Giovanni Scarafile

Dialogo con Remo Ceserani

In Uncategorized on 8 March 2015 at 6:40 PM

di Silvia Potì

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Critico letterario, studioso di letteratura comparata. Laureato all’Università Statale di Milano con Mario Fubini ha poi fatto la scuola di dottorato della Yale University quale allievo di René Wellek. Ha insegnato in diverse università italiane e straniere, tra cui la University of California, Berkeley, la Brown University, la Harvard University, la University of Melbourne, l’universita’ di Essen, l’universita’ di Tuebingen, l’universita’ di Aarhus (Danimarca), l’ETH di Zurigo, la Stanford University e l’Universita di San Paolo (Brasile).

1 . Come è rappresentato il conflitto tra tradizione e innovazione, tra norme e valori sociali, nella letteratura postmoderna?

Ormai siamo in tanti a preferire il termine di modernità liquida, suggerito da Zygmund Bauman per designare l’età in cui viviamo, in contrapposizione a quello di modernità solida, per l’età che ci ha preceduto. Proprio il concetto di società liquida suggerirebbe di andare ben oltre il vezzo stilistico, attribuito dai primi teorici al postmodernismo, della semplice mescolanza di tradizioni, stili, valori. I fenomeni sociali e culturali che stanno sotto i nostri occhi parlano di relativismo di valori, pluralità globale di culture, intreccio continuo di esperienze, una mobilità sociale imperante che induce le popolazioni, soprattutto giovanili, ad abbandonare i loro paesi di origine e inserirsi in altre situazioni culturali e sociali. Eppure, e qui sta una contraddizione clamorosa delle nostre attese e rappresentazioni, sono frequentissimi, anche nelle opere letterarie contemporanee, i casi di attaccamento alle proprie radici culturali, di scoperta o riscoperta delle tradizioni religiose, di difesa anche violenta delle identità. Fenomeni come le conversioni o ri-conversioni religiose, le rivendicazioni identitarie non riguardano solo casi estremi, quasi tribali, come quello dell’attrazione di tanti giovani verso il califfato sunnita di al-Baghdādī, ma si ritrovano in tante altre parti del mondo: il fondamentalismo religioso degli Stati Uniti, il rispetto della tradizione delle caste in India, il nazionalismo magiaro di Orbán in Ungheria, lo scontro fra ucraini e russofili nelle terre tormentate delle oblast’ orientali, il sempre più acceso confronto tra estremismo ebraico e estremismo arabo nei territori abitati da Israeliani e Palestinesi e in tante altre parti del mondo.

2. Che rapporto intercorre tra il procedimento letterario dello straniamento, teorizzato da Šklovskij, e la categoria della distanza?

Il termine russo ostrenanje, teorizzato da Šklovskij e quello tedesco Verfremdung, teorizzato da Brecht e Piscator, che hanno forse avuto in comune una derivazione dall’idea di Differenzqualität elaborata dallo studioso tedesco Broder Christiansen nella sua Philosophie der Kunst (1909), si riferiscono a un elemento artistico (narrativo per Šklovskij, teatrale per Brecht e Piscator) che rinvia a un elemento conoscitivo, caratterizzato da un forte distacco critico, reso possibile per chi guarda le cose dal di fuori, come fosse straniero. Šklovskij attribuiva al concetto un valore artistico (il render strano equivaleva per lui a render nuovo, a rendere artisticamente efficace), Brecht e Piscator attribuivano al concetto un valore politico e ideologico (mentre il pubblico tradizionale a teatro tende a dimenticare le sue proprie esperienze ed emozioni e pensieri per identificarsi totalmente con la situazione sulla scena, Brecht e Piscator insistevano sulla necessità di ricordare agli spettatori che il teatro è artificio e finzione, volevano che quella del teatro fosse un’esperienza conoscitiva e non soltanto partecipativa ed emotiva).

Šklovskij desiderava che ogni grande scrittore sapesse rappresentare le sue storie e i suoi personaggi come «nuovi», «strani», cioè non convenzionali. Nataša, per esempio, la protagonista di Guerra e Pace ci viene presentata, nella prima parte del romanzo, come una giovane piena di vita e di grazia, ma ingenua e inesperta del mondo. La sua attrattiva straordinaria per noi lettori è la sua freschezza, il modo come affronta il mondo e lo guarda con occhi assolutamente incontaminati. Queste caratteristiche sono ottenute ricorrendo proprio all’effetto (Šklovskij lo chiama priöm: artificio) dello straniamento. Essa, per esempio, va a una serata all’opera: è ospite di un palco, circondata dai familiari e da una intensa attività sociale (scambi di visite, saluti da un palco all’altro, ricevimenti nei foyer); sul palcoscenico viene rappresentato un melodramma, con le scene dipinte, i cantanti in costume che compiono gesti e intonano arie. Sia le attività sociali sia la rappresentazione teatrale obbediscono a codici convenzionali, che una fanciulla come Nataša non conosce e nemmeno vuole conoscere e accettare. Dell’opera che si sta svolgendo sul palcoscenico viene data, nella descrizione di Tolstoj, che assume il punto di vista di Nataša, una descrizione straniata: agli occhi di Nataša quelle persone vestite in modo strano, che improvvisamente interrompono l’azione scenica e aprono la bocca per cantare, si comportano in modo incomprensibile: sembrano disperati o entusiastici, dovrebbero passare rapidamente all’azione e invece si fermano, fanno due passi in avanti e si mettono a urlare. Nataša è destinata, naturalmente, ad accettare molte delle convenzioni della società in cui è nata e in cui dovrà prendere un suo posto, e però porta con sé, come dato di carattere, quella freschezza, quel rifiuto delle ipocrisie e delle falsità che è stato messo in luce durante l’episodio della serata all’opera.

  1. Come si è sviluppata in letteratura la rappresentazione del conflitto interiore nella condizione di chi da indigeno diventa esule e straniero in terra d’altri? In quali romanzi è possibile rintracciare una doppia focalizzazione e un gioco dialettico di punti di vista?

Posso citare (fra i testi di cui mi sono occupato nel libro Lo straniero, Bari-Roma, Laterza, 1998) una bella novella di Pirandello, che ha il tema della lontananza già nel titolo: Lontano. Essa si svolge a Porto Empedocle, in Sicilia, e racconta lo sbarco e l’immissione nella comunità locale di un marinaio norvegese che non riesce né a capire né ad adattarsi ai costumi del luogo, rimane inevitabilmente uno «straniero», considerato strano e ridicolo dalla moglie siciliana, dai compaesani, dai bambini per le strade, e però diviene, proprio perché vede le cose dal di fuori, il critico più lucido della cultura tradizionalista e stereotipata degli abitanti di Porto Empedocle.

Potrei citare un’opera classica come la Tempesta (1611-12) di Shakespeare. Prospero, il padrone dell’isola su cui si svolge la vicenda e a cui approdano, in seguito a un naufragio non casuale, Miranda, Ferdinando e gli altri personaggi, si è impadronito del luogo con la forza, strappandolo a Calibano, che l’aveva avuta da Sicorace sua madre. Il suo non sembra essere, secondo la concezione del tempo, un atto di prepotenza, da condannare per ragioni morali. Prospero appartiene all’ordine degli esseri superiori e sembra che sia un suo diritto imprigionare il “diverso” Calibano, dominare le forze della natura con l’aiuto dello spirito Ariele, e manipolare, a fin di bene, le vicende degli altri personaggi e i loro destini anche politici. Non è possibile dare una lettura troppo ideologicamente aggiornata di Prospero e interpretarlo come il modello del colonizzatore e fondatore di imperi. E però − ecco di nuovo la complessità, l’ambiguità e il valore conoscitivo in profondo della letteratura −, la figura di Calibano, anche se a sua volta non riportabile a una visione stereotipa dei popoli colonizzati, risulta nel dramma tutt’altro che l’incarnazione del diverso mostruoso e dello spirito del male. Figlio di una strega, oppositore ribelle della civiltà, egli ci appare malvagio e ingenuo, colpevole e innocente allo stesso tempo, sotto molti rispetti una vittima, con tratti di sofferenza umana e qualità poetiche insospettate.

Ma forse il romanzo che risponde meglio alla richiesta contenuta nella sua domanda è Venerdì o il limbo del Pacifico (1967) di Michel Tournier. Rifacendo il classico romanzo di Defoe Robinson Crusoe, Tournier ha messo dialetticamente a confronto la cultura occidentale, imperialista, colonialista, addomesticatrice della natura di Robinson con quella ingenua, spontanea, naturale, gioiosa di Venerdì. Il confronto, che all’inizio si presenta come un tipico esempio di colonizzazione del diverso, si scioglie con un improvviso rovesciamento di valori, per cui alla fine Robinson viene conquistato dalla cultura di Venerdì, rimane a vivere in modo naturale sull’isola, mentre Venerdì parte alla volta dell’Inghilterra sul vascello che finalmente è venuto a recuperarli.

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