Giovanni Scarafile

Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Kierkegaard: vivere nella realtà negata

In Uncategorized on 11 August 2016 at 12:16 PM

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Igor Tavilla

Stig Dalager, L’uomo dell’istante. Un romanzo su Søren Kierkegaard, tr. it. a cura di Ingrid Basso, Iperborea, Milano 2016

«La vita può essere capita solo all’indietro [ma va vissuta in avanti]». Questa sentenza, tratta dal Diario di Søren Kierkegaard, sembra aver ispirato la scelta di Stig Dalager di percorrere a ritroso la biografia del filosofo danese, a partire dagli ultimi giorni di vita trascorsi presso il Frederickshospital di Copenaghen dove Kierkegaard si ricovera dopo essere stato colto da un malore per strada. Costretto a letto da un’infermità di cui nessuno riesce a diagnosticare la causa, il filosofo appare già rassegnato alla morte e più che attendere a un lucido bilancio della propria esistenza, rivive una serie di ricordi che affiorano alla coscienza tra il sogno e la veglia.

Come nota Ingrid Basso, traduttrice e curatrice del romanzo, Dalager propone al lettore il ritratto inedito di un uomo fragile, incapace di reggersi sulle proprie gambe, con una testa troppo pesante in proporzione al corpo, indice di una contraddizione profonda tra la dimensione dell’ideale, alla quale Kierkegaard si è consacrato, e il piano concreto di realtà. Più che una condizione transitoria, la ‘malattia’ si presenta dunque come la cifra che contrassegna dolorosamente l’intera esistenza del filosofo danese, e al cui debole lume si consuma la storia d’amore con Regine Olsen – la giovane donna che il filosofo abbandona dopo appena un anno di fidanzamento, ma a cui non smetterà mai di pensare come all’unico amore della sua vita.

La decisione di rompere con Regine matura, com’è noto, dalla sofferta consapevolezza che la malinconia, di cui Kierkegaard si sente prigioniero, avrebbe inevitabilmente reso infelice l’amata e trasformato il matrimonio in una continua e quotidiana tortura. Pur di restituire a Regine la propria libertà, Kierkegaard cerca dunque di passare ai suoi occhi per una canaglia e un poco di buono, ma la fidanzata, che subodora questa macchinazione, si rifiuta di lasciarlo. Alla fine, dovrà arrendersi di fronte all’irremovibile fermezza di lui, malgrado gli sforzi compiuti per convincerlo a restare. Anche quando, però, la relazione si è ormai ufficialmente interrotta, l’attrazione tra i due non si esaurisce. I loro sguardi continueranno a incrociarsi lungo le strade della cittadina danese, fino alla partenza di Regine per le Indie Occidentali al seguito del marito Fritz Schlegel.

La ragione profonda di questa condotta apparentemente incomprensibile risiede nell’incapacità di Kierkegaard di amare la giovane fidanzata hic et nunc, nella pienezza dell’istante. Il filosofo può soltanto ricordare e cantare l’amore – come la forza seduttiva dell’epistolario s’incarica di dimostrare – e può farlo a una condizione: che l’amata sia lontana. Infatti, da vero poeta, quale egli si considera, l’unico elemento in cui si sente a proprio agio è l’idea, cioè la realtà negata: il fantasma della realtà. A quest’ultima s’interessa, semmai, solo per trarne spunti da offrire alla sua fervida immaginazione, come accadeva quando era bambino e, mano nella mano con il padre Michael Pedersen, compieva lunghe passeggiate virtuali tra le quattro mura dell’appartamento di Nytorv.

