Giovanni Scarafile

Il senso dell’insignificanza

In Uncategorized on 11 March 2014 at 6:16 PM

alberta

La vita è una lotta di tutti contro tutti. È risaputo. Ma in una società più o meno civile come si svolge questa lotta? Non possiamo scagliarci gli uni contro gli altri non appena ci vediamo. In compenso, cerchiamo di buttare addosso agli altri l’ignominia del senso di colpa. Vincerà chi riuscirà a fare dell’altro un colpevole.

È vero. Non ci si deve scusare. Eppure preferirei un mondo in cui tutti si scusassero, senza eccezione, inutilmente, esageratamente, per niente, in cui si profondessero in scuse…

M. Kundera, La Festa dell’insignificanza

Che cosa ci provoca disagio? A cosa è dovuto quell’impercettibile senso di allerta,  come se ci fossero parti di noi in disordine: una ciocca di capelli ribelle, un buco in un calzino, una macchia di schiuma di latte sul naso? L’immagine riflessa dai vetri di un negozio sembra rassicuranti. Sembra essere tutto a posto. Poi, a pensarci bene non è proprio disordine. Da un certo punto di vista magari lo fosse. Il disordine ha una sua concretezza, ha dei contorni abbastanza netti, richiama all’azione. Direi che ha una sua onestà: ognuno sa quale è il suo compito “Metti in ordine la stanza!”. È un’eco che viene da lontano.

Eppure qualcosa c’è. Cosa è questa benedetta incongruenza? Da quale spazio e tempo arriva? Sembra qualcosa di più profondo, senza una forma definita e, soprattutto, senza nome. Ciò che senza nome non esiste. Anzi. Sicuramente esiste se la sento. Sono io che non sono capace di chiamarla. Che fare? Le strade sono affollate, la gente cammina, sorride, mangia un gelato. Coppie mute si sfiorano appena, altre si guardano come se fossero sole. Viene in mente Goffman[i] che, osservando il flusso delle persone sui marciapiedi di New York, ha ipotizzato una sorta di autoregolazione che impedisce alle persone di scontrarsi. È una danza: minimi spostamenti nello spazio che ciascuno fa prevedendo il percorso dell’altro. Poi l’imprevisto. Un urto: due si fronteggiano. Sembra di vedere Fra Cristoforo di manzoniana memoria. La tensione è alta, le parole dure come pietre. C’è chi ha torto e chi ha ragione?

Sta di fatto che il disagio è sempre lì. Ora ha assunto un’altra connotazione: è accompagnato da un leggero senso di nausea ed un vago mal di testa. Come sarebbe consolatorio capire! Il dolore, per esempio, come il disordine, ha le sue “regole”: quando è forte, potente, insostenibile, accade, per un momento, che la mente catturi un pensiero leggero, che gli occhi si adagino su un particolare insignificante, che un profumo evochi una immagine serena. Come è possibile? La prima reazione è stupore. Si può pensare ad un paio di scarpe quando tutto il mondo frana inesorabilmente?

Il passo successivo, in genere, è un potente senso di colpa. Si trasforma in un pensiero indicibile non solo agli altri (vedrebbero probabilmente i germi della follia), ma soprattutto a se stessi. Pensiero da scacciare con ignominia. Eppure è successo. Perché? Far finta di niente non serve. Tutt’al più tranquillizza un po’ , ma non risolve l’enigma. Si possono imboccare tante strade. Ognuno ha le sue. Si possono costruire delle storie in propria difesa, cercare negli altri l’origine del proprio dolore e, paradossalmente, anche  di quell’assurdo pensiero. Oppure si cerca, umilmente, di capire. Processo lungo, paziente, mai lineare.

Forse è proprio l’insignificanza di quel pensiero che aiuta a sopravvivere al dolore, che offre un piccolo spazio per riprendere fiato, per iniziare a far decantare i pezzi più aspri e meno sopportabili. Perché la neve cominci a scendere. E quando il dolore si acquieta, tutto diventa più cupo. È una chiamata alle armi, bisogna fare appello a tutte le risorse personali. Tempo, pazienza, fatica,  convivere con la paura e l’angoscia.

Ma, il disagio? Forse è un campanello di allarme, una spia che richiama l’attenzione e che desidera essere in qualche modo chiamato e, che, una volta chiamato, provoca un altro disagio, più o meno piccolo a seconda degli incontri, delle esperienze, degli eventi che la quotidianità offre. È come stare in allerta. Ascoltare ed ascoltarsi o, meglio, ascoltare per ascoltarsi. È un processo senza fine, perché non ci sarà niente e nessuno di totalmente conosciuto, noto, scontato. Che fatica, è vero! Ma che incanto! Non ci si annoia mai. E quando si riesce ad intuire e convivere con quello che Fonagy[ii] chiama l’imperfezione, il non detto nella reciprocità dei rapporti, è il primo passo per cominciare a mettersi al riparo dalla banalizzazione dei pregiudizi, dalla rigidità del pensiero, dalla inconsapevolezza delle emozioni. Processo lungo e pieno di sorrisi.

Alberta Giani


[i] Erving Goffman (Mannville, 11 giugno 1922 – Filadelfia, 19 novembre 1982) è stato un sociologo canadese. Il principale contributo di Goffman alla teoria sociale è la sua formulazione dell’interazione simbolica nel suo La vita quotidiana come rappresentazione (The Presentation of Self in Everyday Life) del 1959. Per Goffman, la società non è una creatura omogenea. Noi dobbiamo recitare in modo diverso a seconda dei diversi teatri. Il contesto che dobbiamo giudicare non è un’ampia società, ma un contesto specifico. Goffman indica che la vita è un teatro, dove il comportamento individuale è interpretabile alla luce dell’ampio contesto sottostante all’interazione simbolica faccia a faccia. (Fonte: Wikipedia)

[ii] Peter Fonagy (Budapest, 14 agosto 1952) è uno psicologo e psicoanalista ungherese. È direttore del Dipartimento di Psicologia Clinica, della Salute e dell’Educazione presso l’University College di Londra, dove riveste la carica di Freud Memorial Professor of Psychoanalysis, e direttore esecutivo dell’Anna Freud Centre di Londra. I suoi contributi scientifici riguardano soprattutto l’introduzione del concetto di mentalizzazione, e lo sviluppo di importanti teorie come la teoria della mente e la teoria dell’attaccamento. Il suo lavoro è stato spesso teso verso l’obiettivo di gettare un ponte tra orientamenti diversi della psicologia, in particolare tra psichiatria, psicoanalisi, e psicologia cognitiva. Una parte importante del suo lavoro di ricerca riguarda inoltre la valutazione dell’efficacia del trattamento in psicoterapia. Dal punto di vista clinico, i suoi principali contributi riguardano il trattamento dei disturbi di personalità, in particolare del disturbo borderline di personalità, ma alcune delle sue intuizioni sono risultate importanti anche nella comprensione e nel trattamento dell’autismo. (Fonte: Wikipedia)

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Alberta Giani, ricercatrice in psicologia dello sviluppo presso l’Università del Salento. I suoi ambiti di ricerca sono: la fiducia e l’ascolto nella loro origine e nella loro declinazione in ambito educativo; costruzione di contesti educativi e analisi delle interazioni conversazionali e dialogiche in ambiti quotidiani e formali.

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