Giovanni Scarafile

La fede di tutti

In credere, editoriale, Filosofia, Uncategorized on 20 September 2015 at 5:50 AM

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Giovanni Scarafile

«Sa, spesso, durante le omelie, sento il bisogno di mettermi ad urlare», mi confessa candidamente Ermanno, un apparentemente pacato signore di mezza età, durante un lungo volo intercontinentale. «Non l’ho mai fatto», aggiunge sommessamente, decrittando la mia espressione preoccupata.

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo – ragiona Ermanno – in cui si ha bisogno di parole calde. Non consolazioni a buon mercato, ma piuttosto la speranza che un senso nella vita possa esserci. Sì, è vero, ci sono gli psicologi che aiutano a cercare dentro di te. Ma questo può non bastare. No, di consulenza filosofica non ha mai sentito parlare. «A cosa alludi – siamo passati al tu molto rapidamente – esattamente?», gli ho infine chiesto.

«Sono un credente sui generis, Gianni. Sì, insomma, non sono mai stato un praticante in piena regola. Ma mi piace, mi è sempre piaciuto sentir parlare di Gesù. Quando accade, sento una pace dentro inimmaginabile altrimenti. E così, qualche volta, vado a sentire le omelie. Entro in una chiesa scelta a caso. Mi siedo come un qualsiasi fedele e aspetto che arrivi il momento giusto. Poi, ascolto. Beh, che ti devo dire? Mi scende il latte alle ginocchia. Non che io abbia gli strumenti teologici per giudicare il grado di preparazione di un prete. No, non è questo. È che non mi sento toccato. Mi chiedo come possa il commento della parola di salvezza non partecipare del senso di ciò che dovrebbe esprimere».

Mentre – annuendo – socchiudo gli occhi, tentando di capire se il mio interlocutore è un convertitore seriale in incognito, sento la mente inondarsi di ricordi della delusione provata a mia volta di fronte all’insipienza dell’ennesima predica “a vuoto”.

 

* * *

Quelle parole che splendevano luminose, «vangelo», «apostolo», «battesimo», «conversione», «eucarestia», sono state svuotate di senso o riempite di un senso diverso, banale e innocuo. «Buona cosa è il sale,» dice Gesù «ma se il sale perde sapore, con che cosa verrà salato?» [4].

 

È vero che stiamo assistendo ad un ritorno alla letteratura religiosa nell’attuale panorama editoriale? Numericamente, non direi. Il numero dei libri a contenuto religioso è infatti fin troppo esiguo anche solo per avviare qualsiasi verifica. Non si può, tuttavia, negare che alcuni libri recenti (Il Regno di Emmanuel Carrère, prima di tutto e poi anche Sottomissione di Michel Houellebecq, Giuda di Amos Oz, La ballata di Adam Henry di Ian McEwan) sollevino il problema del ruolo della religione nella nostra vita, come Lucetta Scaraffia [7] ricorda: «A cosa serve la religione? Quali sono le ragioni per cui val la pena vivere anche senza Dio? Come ci si può mettere al posto di Dio per decidere se una persona deve vivere o morire? Decisioni sempre più difficili e drammatiche, situazioni emotive sempre più dolorose pesano sulle spalle di persone che non sanno più come orientarsi, che hanno perduto ogni punto di riferimento che non sia la loro razionalità».

Si tratta, in realtà, di domande “inattuali”, destinate a non essere superate dalle mode passeggere e che, probabilmente proprio per questo, riaffiorano oggi, testimoniando la centralità della domanda di senso. Eppure, sembra che domanda ed offerta siano destinate a non incontrarsi. Non del tutto, almeno. Come segnalato dalle parole di Carrère ricordate all’inizio e dalla vana ricerca di Ermanno incontrato in aereo, le parole della fede sono inefficaci, spesso desuete, destinate nel migliore dei casi ad essere comprese appieno solo dagli addetti ai lavori.

L’aggiornamento dei contenuti (espressioni, ma anche gesti liturgici) della fede richiede competenze specialistiche, ovviamente. Tuttavia, da un punto di vista opposto, quella stessa attualizzazione dei contenuti della fede si sottrae ad una “esecuzione” riservata a pochi esperti. Essa, è, piuttosto, un compito universalmente rivolto a tutti i credenti. Non so, infatti, immaginare il motivo per cui ogni singola coscienza credente o, prima ancora, pensante, non dovrebbe essere interpellata in merito alla adozione di strumenti più appropriati per comunicare i dati fondamentali di un credo.

È strano, no? La fede è per tutti, è di tutti, non è certo una proprietà privata. Proprio per questo, dovrebbe essere formulata in un linguaggio ordinario comprensibile a tutti. In cosa crede chi crede se il linguaggio della fede è incomprensibile?