La stessa produzione letteraria e le categorie che improntano la filosofia del Danese risultano pertanto segnate dalla sua tormentata esperienza interiore. Così, se attraverso l’aut-aut Kierkegaard certifica l’impossibilità di armonizzare le contraddizioni del proprio essere, la categoria del singolo ipostatizza l’isolamento in cui egli si trova confinato. Allo stesso modo, la malattia per la morte (descritta nell’omonima opera del 1849) rappresenta la disperazione – che Kierkegaard ben conosce – di volere essere se stessi e non poterlo diventare, mentre l’angoscia è il sentimento paralizzante della libertà di potere che pure il filosofo ha dolorosamente sperimentato in prima persona. In quest’ottica, anche gli autori fittizi, ai quali Kierkegaard aveva attribuito la paternità delle proprie opere allo scopo di promuovere nel lettore una scelta responsabile di vita, finiscono per apparire, in realtà, come altrettante maschere dietro le quali si agita una personalità frammentata e in conflitto con se stessa.

Sapendosi privo del coraggio necessario per diventare marito e riconoscendosi inadatto a svolgere il servizio pastorale, a Kierkegaard non resta che interpretare la propria impotenza come un segno profetico, ritenendosi chiamato da Dio a un compito speciale: risvegliare l’esigenza della fede nei propri contemporanei. Non siamo troppo lontani dalla spiegazione genealogica del cristianesimo, alla cui origine Nietzsche poneva il risentimento dell’uomo debole nei confronti della vita. Nell’opera di Dalager – su cui ci sembra aver inciso in misura determinante la monumentale e documentatissima biografia di Joakim Garff (Castelvecchi 2013) – il cristianesimo si presenta infatti come un elemento tutto sommato secondario, indotto dall’educazione paterna e via via radicalizzato nella polemica con l’autorità religiosa del tempo. A tale proposito è dato notare come, nelle quasi quattrocento pagine di cui consta il romanzo, Kierkegaard non prenda mai in mano la Bibbia («il libro – aveva fatto dire al famoso ‘qualcuno’ degli Stadi sul cammino della vita – che leggo più spesso, sta sempre sul mio tavolo») e non si raccolga in preghiera nemmeno una volta. Il filosofo si dimostra, al contrario, un distratto frequentatore di chiese, completamente assorbito dalla propria vicenda amorosa, persino quando proclama la parola di Dio dal pulpito di Kastelskirke.

Un romanzo su Kierkegaard non poteva che essere anche un romanzo su Copenaghen, la città in cui il filosofo ha trascorso l’intera esistenza e alla quale lo legava un rapporto simbiotico paragonabile a quello che univa Socrate ad Atene. Passeggiare all’aria aperta, percorrere in carrozza i viali della capitale e chiacchierare con la gente del popolo offriva, per altro, a Kierkegaard un valido diversivo per sfuggire alla propria malinconia. Il lirismo dei paesaggi, descritti da Dalager con la semplicità e l’immediatezza del ‘colpo d’occhio’ (questo il significato etimologico del termine danese øjeblik, ‘istante’) fa da controcanto a una prosa sorvegliata ma scorrevole, che il lettore italiano ha il piacere di leggere nella traduzione esperta di Ingrid Basso. Il ricorso insistito al flash-back, la forza misurata dei dialoghi, l’uso della soggettiva libera indiretta, la studiata alternanza di interni ed esterni, la scansione del romanzo in lunghi piani sequenza anziché in capitoli, contribuiscono a rendere la biografia di Dalager un interessante ‘esperimento’ cinematografico, dove la vita di Kierkegaard scorre sotto i nostri occhi come un’ininterrotta successione di istanti mancati su cui la morte stende infine il suo pietoso sipario.

Immagini alla velocità della luce (o quasi)

In Uncategorized on 4 August 2016 at 9:32 PM

Roberto Greco, Giovanni Scarafile

 

Quanto siamo veloci a percepire un’immagine? Quali conseguenze può avere una tale domanda nelle attività che svolgiamo ogni giorno?

Mary Potter, Professoressa Emerita di Psicologia del Massachusetts Institute of Technology, autrice di un recentissimo studio al riguardo, ci aiuta ad orientarci nell’ambito del primo quesito.

