo desiderio di felicità, recato nel profondo della sua anima. Nonostante vi siano dei segnali che sembrano dire il contrario, è ben visibile nell’attuale crisi di valori e principi, di come l’uomo si interroghi continuamente su che cosa sia il bene, e questo lo porta a confrontarsi con qualcosa che sia altro da sé, non frutto del pensiero umano, ma realtà che si è chiamati a riconoscere. Questo desiderio profondo manifesta una certa alternatività nei confronti di una cultura esclusivamente esperienziale o concreta, che reca sempre come il romanzo cerca di dirci, la delusione di un significato solo apparente. Credo che l’esperienza capace di saziare in modo primario il desiderio di significato dell’uomo possa consiste nell’amore: movimento dell’estasi, di uscita da sé, momento in cui l’uomo viene attraversato da un desiderio che lo supera. Se davvero voglio bene all’altro e ciò non si manifesta come un’illusione, questo mi porterà necessariamente a decentrarmi, a mettermi al suo servizio, fino alla rinuncia a me stesso. Si può essere d’accordo con Kundera, il quale trova il senso dell’esistenza nella virtù della coerenza, ma a condizione che questa virtù sia ripiena d’amore verso il prossimo. Si parla di coerenza dell’amore, in quanto esso non si manifesta solo come desiderio, ma dopo la primaria estasi, come un vero e proprio cammino per approfondire l’iniziale amore provato. L’esperienza umana dell’amore ha in sé un dinamismo che rimanda oltre se stessi, è l’esperienza di un bene che porta ad uscire da sé e trovarsi nel mistero che avvolge l’intera esistenza.

Quanto appena detto vale anche per altro, come ad esempio l’amicizia, l’esperienza del bello, l’amore per la conoscenza: ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato.

Abbiamo già avuto modo di dire che nella sua esperienza l’uomo è in grado di comprendere ciò che è per lui privo di significato, ma non può definire l’inverso. Per questo quanto finora detto può solamente aprire ad un discorso di fede, anche se non è possibile all’uomo dare una definizione di Dio solo partendo da quello che è il suo desiderio di significato.

Luca De Santis

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Luca De Santis è laureato in teologia presso la Pontificia Facoltà dell’Italia meridionale a Molfetta. Nel 2011 si è specializzato presso l’Università del Laterano in Dottrina Sociale della Chiesa con la tesi: “La funzione e l’idea di città in Giorgio La Pira” e attualmente è ricercatore presso la stessa Università e impegnato nella stesura del lavoro tesi dal titolo “Il federalismo municipalista secondo nel pensiero di Don Luigi Sturzo”. Svolge il ministero di Parroco a Corsano ed è direttore dell’Ufficio Antiusura della Diocesi di Ugento Santa Maria di Leuca.

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