Giovanni Scarafile

Artificial Intelligence: considerazioni semplici

In Visioni on 22 April 2020 at 9:33 PM

ALICIA VIKANDER POSTER
Character(s): Ava
Film ‘EX MACHINA’ (2015)

Margaret Sciuto

Nel ’68 Kubrick, in 2001: Odissea nello spazio, aveva immaginato il nuovo millennio come un posto in cui le Artificial Intelligence erano ormai entrate in uso. Oggi sappiamo che Kubrick fu ottimista, ma neanche troppo.

Il tema delle AI, oggi, è molto in voga nella comunità accademica, ma rimane comunque un argomento lontano ai più. Prima di arrivare al sodo, però, facciamo delle brevi premesse. Infatti, non possiamo pensare di parlare di macchine intelligenti senza prima aver speso due parole sulla stessa: l’intelligenza. Aristotele, nelle prime pagine della Metafisica, descrive il processo conoscitivo come un crescendo che va dalle sensazioni all’esperienza, per arrivare a un terzo momento (quello che ci interessa) che consiste nella capacità di trasformare le esperienze in concetti nuovi. Aristotelicamente parlando, l’intelligenza consiste nella capacità di valorizzare le esperienze per trarne informazioni inedite.

Alla luce di ciò, in che senso una macchina può essere detta “intelligente”? Il test di Turing[1] ce ne dà un’idea: immaginiamo di avere tre partecipanti, un uomo (A), una donna (B) e una terza persona (C). C non vede gli altri soggetti e deve indovinare il loro genere tramite una serie di domande. Nel frattempo, A deve ingannare il giudizio di C, mentre B deve aiutare C a capire. Per evitare che il genere dei partecipanti A e B sia desunto dal tono della voce o dalla grafia, le risposte sono dattiloscritte. Il test di Turing consiste nel sostituire A con una macchina; se C indovina chi sia la donna e chi l’uomo anche dopo la sostituzione di A, allora la macchina deve essere considerata intelligente perché sa fingersi una persona. Perciò, secondo Turing, una macchina è intelligente quando è in grado di pensare, ossia quando è capace di elaborare esperienze e usarle.

Contucci, in Intelligenza artificiale tra rischi e opportunità[2], non si discosta molto dall’idea appena esposta. «Si tratta del machine learning, o apprendimento automatico»[3]. Ad esempio, se la macchina deve essere capace di distinguere un cane da un gatto, non sarà il ricercatore a suggerire le caratteristiche che differenziano i due animali, ma la macchina che, sottoposta a diversi esempi, imparerà a distinguere le due specie citate. Quindi ancora una volta, una macchina intelligente è una macchina che apprende dall’esperienza. Un po’ come Sophia, robot umanoide capace di rispondere coerentemente alle domande degli interlocutori. A ogni nuova discussione, Sophia impara e apprende informazioni che poi verranno da lei riutilizzate nelle conversazioni a venire.

Non neghiamolo, queste realtà ci mettono paura; probabilmente perché cresciuti a suon di film fantascientifici non troppo generosi nelle prospettive. Infatti, il riferimento iniziale a Kubrick non era per nulla casuale. In 2001: Odissea nello spazio, egli dipinge un futuro per nulla confortante: l’“infallibile” HAL 9000, intelligenza di nuova generazione, assalito improvvisamente da un istinto di sopravvivenza squisitamente umano, pondera la decisione di uccidere il proprio equipaggio. Il cinema, come anche la letteratura, ha dato voce alle nostre paure,

eppure oggi queste hanno le fattezze di un cliché. Non a caso, Contucci stesso ci rassicura: «In condizioni simili ci siamo trovati moltissime volte nella nostra storia. Per esempio, quando si guardava con sospetto alla scrittura, temendo che ci avrebbe fatto perdere l’uso della memoria»[4].

E allora, le AI saranno dannose o vantaggiose? Cantucci oscilla non poco nel risponderci: «Il McKinsey Global Institute stima che nei prossimi dieci anni la sua diffusione porterà nell’Unione europea un incremento medio del Pil di 19 punti percentuali, il doppio rispetto a quello dovuto alla crescita tecnologica generale dal dopoguerra»[5]. Ma, rimanendo consapevole di chi lamenterà: “ci toglieranno il lavoro!”, pronuncia la parolina magica ricollocazione. Il nostro ottimismo non deve essere cieco e i buoni risultati si ottengono solo con investimenti ponderati: nuovi percorsi formativi, data centers all’avanguardia, centri per ospitare convegni di alto livello, nuove figure professionali e commissioni etiche.

Ecco che siamo arrivati a un punto cruciale: le questioni etiche sollevate dalle AI. Contucci parla di violazione della privacy e di questioni ambientali; pensate che una singola AI, attualmente, produce una quantità di «CO2 uguale a quella di cinque automobili nella loro intera esistenza»[6]. Spazio permettendo, sarebbe interessante problematizzare ogni situazione, ma per il momento consideriamone solo una: i diritti. James Barrat, cineasta americano, durante un’intervista ha osservato: «La vera domanda è, quando redigeremo una carta dei diritti di intelligenza artificiale? In cosa consisterà? E chi lo deciderà?». Proviamo a rispondere, ripeschiamo il Leviatano[7] dalla libreria e diamoci da fare. La società nasce nel momento in cui tutti i suoi partecipanti, spinti dalla volontà di preservarsi, firmano (metaforicamente) un contratto sociale col quale s’impegnano a rispettare i diritti e la dignità degli altri firmatari. Il rispetto, ovviamente, deve essere reciproco; si tratta di un diritto condizionato: do ut des. Per questo motivo un animale, che non possiede la facoltà di

comprendere che se vuole dei diritti deve rispettare dei doveri (es. non sbranare altri viventi), non può essere investito di diritti. Detto così, sentiamo già gli animalisti alla porta, ma acquietiamo gli animi se pensiamo al concetto di tutela. Nel momento in cui un essere vivente non può usufruire di diritti (nel senso sopra detto), può comunque usufruire della nostra tutela. Alla luce di ciò, dove collochiamo le AI? Le AI devono possedere diritti ed essere per questo tutelate o essere soltanto tutelate al pari degli animali? Se quanto detto è vero e le AI sono capaci di comprendere il binomio diritti/doveri, queste non possono essere ragionevolmente escluse dal contratto sociale. Quindi sì, alle giuste condizioni, le AI possono avere dei diritti.

Vengono in mente svariate obiezioni, ne siamo consci, ma lo spazio non permette di proseguire oltre. Ebbene, per il momento, la speranza è di aver insinuato il dubbio e la curiosità in chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui.

 

 

[1] A. M. Turing, Computing Machinery and Intelligence, Mind 49: 433-460, 1950.

[2] P. Contucci, Intelligenza artificiale tra rischi e opportunità, il Mulino, 2019.

[3] Contucci, op. cit., p. 637.

[4] Contucci, op. cit., p. 644.

[5] Contucci, op. cit., pp. 639-640.

[6] Contucci, op. cit., p. 643

[7] T. Hobbes , Leviatano, Laterza, Bari 2008

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