Giovanni Scarafile

Kierkegaard: vivere nella realtà negata

In Uncategorized on 11 August 2016 at 12:16 PM

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Igor Tavilla

Stig Dalager, L’uomo dell’istante. Un romanzo su Søren Kierkegaard, tr. it. a cura di Ingrid Basso, Iperborea, Milano 2016

«La vita può essere capita solo all’indietro [ma va vissuta in avanti]». Questa sentenza, tratta dal Diario di Søren Kierkegaard, sembra aver ispirato la scelta di Stig Dalager di percorrere a ritroso la biografia del filosofo danese, a partire dagli ultimi giorni di vita trascorsi presso il Frederickshospital di Copenaghen dove Kierkegaard si ricovera dopo essere stato colto da un malore per strada. Costretto a letto da un’infermità di cui nessuno riesce a diagnosticare la causa, il filosofo appare già rassegnato alla morte e più che attendere a un lucido bilancio della propria esistenza, rivive una serie di ricordi che affiorano alla coscienza tra il sogno e la veglia.

Come nota Ingrid Basso, traduttrice e curatrice del romanzo, Dalager propone al lettore il ritratto inedito di un uomo fragile, incapace di reggersi sulle proprie gambe, con una testa troppo pesante in proporzione al corpo, indice di una contraddizione profonda tra la dimensione dell’ideale, alla quale Kierkegaard si è consacrato, e il piano concreto di realtà. Più che una condizione transitoria, la ‘malattia’ si presenta dunque come la cifra che contrassegna dolorosamente l’intera esistenza del filosofo danese, e al cui debole lume si consuma la storia d’amore con Regine Olsen – la giovane donna che il filosofo abbandona dopo appena un anno di fidanzamento, ma a cui non smetterà mai di pensare come all’unico amore della sua vita.

La decisione di rompere con Regine matura, com’è noto, dalla sofferta consapevolezza che la malinconia, di cui Kierkegaard si sente prigioniero, avrebbe inevitabilmente reso infelice l’amata e trasformato il matrimonio in una continua e quotidiana tortura. Pur di restituire a Regine la propria libertà, Kierkegaard cerca dunque di passare ai suoi occhi per una canaglia e un poco di buono, ma la fidanzata, che subodora questa macchinazione, si rifiuta di lasciarlo. Alla fine, dovrà arrendersi di fronte all’irremovibile fermezza di lui, malgrado gli sforzi compiuti per convincerlo a restare. Anche quando, però, la relazione si è ormai ufficialmente interrotta, l’attrazione tra i due non si esaurisce. I loro sguardi continueranno a incrociarsi lungo le strade della cittadina danese, fino alla partenza di Regine per le Indie Occidentali al seguito del marito Fritz Schlegel.

La ragione profonda di questa condotta apparentemente incomprensibile risiede nell’incapacità di Kierkegaard di amare la giovane fidanzata hic et nunc, nella pienezza dell’istante. Il filosofo può soltanto ricordare e cantare l’amore – come la forza seduttiva dell’epistolario s’incarica di dimostrare – e può farlo a una condizione: che l’amata sia lontana. Infatti, da vero poeta, quale egli si considera, l’unico elemento in cui si sente a proprio agio è l’idea, cioè la realtà negata: il fantasma della realtà. A quest’ultima s’interessa, semmai, solo per trarne spunti da offrire alla sua fervida immaginazione, come accadeva quando era bambino e, mano nella mano con il padre Michael Pedersen, compieva lunghe passeggiate virtuali tra le quattro mura dell’appartamento di Nytorv.

La stessa produzione letteraria e le categorie che improntano la filosofia del Danese risultano pertanto segnate dalla sua tormentata esperienza interiore. Così, se attraverso l’aut-aut Kierkegaard certifica l’impossibilità di armonizzare le contraddizioni del proprio essere, la categoria del singolo ipostatizza l’isolamento in cui egli si trova confinato. Allo stesso modo, la malattia per la morte (descritta nell’omonima opera del 1849) rappresenta la disperazione – che Kierkegaard ben conosce – di volere essere se stessi e non poterlo diventare, mentre l’angoscia è il sentimento paralizzante della libertà di potere che pure il filosofo ha dolorosamente sperimentato in prima persona. In quest’ottica, anche gli autori fittizi, ai quali Kierkegaard aveva attribuito la paternità delle proprie opere allo scopo di promuovere nel lettore una scelta responsabile di vita, finiscono per apparire, in realtà, come altrettante maschere dietro le quali si agita una personalità frammentata e in conflitto con se stessa.

Sapendosi privo del coraggio necessario per diventare marito e riconoscendosi inadatto a svolgere il servizio pastorale, a Kierkegaard non resta che interpretare la propria impotenza come un segno profetico, ritenendosi chiamato da Dio a un compito speciale: risvegliare l’esigenza della fede nei propri contemporanei. Non siamo troppo lontani dalla spiegazione genealogica del cristianesimo, alla cui origine Nietzsche poneva il risentimento dell’uomo debole nei confronti della vita. Nell’opera di Dalager – su cui ci sembra aver inciso in misura determinante la monumentale e documentatissima biografia di Joakim Garff (Castelvecchi 2013) – il cristianesimo si presenta infatti come un elemento tutto sommato secondario, indotto dall’educazione paterna e via via radicalizzato nella polemica con l’autorità religiosa del tempo. A tale proposito è dato notare come, nelle quasi quattrocento pagine di cui consta il romanzo, Kierkegaard non prenda mai in mano la Bibbia («il libro – aveva fatto dire al famoso ‘qualcuno’ degli Stadi sul cammino della vita – che leggo più spesso, sta sempre sul mio tavolo») e non si raccolga in preghiera nemmeno una volta. Il filosofo si dimostra, al contrario, un distratto frequentatore di chiese, completamente assorbito dalla propria vicenda amorosa, persino quando proclama la parola di Dio dal pulpito di Kastelskirke.

Un romanzo su Kierkegaard non poteva che essere anche un romanzo su Copenaghen, la città in cui il filosofo ha trascorso l’intera esistenza e alla quale lo legava un rapporto simbiotico paragonabile a quello che univa Socrate ad Atene. Passeggiare all’aria aperta, percorrere in carrozza i viali della capitale e chiacchierare con la gente del popolo offriva, per altro, a Kierkegaard un valido diversivo per sfuggire alla propria malinconia. Il lirismo dei paesaggi, descritti da Dalager con la semplicità e l’immediatezza del ‘colpo d’occhio’ (questo il significato etimologico del termine danese øjeblik, ‘istante’) fa da controcanto a una prosa sorvegliata ma scorrevole, che il lettore italiano ha il piacere di leggere nella traduzione esperta di Ingrid Basso. Il ricorso insistito al flash-back, la forza misurata dei dialoghi, l’uso della soggettiva libera indiretta, la studiata alternanza di interni ed esterni, la scansione del romanzo in lunghi piani sequenza anziché in capitoli, contribuiscono a rendere la biografia di Dalager un interessante ‘esperimento’ cinematografico, dove la vita di Kierkegaard scorre sotto i nostri occhi come un’ininterrotta successione di istanti mancati su cui la morte stende infine il suo pietoso sipario.

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