 

1. Le ragioni di una crisi

Le parole iniziali di Carrère parlano di una crisi. Ci sono – spiega lo scrittore francese – parole della massima importanza che, tuttavia, non sono più in grado di farsi comprendere da coloro cui sono destinate. In questi casi, ciò che viene meno non è tanto la possibilità di riferirsi alla realtà ordinaria indicata dalle parole che utilizziamo più spesso. No, nella misura in cui a perdere “peso” sono le parole fondamentali di una religione, ciò che rischia di venir meno è il grado di incisività dell’appello alla salvezza inizialmente veicolato da quelle parole.

Per rendersi conto del danno, è bene ricordare come ogni religione proponga ai suoi fedeli una via verso la pienezza del senso. Le vie possono essere diverse, a seconda delle religioni, sebbene non vi sia unanimità su tale assunto[1]. Nella molteplicità delle vie, il dato costante è comunque rappresentato dall’attestazione che il senso, molto spesso un senso ultraterreno, sia conseguibile o, prima ancora, che un senso vi sia. In questa vita, possono esserci molte cose di cui non comprendiamo appieno o non comprendiamo affatto il senso. Non importa, dice la religione. Questa eclissi del senso è solo una condizione temporanea, dovuta alla nostra natura mortale. Superata la fase delle mortalità, il senso del tutto potrà finalmente essere contemplato ed anzi, perché ciò accada, è bene che già in questa vita si adottino determinati comportamenti. Nel momento in cui le parole sono svuotate, come dice Carrère e molti altri al suo fianco, è la stessa dinamica di conseguimento del senso ad implodere. Ecco perché discutere dell’attualità del linguaggio religioso riguarda tutti.

 

2. La consunzione delle strutture segniche

Il nostro consueto comunicare è spesso accompagnato dal tacito convincimento che le parole di cui ci serviamo abbiano il potere pressoché eterno di riferirsi ai significati delle cose. In realtà, esse rappresentano forme di significazione “a tempo”. Rinviano a ciò che rappresentano, ma solo a determinate condizioni. La durata rappresenta una di queste condizioni: con il passare del tempo, i modi del dire diventano desueti.

Quando una parola non conduce più nei pressi di ciò che indica, ma anzi disorienta o lascia indifferenti, allora ci troviamo di fronte al fenomeno della consunzione delle strutture segniche. Nella vita di una parola, come si arriva a tale consunzione? La domanda è importante, perché se comprendiamo la genesi della consunzione possiamo sperare di trovarle un antidoto.

Nel corso della sua esistenza, una parola oscilla tra due poli: originalità e stereotipia.

Esiste, com’è noto, un serbatoio linguistico dentro il quale troviamo la gran parte delle parole di cui ci serviamo ogni giorno. Di solito, per dare un nome alle cose o alle situazioni, il nostro compito consiste nel combinare le parole esistenti oppure nel fare uso di espressioni linguistiche già preformate. La differenza tra il primo ed il secondo approccio è sostanziale.

Nel primo caso, nel processo di creazione o combinazione creativa di termini desunti dalla tradizione, noi facciamo appello alla parte più intima di noi, l’individualità essenziale. La parola o l’espressione che scaturisce è il risultato della nostra meraviglia di fronte a ciò che è da nominare. Si tratta di una esperienza fondante ed originaria che, non a caso, la tradizione di pensiero occidentale fa coincidere con l’inizio del senso.

Nel secondo caso, quella della parola prêt-à-porter, il ricorso all’individualità essenziale è ridotto al minimo. Si tratta, infatti, per lo più di mutuare e fare propria una parola o espressione già costituita. Ecco, dunque, i due poli cui accennavo. Sul primo versante, l’originalità di una espressione scaturita dalla parte più intima di noi stessi; sul secondo, la stereotipia inevitabile conseguente l’uso di «gettoni verbali» [8] convenzionali.

A questo punto, la fisiologia della parola è quasi del tutto determinata. Manca solo un ultimo passaggio. Infatti, una volta individuata, un’espressione linguistica non mantiene inalterato il suo potere di rinvio al significato. Tutt’altro. È possibile, anzi, riferire un naturale decadimento che accompagna la vita delle espressioni. Si tratta di una parabola discendente, che dal momento della nascita, acme della significatività, conduce fino all’insignificanza.

La dinamica della parola fin qui accennata ha conseguenze dirette per il nostro discorso. Infatti, proprio perché una parola non permane nella sua iniziale significatività, se non si vuole smarrire ciò cui essa rinvia, occorre che sia aggiornata, ovvero resa nuovamente adeguata al contesto. “Comunicare in tempo”, allora, significa avvalersi di strutture segniche non desuete, ma adeguate al contesto: i segni del mutamento richiedono un mutamento dei segni.