Il cervello umano – scrive la scienziata –  è in grado di processare un’immagine in soli tredici millisecondi. Si tratta di un vero e proprio record, considerando che in studi precedenti si era sostenuto che fossero necessari almeno cento millisecondi.

Secondo la Potter, dunque, ciò che il cervello compie tutto il giorno (tra le altre cose) è una reazione continua a stimoli visivi altrettanto continui. In altre parole, ogni persona cerca solo di vedere ciò che ha di fronte, scegliendo, tra ciò che vede, solo le informazioni necessarie ad una comprensione, perlomeno, sommaria.

Gli occhi spostano lo sguardo circa tre volte al secondo e una capacità “allenata” nel processare le informazioni viste può sicuramente portare lo sguardo su un nuovo target in modo più dinamico. Quando lo sguardo “colpisce” qualcosa, la retina invia le informazioni al cervello, che ne elabora forma, colore ed orientamento.

L’esperimento della professoressa Potter si è svolto con l’utilizzo di una risonanza magnetica funzionale, aumentando gradualmente la velocità di presentazione su schermo di alcune immagini, in precedenza non mostrate ai partecipanti. Studi precedenti (Del Cul, A., Baillet, S., & Dehaene, S. 2007) avevano mostrato come il cervello impiegasse circa cinquanta millisecondi per spedire l’informazione visiva dalla retina alla corteccia visuo-temporale, per poi spedire l’informazione ad altre aree cerebrali per “confermare” ciò che l’occhio aveva percepito (con un’ulteriore tempistica da considerare).

In questo modo si è dimostrato invece come l’elaborazione delle immagini non viaggi su tempistiche così “lunghe” ed articolate. Diminuendo progressivamente il tempo di percezione, l’ipotesi di un tempo percettivo inferiore per le immagini è stata confermata.

Non solo, un costante allenamento visivo ha ampiamente aumentato i risultati conseguiti dai partecipanti all’esperimento.

Lo studio ha inoltre dimostrato che l’informazione visiva, per essere processata, ha bisogno di un solo canale di elaborazione. Si tratta del canale che parte dalla retina e arriva al lobo temporale, zona cerebrale adibita al riconoscimento visivo.

A sua volta, lo sguardo necessiterà di ulteriore tempo per decidere sull’obiettivo su cui rimanere concentrato.

Nonostante la brevissima durata di presentazione, il cervello continua il processo di elaborazione e l’informazione continua ad essere trattenuta in memoria. Com’è stato possibile provarlo? Al partecipante veniva mostrata la lista di immagini che aveva visto durante l’esperimento. Se ne ricordava la presenza, aveva sicuramente richiamato alla memoria gli stimoli, nonostante la velocità estrema con cui erano stati presentati.

Prima di illustrare la specificità pratica di quanto illustrato finora, si pensi alla visione di un fulmine. Osservare un fulmine equivale a sfruttare le stesse caratteristiche visive e di memoria descritte sopra. Siamo in grado di vedere la forma del fulmine – ed eventualmente di ricordarla – nonostante esso compaia nel cielo per pochissimi decimi di secondo.

Il fulmine, pur presentandosi alla vista per un tempo infinitesimale, è processato e riconosciuto comunque come informazione visiva.

Bene, ora consideriamo quanto abbiamo illustrato finora e proviamo ad adattarlo alle consuete attività in cui siamo impegnati.

Al giorno d’oggi, sia nel luogo di lavoro sia nelle nostre vite private (si pensi ai social network), tutti facciamo uso di immagini. Esse sono spesso utilizzate come accompagnatrici delle parole. Si pensi, solo per fare un esempio, all’uso di immagini nelle presentazioni durante una conferenza. Quando ciò accade, le potenzialità di una immagine sono ampiamente sottostimate, dal momento che il messaggio comunicato da un’immagine viene percepito molto più velocemente di quanto non accada con le parole.

Hillman ha osservato che «l’immagine è massacrata e imbottita di concetti» (Hilman 1984: 91). Quelle parole, anche alla luce dei riscontri di cui si parla in queste righe, vanno in direzione della restituzione o nuova attribuzione di centralità allo spettatore e alla stessa esperienza della visione. Liberati, infatti, dal peso sovraordinante di approcci teorici precostituiti, si può forse porsi in ascolto delle immagini.

 

Bibliografia

 

Del Cul, A., Baillet, S., & Dehaene, S. (2007). Brain dynamics underlying the nonlinear threshold for access to consciousness. PLoS Biology, 5, 2408–2423

Potter, M.C., Wyble, B., Hagmann, C.E., & McCourt, E.S. (2014). Detecting meaning in RSVP at 13 ms per picture. Attention, Perception, & Psychophysics, 76(2), 270-279. DOI 10.3758/s13414-013-0605-z

Hillman, J. 1984. Storie che curano. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Risolvere conflitti

In Uncategorized on 27 July 2016 at 5:11 PM

don't raise

Mattia Galati

Le situazioni di contrasto, siano esse diverbi tra automobilisti, liti coniugali, confronti accademici relativi a tematiche specifiche, costituiscono aspetti con i quali ci confrontiamo ogni giorno.

Il pensiero di Marcelo Dascal costituisce un importante strumento teorico che permette di destreggiarsi in quest’ambito; consente, infatti, di identificare il conflitto in cui si è coinvolti, in modo tale da conoscerne i limiti e sfruttarne i pregi.

Secondo il filosofo, i dibattiti possono essere classificati, in base ad obiettivo, azione caratteristica e conclusione, in tre tipi.

Il primo è la discussione, nella quale ognuno dei contendenti cerca di affermare la veridicità della propria tesi e la falsità di quella avversaria attraverso prove razionalmente rigorose che permettano di determinare una soluzione conclusiva.

Il secondo è la disputa, che si configura come una lotta verbale nella quale le parti mettono in campo ogni possibile stratagemma, al fine di ottenere la vittoria non della posizione supportata dalle migliori argomentazioni, ma di quella sostenuta da maggiore abilità retorica.

La controversia si pone in discontinuità rispetto ai tipi precedenti perchè non è caratterizzata dalla

prevalenza di una parte sulle altre, bensì dalla collaborazione dei soggetti coinvolti. Nei dibattiti che appartengono a quest’ultima classe si cerca d’individuare una conclusione in cui possano convergere  gli spunti derivanti dalle varie tesi e che sia capace di ottenere l’unanime consenso dei partecipanti.

Ciò garantisce ad essa flessibilità ed una natura razionale, ma non dogmatica.

È preferibile ricondurre a questa terza categoria, quando possibile, i dibattiti appartenenti alle prime due, riuscendo così a trasformare scontri di carattere “agonistico”, che possono terminare solo con la vittoria di una delle parti, nella comune ricerca di una conclusione che possa essere ritenuta soddisfacente da tutti i soggetti coinvolti. La controversia, rifiutando di configurarsi come “duello verbale” e di muoversi nell’ambito della sola contrapposizione dialettica tra tesi opposte e predefinite, assume come campo d’azione uno spazio più ampio, che si estende a posizioni e  discipline differenti rispetto a quelle di partenza, rivelandosi l’unico elemento della triade presentata  ad ammettere innovazione ed ad ammettere innovazione ed interdisciplinarità e farne i propri punti di forza.

Mattia Galati, studente di Filosofia presso l’Università del Salento, laureando in Etica della Comunicazione con una tesi sulla Teoria delle
Controversie. Partecipa alle attività del Lab in Applied Ethics and Interdisciplinarity presso il cPDM.

Food Clear label, essere trasparenti conviene

In Uncategorized on 18 July 2016 at 9:07 AM

bimba arance

Maria Elena Latino

“Ogni individuo si sforza di impiegare il proprio capitale in modo che il suo prodotto possa essere di grandissimo valore. Generalmente non intende né promuovere il pubblico interesse, né sa quanto lo sta promuovendo. Si prefigge solo la sua sicurezza, solo il suo guadagno. In ciò è guidato da una mano invisibile per prefiggersi un fine, che non ha nessun interesse della sua intenzione. Perseguendo il suo interesse spesso promuove quello della società più efficacemente di quando realmente intenda promuoverlo

ADAM SMITH

 

L’approccio all’etichetta classico, “clean labeling” (Hillmann, 2010), ha necessità di evolvere abbracciando al suo interno concetti di trasparenza ed eticità.

La “clear label” (Agriculture and Agri-Food Canada, 2015) è ciò che una porzione, sempre più crescente, di consumatori richiede al settore agroalimentare, per mettere in atto un processo di democratizzazione del sistema cibo secondo i principi di sostenibilità della food citizenship (Wilkins, 2005). Secondo l’indagine condotta dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (2015), 9 italiani su 10 vogliono la carta d’identità sui cibi e il 70% di essi dichiara di voler conoscere l’origine del cibo che consuma per “questioni etiche”. Un chiaro trend di comportamento d’acquisto vede quindi il consumatore scegliere prodotti che rispondono ad interessi personali (Reiche et al., 2012) che possono essere semplici preferenze o valori ideologici che sfociano in nuovi target di prodotto come il cibo biologico, vegetariano, localmente prodotto, senza allergeni (ad esempio Gluten free) o sostenibile (Gonzalez-Miranda et al., 2013). Trend decisamente in crescita: ad esempio il mercato mondale del biologico si è quintuplicato negli ultimi 15 anni, raggiungendo nel 2015 gli 80 miliardi di dollari (IFOAM, 2015).

Ora ci chiediamo: può l’impresa dell’agroalimentare trarre vantaggio dal rispondere all’esigenza di trasparenza che il consumatore ha palesato? Aprire le porte dell’impresa e mostrare il proprio operato può aiutare ad aumentare il proprio fatturato guadagnando queste nuove fasce di mercato?

Come la “mano invisibile”, la creazione di una “Food Clear Label potrebbe rappresentare una nuova forma di convenienza per l’impresa dell’agroalimentare capace di promuovere l’interesse sociale del Food Citizen.

 

References

Agriculture and Agri-Food Canada (2015). Emerging Food Innovation: Trends and Opportunities. ISBN 978-0-660-03656-4.

Gonzalez-Miranda, S., Alcarria, R., Robles, T., Morales, A., Gonzalez, I., & Montcada, E. (2013, July). Future supermarket: overcoming food awareness challenges. In Innovative Mobile and Internet Services in Ubiquitous Computing (IMIS), 2013 Seventh International Conference on (pp. 483-488). IEEE.

Hillman, J. (2010). Reformulation key for consumer appeal into the next decade. Food Rev, 37(1), 14-16.

IFOAM (2015). Into the future. Annual report 2015.

Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (2015). Consultazione pubblica online sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari.

Reiche, R., Lehmann, R. J., Schiefer, G., & und Informationsmanagement, O. (2012). Visions for creating food awareness with future internet technologies. In GIL Jahrestagung (pp. 243-246).

Wilkins, J. L. (2005). Eating right here: Moving from consumer to food citizen. Agriculture and human values, 22(3), 269-273.

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Maria Elena Latino. Laureata con lode in Ingegneria Gestionale presso l’Università del Salento nel 2010. Ha conseguito un master in addestramento alla ricerca interdisciplinare nel settore aeronautica nel 2012. Ricercatrice presso il cPDM Lab del Dipartimento di Ingegneria dell’innovazione dell’Università del Salento dal 2012. La sua attività di ricerca è caratterizzata da un approccio multidisciplinare e riguarda i temi della tracciabilità agroalimentare, tecnologie applicate al settore marino e dell’acquacoltura, lo sviluppo di nuovo prodotto, il Product Lifecycle Management, la modellazione e simulazione dei processi di business, Technical Knowledge Management e l’Entrepreneurship. Associata di Naica SC. Dal 2013 si occupa delle seguenti attività: fundraising, project management, Business Process Management and Reengineering, Business Plan, Business Model, analisi di mercato e analisi finanziarie.

