Giovanni Scarafile

Archive for the ‘la perigliosa frontiera’ Category

La grande bellezza, un anno dopo

In Film Review, la perigliosa frontiera on 11 March 2014 at 6:21 PM

86th Annual Academy Awards - Governors Ball

In un editoriale pubblicato in settimana su “Il Fatto Quotidiano”, Marco Travaglio rifletteva sulle reazioni alla vincita dell’Oscar del film “La grande bellezza”. In particolare, ci si soffermava su quei commenti in cui si metteva orgogliosamente in risalto la bellezza dell’Italia che con l’attribuzione del premio sarebbe stata finalmente consacrata a livello internazionale.

Proprio su questa rubrica, un anno fa avevamo notato che i personaggi tratteggiati nel film facevano pensare ad un triste catalogo dell’umano, devastato dalla perdita della propria anima. Le passeggiate notturne del protagonista, Jep Gambardella, introducevano una discontinuità rispetto ad una serie di affreschi umani di figure sperdute in una mediocrità placida. “La grande bellezza” come un nuovo bestiario contemporaneo.

Ricordando i principali commenti apparsi sui giornali subito dopo l’attribuzione del premio al film di Sorrentino, Travaglio notava come probabilmente molti commentatori si fossero fermati soltanto al titolo del film. Può essere, in effetti, anche perché non è così desueto che si parli di ciò che si conosce poco.

È anche vero, tuttavia, che il cinema è forse il mezzo espressivo che più di altri permette il “contagio delle idee”. Nell’esperienza filmica, infatti, è come se lo spettatore entrasse così intimamente in contatto con ciò che è visto da non riuscire a contenerne il senso, che dunque diventa debordante, bisognoso in modo incontenibile di essere comunicato agli altri.

Ovviamente ci sono diversi livelli di lettura di un film.

Un primo livello prevede la restituzione del significato di ciò che è stato visto non mediante l’analisi di particolari sequenze, ma piuttosto mediante uno sguardo d’insieme del testo filmico; un secondo livello fa dipendere l’interpretazione dalla cifra stilistica del regista; infine, un terzo livello muove dal riconoscimento della presenza all’interno del film di particolari elementi specifici (inquadrature, scene, ecc.) che significano di per se stessi. Si tratta di vere e proprie centrali di generazione del senso, che non necessariamente vanno ascritte alle intenzioni degli autori.

Il testo filmico è così in grado di significare in modi molteplici, secondo paradigmi differenti. Questo, ovviamente, non significa che tutte le interpretazioni siano equivalenti, né che sia consentita la violenza ermeneutica. Il ricorso a ragioni probanti è, dunque, sempre vincolante.

All’interno di un tale quadro possibilista riguardo l’eventualità per ognuno di cogliere un aspetto veritiero del significato di un film, mi sento tuttavia di mutuare la conclusione dell’editoriale di Travaglio, secondo cui scambiare “La Grande Bellezza” per “un inno al rinascimento di Roma (peraltro sfuggito ai più) o dell’Italia significa non averlo visto o, peggio, non averci capito una mazza. Come se la Romania promuovesse Dracula a eroe nazionale e i film su Nosferatu a spot della rinascita transilvana”.

Giovanni Scarafile

[Pubblicato nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia del 9 Marzo 2014].

Superstizione ed ossessione

In Film Review, la perigliosa frontiera, Visioni on 2 March 2014 at 9:23 AM


il superstite
Aaron è il più giovane di due fratelli ed è l’unico sopravvissuto ad una tragedia del mare in cui cinque giovani hanno perso la vita. Nello sperduto villaggio della Scozia dove il giovane vive, il drammatico evento viene vissuto all’insegna di antiche superstizioni e leggende. Aaron, protagonista del film “Il superstite” di Paul Wrigt, si trova dunque a vivere nella condizione paradossale di essere considerato colpevole della propria salvezza. Seguito dalla camera a mano del regista, il ragazzo è oggetto di sguardi all’inizio sbalorditi che lentamente declinano verso la disapprovazione. La sola presenza di Aaron equivale al ricordo indelebile della sventura abbattutasi sul villaggio. Nel momento più intenso della vicenda narrata dal regista scozzese, la comunità – quasi un soggetto collettivo – inizia a pensare che la presunta instabilità del ragazzo possa essere la vera causa della tragedia. Il clima in cui vive non lascia indifferente Aaron, che subisce una metamorfosi, divenendo ciò di cui gli altri lo accusano: un essere da tenere alla larga. Nelle mente del ragazzo si insinua la leggenda secondo cui solo l’uccisione del mostro marino che ha causato la tragedia può restituire alla vita i cinque coetanei scomparsi. Così, attraverso un costante ricorso al flashback, Wright ci porta nelle mente del ragazzo in cui ricordi e realtà, immaginazione e  paura si amalgamano in una miscela giudicata dagli altri follia.

 Il film, che arriva nelle sale il prossimo 6 marzo, è valso al regista la candidatura, come miglior esordio,  negli Oscar britannnici (BAFTA 2014). “Il superstite” è un film intenso sull’approccio alla diversità, sulla paura, ma anche sul labile confine che separa la realtà dalle ossessioni. È dunque un lungometraggio sulla complessità di una vicenda psicologica, ben narrata in tutte le sfumature in cui essa si dispiega. Gli attori George McKay, nella parte di Aaron, e Kate  Dickie, nel ruolo della madre Cathy, sono davvero bravi ad incarnare la tensione psicologica e la resistenza del coraggio propri dei protagonisti.  Dal punto di vista stilistico, occorre segnalare i diversi tipi di grana del video di cui il film si compone e che non infrangono, ma anzi rinforzano, l’unità narrativa rispetto alla quale avrebbe forse giovato l’eliminazione di qualche scena che rischia di appesantire una trama comunque avvincente.

Nel clima plumbeo della scena finale del film, alcune grida richiamano gli abitanti sulla spiaggia. Anche Cathy accorre, devastata dall’ennesima scomparsa del figlio. Ciò che si para di fronte ai loro occhi è tale da immobilizzare tutti i presenti. Solo Cathy, spinta da una forza interiore, si avvicinerà alla misteriosa presenza che attende sul bagnasciuga. E così, solo nei fotogrammi finali sapientissimamente scelti dal regista, mentre gli abitanti del villaggio riacquisteranno la propria libertà, il film troverà il suo senso definitivo.

[Pubblicato nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia]