Giovanni Scarafile

L’arte della provocazione visuale. Dialogo con Mauro Balletti.

In Uncategorized on 6 February 2015 at 10:44 AM

Roberto Greco

Fare arte per stupire è un dono di pochi, fare arte e generare un vero e proprio conflitto visuale è davvero per rari eletti. Ho intervistato il fotografo e pittore Mauro Balletti, forse l’unico artista che ha trasformato la sottrazione di un corpo, quello della cantante Mina, nella esaltazione di un’estetica iconografica che muta e sconvolge, attraendo nel “conflitto”. Ci si accorge di come questa presenza fotografica che segnala una distanza, un confine, provoca nello spettatore un effetto straniante, non immediatamente catalogabile secondo criteri di positività o negatività. Questa battaglia inconscia dimostra, in un certo senso, l’inferiorità dello spettatore-cannibale, abituato ad assimilare e giudicare immagini sempre più velocemente.

Mauro Balletti nasce a Milano nel 1952. Figlio e nipote di pittori, è pittore e fotografo a sua volta. L’incontro fatale avviene all’incirca nel 1972, con Mina, negli uffici del grafico Luciano Tallarini. Sempre lei, nel 1973, lo convince ad utilizzare la macchina fotografica, dando vita agli scatti per il doppio album di quell’anno. Inizia contemporaneamente a curare le copertine di numerosi altri artisti e detiene, dal 1984, l’esclusiva di art director mazziniano (la copertina del disco Attila è stata esposta al MoMa di New York). Dal 1983 è fotografo di moda e realizza regolarmente lavori per Vogue ed altre riviste di grande prestigio.

Balletti 1

Cos’è il conflitto? È la diretta conseguenza di una divergenza. Avvertirla però non è un processo scontato, anzi. Esiste un vero e proprio percorso del pensiero nella percezione di una divergenza: esso può mutare volta per volta, a seconda del “linguaggio” (testo, immagine e così via) dal quale è partito il suddetto conflitto. Nel campo iconografico ogni traccia, ogni segno contenuto nell’immagine paradossalmente può essere discontinuo e generare conflitto. Il segno “eccedente” non entra in discontinuità col resto dei segni contenuti nell’immagine: essa è percepita comunque nella sua unità. Il puzzle di tutti questi segni, semplicemente, è stridente allo sguardo. Perché? Ciò che differenzia l’immagine, nella sua essenza, da altri linguaggi è la possibilità di realizzare a letture di diverso tipo. Ogni segno, infatti, è circondato sempre da un contesto, un margine dinamico entro cui esso possa essere codificato positivamente, generando consenso, o negativamente, generando conflitto. Oltre al contesto è necessario tener presente che ogni segno ha anche una propria storia culturale che ne determina, appunto, la ricezione. In ragione di questo, non è possibile trovare un’immagine totalmente oggettiva, “adamitica” (come la definiva il saggista francese Roland Barthes), in grado di annullare qualsiasi possibile giudizio. Un’immagine può essere solo apparentemente oggettiva, perché carica di segni che rimandano ad una simbolica universale (icone, accostamenti ed espressioni presenti già nelle rappresentazioni più antiche e trascinati, che si sono trascinate di epoca in epoca, fino a diventare una sorta di patrimonio iconico). Questa riserva di accostamenti è il motore del “già visto”; per questo motivo idee apparentemente inedite sono in realtà frutto di una rielaborazione di elementi e, soprattutto, composizioni già utilizzate. Spesso e volentieri è proprio la rielaborazione del “già visto” a creare scalpore. La scelta personale di uno stile è la propria risposta di accoglienza, spesso a livello inconscio, di una forma di espressione pre-esistente ma introiettata in maniera più manifesta rispetto ad altro.

Questa intervista nasce dall’esigenza di far capire, a chi non è del mestiere, cosa vuol dire mostrare e saper mostrare.

 

Mauro Balletti rappresenta l’emblema dell’artista tout-court, ha l’arte nel dna (padre e nonno erano pittori). L’alone di mistero sulla sua persona è immediatamente spazzato via dalla professionalità e dal calore umano con i quali è riuscito a concedere questa intervista: un semplice “sì”e l’emozione del sottoscritto che ha realizzato un sogno. Basta osservare le opere, dipinte o fotografate, presenti sul suo sito (www.mauroballetti.com) per capire come sia impossibile tratteggiare e circoscriverlo in un unico universo creativo. Oltre ai tanti servizi di moda, è l’unico fotografo che riesce a restituire al pubblico l’immagine di Mina, disco dopo disco, attraverso foto, disegni ed elaborazioni digitali. È reduce dalla mostra L’eleganza del segno, tenutasi a Varese dal 4 al 18 ottobre di quest’anno.

 

La scelta si è rivelata a dir poco automatica: da appassionato di fotografia, di musica e di Mina è impossibile non imbattersi almeno una volta nelle sue opere. Fare arte per stupire è un dono di pochi, fare arte e generare un vero e proprio conflitto visuale è davvero per rari eletti. Balletti ha trasformato la sottrazione di un corpo, quello della cantante, nella sublimazione di una voce, di un’estetica iconografica che si destruttura, copertina per copertina, pur restando coerente a se stessa. E il più delle volte è questa destrutturazione, questa presenza fotografica che segnala una distanza, un confine, a generare il conflitto. Scoprire in questi anni questi scatti è stata una rivelazione, a tratti respingente ma di un fascino che non riesce a spegnersi. Per un pittore e fotografo cosa vuol dire conflitto nell’immagine? Insieme, proviamo a rispondere a questo quesito.

 

  1. Per quale motivo, secondo lei, determinate immagini hanno la proprietà di sconcertare, disturbare?

Credo che ci siano delle motivazioni antropologiche e d’innato senso di equilibrio estetico nell’occhio e quindi nella mente dello spettatore. Per non parlare del campo emotivo che, comunque, presiede all’approccio immediato della visione di qualunque cosa o rappresentazione. Ognuno di noi ha una struttura emotiva ed una sovrastruttura estetica che in sintesi ci dà la possibilità di una valutazione immediata di qualificazione di un’immagine, di darle un voto. Il semplice ed elementare: “Mi piace, non mi piace”.

 

  1. In che quantità il conflitto con l’immagine è provocato dal ritrattista/fotografo e in che quantità dall’osservatore?

C’è una co-partecipazione d’intenti, sicuramente. A volte consci a volte inconsci. La provocazione intelligente ed ironica è sempre accompagnata da un godimento sottile da parte dell’autore dell’immagine “provocatrice”. Quando la provocazione non è gratuita è sicuramente una delle molle che hanno accompagnato l’evolversi dell’arte moderna, insieme alla ricerca del “nuovo”. Questo accade quando c’è la stessa lunghezza d’onda immaginifica tra il creatore d’immagine e lo spettatore; spesso però per motivi culturali o semplicemente di gusto, può provocarsi un corto circuito tra l’intenzione casuale o prioritaria dell’esecutore rispetto alla ricezione del fruitore. […].

Leggi l’intervista integrale:

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