 

Programmazione Neuro Linguistica: una comunicazione etica?

In Uncategorized on 13 July 2016 at 2:52 PM

Matteo Jacopo Zaterini

Quante volte ci siamo chiesti se il nostro interlocutore è completamente sincero nei nostri confronti? Quante volte abbiamo avuto la sensazione che il discorso di qualcuno non “quadra” del tutto e, che forse, in fondo, tra una parola e l’altra qualcosa effettivamente ci sta sfuggendo?

Da esseri umani abbiamo la capacità di dare un significato, di interpretare qualsiasi cosa ci circonda. Ma questa capacità non è infallibile: non sempre riusciamo ad assegnare un significato che sia il più possibile vicino alle intenzioni di chi lo ha prodotto e, a volte, non riusciamo nemmeno a cogliere i segnali che ci troviamo davanti.

Esiste allora un modo per “leggere tra le righe” del discorso di qualcuno? Ci sono delle discipline che ci forniscono degli strumenti per trovare e interpretare dei segnali “nascosti” di comunicazione che altrimenti ci sarebbero sfuggiti?

Sappiamo tutti che è impossibile non comunicare: anche rimanendo immobili e in silenzio nell’angolo di una stanza, un osservatore può interpretare quello che (non) stiamo comunicando. Disagio, paura, distrazione, concentrazione sono tutte possibili risposte a domande del tipo: “come posso interpretare quello che sto vedendo, cosa sta provando quella persona, perché è ferma e zitta proprio in quel posto ed in quel momento?”

La Programmazione Neuro Linguistica ci promette di conoscere proprio “il come, il cosa, il perché” un’altra persona sta comunicando. Ci guida nell’interpretazione di segnali nascosti forniti dall’interlocutore, difficili da scovare ed interpretare correttamente. Si tratta comunque di una disciplina controversa, non riconosciuta come scienza, talvolta considerata dal mondo accademico come una serie di trucchetti per intrattenere l’audience. È un dato di fatto però il suo riuscire a raccogliere consensi da chi si è lasciato coinvolgere dalle attività formative organizzate all’interno di corsi, seminari e pubblicazioni.

Ma chi si avvicina alla disciplina la prima volta quali domande può “legittimamente” rivolgere alla PNL? Può, per esempio, chiedere e chiedersi quanto del rapporto tra interpretazione e contesto viene tutelato dall’approccio modellistico proprio della materia? Possiamo traslare le tecniche interpretative dalla PNL all’interno del contesto psicoterapeutico? Possiamo ignorare la (scarsa) considerazione che il panorama scientifico ha della disciplina? Attraverso l’uso degli strumenti della disciplina, vengono rispettate le premesse di una relazione che si possa definire “etica”?

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Matteo Jacopo Zaterini, laureato presso l’Università del Salento in Scienza e Tecniche Psicologiche, attualmente collabora con il Lab in Applied Ethics and Interdisciplinarity all’interno dell’IBIL.

Etica del vivente: quando il gusto prevale sul giusto

In Uncategorized on 2 July 2016 at 4:47 PM

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Silvia De Luca

Negli spot pubblicitari che ogni giorno ci vengono mostrati è facile vedere oasi naturalistiche, allevatori premurosi che portano al pascolo le mucche con il fiocco rosso, prosciutti considerati alla stregua di neonati. Sembra la normalità.

In rete, tuttavia, sono disponibili diversi documentari che pongono seri dubbi su questa rappresentazione della realtà. Uno di questi documentari, realizzato da Damiano Gori e Marco di Domenico, intitolato Mistificazione e sfruttamento – contro i mattatoi, lascia intendere che le immagini degli spot pubblicitari siano delle deformazioni della realtà, a vantaggio delle aziende produttrici, del commercio e del mercato della salute.

