Giovanni Scarafile

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Se i profeti irrompessero

In credere, Letteratura, Poesia, teologia, Uncategorized on 5 March 2017 at 10:52 AM
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J. Ensor, L’entrata del Cristo a Bruxelles (1988) | Paul Getty Museum, Malibu

«Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
lo zodiaco dei demoni
come orrida ghirlanda
intorno al capo-
soppesando con le spalle i misteri
dei cieli cadenti e risorgenti
per quelli che da tempo lasciarono l’orrore

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
accendendo di una luce d’oro
le vie stellari impresse nelle loro mani
per quelli che da tempo affondarono nel sonno

Se i profeti irrompessero
Per le porte della notte,
incidendo ferite di parole
nei campi della consuetudine,
riportando qualcosa di remoto
per il bracciante
che da tempo a sera ha smesso di aspettare

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte
e cercassero un orecchio come patria

Orecchio degli uomini
ostruito d’ortica
sapresti ascoltare?

Se la voce dei profeti
soffiasse
nei flauti-ossa dei bambini uccisi,
espirasse
l’aria bruciata da grida di martirio
se costruisse un ponte
con gli spenti sospiri dei vecchi

Orecchio degli uomini
attento alle piccolezze,
sapreste ascoltare?

Se i profeti entrassero sulle ali turbinose dell’eternità
se ti lacerassero l’udito con le parole:
chi di voi vuol fare guerra a un mistero,
chi vuole inventare la morte stellare?

Se i profeti si levassero
nella notte degli uomini
come amanti in cerca del cuore dell’amato,
notte degli uomini
avresti un cuore da donare?»

Nelly Sachs, Le stelle si oscurano, 1944-46.

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Nelly Sachs (1891 – 1970), poetessa e scrittrice tedesca, Premio Nobel per la letteratura nel 1966.

La sensibilità al nascondimento di Dio

In credere, editoriale, Filosofia, teologia on 29 May 2015 at 2:17 PM

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Francesca Drago

La sensibilità al nascondimento di Dio dà origine a un’attenzione creativa per i luoghi in cui Dio si rivela in maniera più autentica: nella croce, nella negatività, nel conflitto, nella sofferenza; la lotta con il nascondimento di Dio non deve cedere alla tentazione di trovare una spiegazione teoretica al problema del male o di giustificare razionalmente l’esistenza di Dio. Soccombendo a questa tentazione, le forme moderne di teismo eludono troppo spesso la realtà dell’infelicità, nonostante, o forse a causa, di soluzioni moderne, argomentative al problema del male o “teodicea”. Muovendoci lungo queste linee,  le forme moderne di teodicea sono spesso sotterfugi idolatrici che distraggono e distolgono il nostro sguardo dall’infelicità umana. La distruzione di tali idoli fa di una lotta col male nella storia e nella natura da un lato, e con Dio stesso dall’altro, un momento necessario del pensiero teologico e filosofico. La lotta con il nascondimento di Dio è, dunque, tutt’altra cosa che apatia e indifferenza anzi è il sentiero privilegiato che porta al contatto con lui, così come afferma la Weil: “Mi pareva infatti – e lo credo ancora oggi – che non si resista mai abbastanza a Dio, se lo si fa per puro scrupolo di verità. Cristo vuole che gli si preferisca la verità, perché prima di essere Cristo egli è verità. Se ci si allontana da lui per andare verso la verità, non si farà molta strada senza cadere tra le sue braccia”. Nella sua lettura della tragedia greca, la Weil sosterrà che la sapienza nasce soltanto dalla sofferenza, dal dolore, dalla lotta; la grazia viene con violenza.

La lotta con Dio e l’esperienza concreta della sofferenza umana sono incontri indispensabili per far luce sul conflitti fra Dio e la sofferenza umana. La riflessione sulla questione del male non può essere isolata dal confronto esistenziale con la sofferenza. La questione del male si oppone a soluzioni teoretiche e mette in ginocchio l’intelletto. Il solo contatto con gli afflitti è la via più significativa per giungere al contatto con Dio. E’ qui che l’assenza apparente di Dio manifesta una presenza nascosta. E’ nei volti degli afflitti che scopriamo che il vuoto di Dio è una pienezza più grande della presenza di tutte le entità mondane. Il contatto con Dio ci è dato attraverso il suo nascondimento. “Il contatto con le creature umane ci è dato attraverso il senso della presenza. Il contatto con Dio ci è dato attraverso il senso dell’assenza. Paragonata a questa assenza, la presenza diventa più assente dell’assenza”.

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Come nella “notte oscura” di Giovanni della Croce, quando affronta l’infelicità, la memoria si perde e si svuota. “La sola sorgente di luce abbastanza luminosa per rischiarare l’infelicità del mondo è la croce di Cristo”. Ciò non implica che il mistero del male abbia una soluzione teoretica, fosse pure nella foggia della croce di Cristo. Quest’ultima è, piuttosto, una risposta divina al male ed il modello per la nostra risposta alla presenza dell’infelicità. E’ una risposta contrassegnata dalla solidarietà, senza un perché per la sofferenza. Essa rimane silenziosa.

La croce di Cristo non è soltanto una redenzione del peccato, ma comprende come suo significato centrale l’abbraccio della infelicità e la trasformazione del male radicale in gioia piena.