 

3. Tornare a cercare la verità

Le parole di Carrère, citate all’inizio, si riferiscono ad un caso particolarmente significativo di questo processo: come rendere di nuovo attuali, cioè incisive, vincolanti ed irrinunciabili, parole fondamentali della fede cristiana oggi considerate obsolete?

Prima di rispondere a questa domanda, occorre mettere in conto una scontata obiezione: ma come – si dice – non sono le parole del cristianesimo valide in eterno? Che bisogno c’è di “aggiornarle”? Oppure – si obietta – non si corre il rischio che con l’aggiornamento di quelle parole si relativizzi il loro significato?

L’assunto, molto spesso inconsapevole, su cui poggiano tali obiezioni è che le parole possano indicare in eterno, secondo una procedura già confutata nel paragrafo precedente. Consapevolmente o meno, infatti, si continua a ritenere che la lingua originariamente scelta per veicolare il cristianesimo sia immutabile, sottraendole quel carattere di storicità che invece ed incontrovertibilmente le appartiene. In aggiunta, si potrebbe ricordare con il gesuita Pierre Gibert [5] che «Già per le prime generazioni cristiane, quelle provenienti da un paganesimo saturo di racconti mitici quanto di cinici racconti di guerra e violenza, solo l’allegorizzazione di tutte le loro figure dava ad esse un senso conforme alla fede in Cristo».

Alle obiezioni appena richiamate, si dovrebbe rispondere, che è senz’altro vero che il messaggio di Cristo è eterno. Tuttavia, non è meno vero che tale messaggio, per essere efficacemente conosciuto ed applicato, deve essere espresso nella lingua degli uomini. È stato fatto così agli inizi del cristianesimo. Perché non dovrebbe essere così, oggi? O si vuole forse sostenere che sia meglio una fede abitudinaria in cui l’accesso al significato sia fondato sulla tradizione o sulle pratiche devozionali e non sulla Parola? O si vuole auspicare una fede basata sull’ossequio all’autorità e non sulla Parola? O si vuole difendere una fede fondata sulla paura di affrontare il proprio destino e non sulla Parola?

Si tratta allora di eliminare ogni possibile incrostazione (linguistica, ideologica o di altro tipo) per fare in modo che quel messaggio possa risuonare nel pieno della sua efficacia anche agli uomini di questo tempo. Senza necessariamente fare proprie tutte le sue tesi, basti qui ricordare che nel 1985 il Jesus Seminar[2] ha osservato che l’attribuzione dell’84% delle parole di Gesù non è fondata.

Ora, la sola eventualità che si continui a ritenere vero ciò che vero non è, dovrebbe spingerci, come credenti, ad intraprendere ogni sforzo perché questo genere di questioni possa essere almeno dibattuto.

Il mio timore è che una delle principali ragioni per cui questo non accada o non accada con la stessa forza con cui dovrebbe accadere secondo il buon senso, è che si è forsennatamente impegnati a gestire l’esistente. Inutile dirlo: la gestione dello status quo non sembra operazione di particolare assennatezza. Per intendersi: nell’ambito della vita ecclesiale, di fronte al rischio di credere in ciò che potrebbe essere non vero, si continua – come se nulla fosse – ad organizzare processioni e comitati feste patronali, a scendere nelle piazze per cantare in coro a squarciagola canti in cui Dio stesso è divenuto un oggetto di cui sbandierare il possesso o a fare il “trenino” – sì, anche questo – sulle note di “Ho visto Gesù Cristo, ho visto Gesù Cristo, eh mammà, innamorato sono”.

In questo scenario, nel migliore dei casi, nell’ambito della pastorale, la routine ha sostituito la ricerca della verità. Qualche tempo fa, il teologo e vescovo episcopaliano John Shelby Spong, sostenne che i membri del clero fossero impegnati a nascondere ogni conoscenza sul reale Gesù Cristo «per paura che il fedele medio, conosciuto il vero contenuto del dibattito, senta la sua fede distrutta e, cosa più importante, non sostenga più il cristianesimo istituzionale», concludendo che «Ogni divinità che ha bisogno di protezione nei confronti della verità, da qualunque fonte provenga, è già morta» [1]. Quella previsione, che comunque presupponeva un atteggiamento avveduto, critico e consapevole da parte del clero, sembra oggi fin troppo ottimistica. È difficile, a questo punto, non essere d’accordo con Ermanno, l’uomo dell’aereo: basta ascoltare la maggior parte delle omelie oggi per rendersi conto che il cristianesimo proposto ai fedeli sembra sprofondato in una sorta di melassa insapore.

 

4. La fede di tutti

In diversi momenti del suo libro, Carrère ricorda di non essere credente, pur essendolo stato. Questa sua condizione non lo legittima di meno a parlare della fede e della fede cristiana in particolare. Perché la fede e la fede cristiana, cioè la  proposta di un senso specifico per la vita dell’uomo, è fede di tutti. Non soltanto di un gruppo di uomini autorizzati a parlare perché in possesso di una particolare patente, ma di tutti.

Perché ciò accada, però, è necessario che si torni a proporre quei contenuti nel linguaggio degli uomini di questo tempo. Questo è il principale merito de Il Regno, anche quando sembra allontanarsi dalla ortodossia. Esso rimane comunque la testimonianza di un’anima in ricerca.

Nella sua opera, lo scrittore francese “offre se stesso” come materia di narrazione. Tale implicazione personale ha fatto parlare, forse un po’ enfaticamente, di «rito eucaristico» [2]. Tuttavia, ancor più che nei romanzi precedenti (uno su tutti, L’avversario), la scelta formale dello scrittore di implicarsi non è aliena dalla sostanza di ciò che è narrato. Questo mi sembra debba essere sottolineato. Attraverso tale espediente, si realizza ciò che Baumgarten [3] definiva «grandezza estetica», ovvero la perfetta corrispondenza ed adeguatezza tra pensieri ed oggetti. Il risultato è l’invito alla immedesimazione rivolto implicitamente al lettore: «Il lettore depone progressivamente le armi, non tanto sedotto dalla parola che non potrebbe dominare, ma perché sorpreso nel riconoscere se stesso in bagliori diversi […] che gli permetteranno di andare oltre per ritrovarsi un po’ più lontano, toccato personalmente» [5]. Tale merito è riconosciuto anche da Scaraffia: «Ma la domanda sulla resurrezione, fondamentale, è vera, e percorre tutto il libro a domandarci, a nostra volta, se ci crediamo veramente. Ci costringe a prendere atto che se ne parla pochissimo, perfino da parte della Chiesa stessa, come se fosse un argomento leggermente sconveniente» [7].

* * *

 

– «Quante volte nell’ultimo mese hai pronunciato la parola “misericordia” nei tuoi discorsi?». Intuendo dove conducessero le sue parole, ho esitato qualche istante prima di rispondere al mio interlocutore a 11000 metri d’altezza.

– «Mah… Nessuna, mi pare».

– «E non ti sembra un autogol che, per indicare un evento rivolto all’umanità intera come un anno santo, si sia fatto ricorso ad un termine obsoleto, del tutto caduto in disuso nel linguaggio ordinario? Usando parole da “addetti ai lavori” non si continua a vanificare la forza di una fede per tutti, della fede di tutti?»

 

 

Riferimenti bibliografici

  1. Adista documenti, n. 28 del 21/07/2012.
  2. Bajani, A. 2015. Storia di Gesù al filtro del proprio Io. Il Manifesto. 01.03.2015
  3. Baumgarten, A.G. 2000. Palermo: Aesthetica Edizioni
  4. Carrère, E. 2015. Il Regno. Milano: Adelphi
  5. Gibert, P. 2015. Da Lui a noi: qual è il «Regno» di Emmanuel Carrère?. La Civiltà Cattolica 3963-3964, pp. 308-317
  6. Intervento del cardinale prefetto Joseph Ratzinger In occasione della presentazione della dichiarazione “Dominus Iesus”, reperibile su: http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000905_dominus-iesus-ratzinger_it.html
  7. Scaraffia, L. 2015. Nuovi romanzi ‘religiosi’. Sul ritorno del cristianesimo nella narrativa contemporanea. La Rivista del Clero italiano, 5/2015, pp. 362-372.
  8. Steiner, G. 2001. Linguaggio e silenzio. Milano: Garzanti

 

[1] Basti ricordare quanto scriveva l’allora cardinale Ratzinger [6]: «Nel vivace dibattito contemporaneo sul rapporto tra il Cristianesimo e le altre religioni, si fa sempre più strada l’idea che tutte le religioni siano per i loro seguaci vie ugualmente valide di salvezza. Si tratta di una persuasione ormai diffusa non solo in ambienti teologici, ma anche in settori sempre più vasti dell’opinione pubblica cattolica e non, specialmente quella più influenzata dall’orientamento culturale oggi prevalente in Occidente, che si può definire, senza timore di essere smentiti, con la parola: relativismo».

[2] Il Jesus Seminar fu fondato nel 1985 da Robert Funk e John Dominic Crossan e riuniva un gruppo di 150 studiosi specializzati nell’ambito degli studi biblici. Cf. [1].

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