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Fare cose. Vedere gente. Il lavoro nell’età dello smart working

In Uncategorized on 16 January 2021 at 6:48 PM

Diego Castagno

Prologo

Smart Working che diventa Lavoro Agile è un artificio letterario che solo noi in Italia potevamo concepire. Con la fantasia e la furia dei linguisti dell’inizio del secolo scorso siamo riusciti ad italianizzare lo smart working, e ci abbiamo anche fatto una legge, (l.81/2017), perché era abbastanza chiaro che il mondo del lavoro stava cambiando, anzi era già cambiato. Ed assieme al termine abbiamo italianizzato anche il modo di intendere lo smart working, che come abbiamo visto in questi tempi di Covid è tutt’altro che “agile”, anzi, è una prova dura cui ci siamo sottoposti con entusiasmo iniziale ed una buona dose di ingenuità di cui incominciamo solo ora a renderci conto. 

Non che ci fossero grandi alternative in tempo di distanziamento sociale, altro neologismo di preziosa fattura, ma la celebrazione del lavoro a distanza, o lavoro agile, come lo strumento del futuro che ci restituirà tempo e aumenterà la produttività delle aziende, forse era eccessiva, perché nasconde una complessità che non si riduce al solo modo di lavorare, ma rinvia all’impianto stesso dei “paradigmi” con cui fino ad ora abbiamo interagito con il mondo dei nostri simili e con cui abbiamo immaginato il nostro futuro. Purtroppo di paradigmi nuovi non se ne vedono all’orizzonte e senza paradigmi non si capisce dove si è né dove si va, quindi ci teniamo i vecchi, sapendo che nel frattempo il mondo, compreso quello dei nostri simili, va da tutt’altra parte. E sorridiamo guardando il gatto dell’astronauta che salta sulla tastiera, immaginando che qualcuno gli presterà stivali magici, o un paio di ciabatte volanti.

Milano. Il lavoro inizia con l’Happy Hour 

La prima volta che sono entrato in un coworking ne sono rimasto affascinato. Mi è sembrato di entrare nel tempio del lavoro moderno, smart, di relazioni e gente che lavorando “fa cose vede gente”, e vedendo gente ci campa pure. Struttura TOP, come dicono a Milano, con spazi OPEN e super aperitivo a buffet. E un cartello un po’ inquietante appeso al muro dell’area LUNCH: “Il lavoro inizia all’ora dell’HAPPY HOUR”.

Tanto per dire, cari freelance che fate tanto gli splendidi, il business scatta solo se si hanno le relazioni giuste. Non le hai? Beh, siccome qui siamo tutto sommato meritocratici e un po’ calvinisti, allora abbiamo pensato che le opportunità devono essere per tutti: lavoraci su, e TAAC, ce la fai, scatta il business anche per te. Tutti, ovviamente quelli che pagano l’affitto, si svenano per l’aperitivo e accettano livelli di competitività tipici di quella comunità. Se no, il business non scatta. Questione di tempo e di organizzazione del tempo. 

Torino (aprile 1920)

Il tema quindi è il tempo. Nell’aprile del 1920 il “Secolo d’Italia” pubblica un articolo di un giovanissimo Benito Mussolini dal titolo Contro l’ora legale.

A me piace l’ora legale, sono meteoropatico, un’ora di luce in più la sera mi sembra un dono del Cielo. Al giovane Mussolini che interpretava il sentire degli operai della FIAT, costretti a turni sempre più faticosi e lunghi, l’ora legale non piaceva affatto. Anzi era un simbolo dell’annullamento dell’individualità, “un annientamento totale” contro la quale gli operai si ribellarono organizzando lo “sciopero delle lancette”. L’episodio è citato nel saggio di Raffaele Alberto Ventura, Radical Choc, assieme ad altre riflessioni di grande interesse che rimandano costantemente al tema del paradigma. Oggi viviamo “stirando” il vecchio paradigma, sapendo che a furia di tirarlo si romperà. Nel frattempo, secondo i meccanismi della “disruption” descritti da Schumpeter immaginiamo che nuove idee si stiamo consolidando e ci salvino dall’era della fine della storia, della fine del futuro e della fine del lavoro. 

Il tempo e lo spazio sono le categorie prime di comprensione del reale, eppure oggi sembrano relative: il Covid in questo è stata una esperienza che ha fatto scuola.

Il tempo del traffico urbano era quello dell’entrata a scuola o negli uffici, almeno fino a marzo 2020, almeno nelle grandi città. Il Covid ha appiattito e dilatato i tempi, mettendo in crisi organizzazione e percezione, o accelerando questi processi. Eppure se ha ragione Ventura, o Schumpeter, la crisi c’era già, la pandemia ha solo agito come il catalizzatore di una vernice sintetica e ha messo le persone di fronte a consapevolezze nuove. E lo ha fatto attraverso i grandi temi, tra cui quello del lavoro, che alla fine nonostante tutto resta l’ultimo distributore di risorse e identità da mettere e rimettere in discussione. Con scarso successo perché alla fine l’unico modo per garantire inclusione sociale, ridistribuzione delle ricchezze generate dallo sviluppo e identità individuale e collettiva oggi è ancora il lavoro. 

Epilogo

Lo smart working apre questo vaso di Pandora in cui i paradigmi vecchi vengono meno e quelli nuovi ancora non ci sono. Su tutti, il tema del lavoro.

Il Covid accelera questo processo di trasformazione o di sostituzione, tra uomo e macchine, tra personale e lavorativo.

Azzera e trasforma interi settori che sembravano emergenti, dal food al divertimento, dal medico all’avvocato. Il ristorante del futuro secondo gli esperti è solo una cucina, per il resto si consuma a casa. Il fenomeno è noto come Dark Kitchen, e, dicono, sarà il futuro della ristorazione. I camerieri non servono più, servono tanti rider in bicicletta. E serve gestire tanti dati. Cosa faranno domani i camerieri è un bel mistero. E un domani, magari non troppo lontano potrebbe toccare a medici e avvocati cooperare con le intelligenze artificiali o doversi reinventarsi. Difficile stare sereni se si fa il cameriere.

E lo smart working è solo un assaggio. Non è lo smart working che cambia le città, o le persone ma è il digitale che cambia il modo di vivere e lavorare, consumare e stare assieme. Come il digitale cambierà il mondo non si sa ancora. Ma quello su cui si può scommettere è la velocità con cui tutto cambierà. Anzi, è la velocità con cui si diffonde il digitale che lascia stupefatti e mette in crisi il senso del futuro, rendendone incomprensibile la direzione e il senso. Il tempo a disposizione, che alla fine è denaro, sembra davvero poco per riprogettare le vite nostre e delle nostre comunità, e il lavoro dopo tutto non è finito, sta solo cambiando, come tutte le cose nella storia dell’uomo e del pianeta.  

Post scriptum. Citazioni varie

A proposito di Coworking ed Happy hour, “l’uomo per sua natura non vuole guadagnare denaro e sempre più denaro, ma vivere come è abituato a vivere e guadagnare quanto è necessario”. La frase che oggi suona meglio rispetto a qualche anno fa è di Max Weber. Che morì a causa della pandemia della spagnola, 100 anni fa.  Come ebbe a dire Woody Allen, il tema è il seguente: “Dove andiamo, da dove veniamo, e soprattutto cosa mangiamo stasera”. Delle tre oggi forse possiamo fare qualche ipotesi plausibile sul “da dove veniamo”. Per la cena possiamo sempre contare sui rider. @d_castagno

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