Vediamo, per esempio, un vitellino sul cui muso è stato inserito un dispositivo che rende vani i suoi tentativi di bere il latte della madre, destinato all’imbottigliamento. Noi non sappiamo se, come dice una delle didascalie del video, ciò che le immagini descrivono sia la normalità. Tuttavia, siamo consapevoli del fatto che quei comportamenti abbiano ben poco in comune con l’umano.

Si potrebbe continuare descrivendo le crudeli pratiche mostrate dal documentario, ma forse conviene soffermarsi su noi spettatori/consumatori,  provando a distinguere almeno tre categorie.

1) Colui che “preferisce non vedere”. Si tratta di coloro che preferiscono non guardare con la dovuta attenzione. A differenza di un tempo, oggi ci sono numerosi modi per venire a conoscenza dello sfruttamento degli animali. È sufficiente decidere di aprire gli occhi;

2) Colui che “sa, ma…”. È la categoria più ampia e variegata su cui, a mio avviso, occorrerebbe che si concentrasse l’attenzione da parte degli studiosi di etica della comunicazione. In particolare, occorrerebbe interrogarsi sulle modalità che hanno trasformato la necessità di cibo in arte culinaria, in cui il gusto prevale sul giusto.

3) Colui che “sa e agisce”.  Appartengono a questa categoria il cosiddetto “egoista”, il quale sceglie di cambiare alimentazione per un tornaconto personale, come il tenere sotto controllo la salute; il “cosciente”, che è informato della situazione e giunge a modificare l’atteggiamento nei confronti della vita stessa.

In generale, vi sono due modi di rapportarsi all’altro. Il primo, ponendo al centro l’io, rende l’altro una subordinata e lo reifica. Il secondo modo invece non mette al centro né l’io né l’altro, ma la relazione, cioè quello spazio tra l’io e l’altro.

Queste indicazioni generali possono essere fatte valere anche in materia di etica del vivente, sollecitando l’adozione di pratiche più appropriate e non mistificatorie. Cambiare atteggiamento è possibile. Basta mettere da parte abitudine ed egoismo, meglio definito come specismo, per lasciare spazio alla corretta informazione, alla consapevolezza e al rispetto dell’altro. Che non sempre è umano.

 

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Silvia De Luca. Studentessa di Filosofia, laureanda con una tesi in Etica della Comunicazione presso l’Università del Salento. Partecipa alle attività del Lab in Applied Ethics and Interdisciplinarity presso il cPDM della Facoltà di Ingegneria dell’Università del Salento.

Food citizenship, esigenze e consapevolezze nella scelta alimentare contemporanea

In Uncategorized on 30 June 2016 at 7:14 PM

Maria Elena Latino

Maria Elena Latino

 

Siamo ciò che mangiamo – Feuerbach, 1862

Il legame tra l’uomo e il cibo è antico e fonda le sue radici in aspetti culturali e multidisciplinari. Sebbene potrebbe sembrare superficiale racchiudere tali aspetti in un’unica frase, è essenziale riconoscere come la scelta alimentare sia elemento cardine del vissuto sociale quotidiano.

I consumi alimentari sono soggetti a cambiamenti per effetto di diverse variabili di natura economica, sociale e culturale (Cerosimo, 2011). Se nei primi anni della recessione (2007-2009), l’indisponibilità finanziaria ha portato il consumatore ad una contrazione della spesa alimentare con la scelta di alimenti essenziali, low cost e di scarsa qualità (Trafiletti, 2011), si registra negli ultimi anni un’importante inversione di tendenza: una crescente fascia di consumatori sceglie prodotti genuini presso mercati locali. Nel 2013 il 67% degli acquisti agroalimentari italiani avviene nei “farmers market” con un tasso di crescita del 25% rispetto all’anno precedente (Coldiretti, 2014).

Si assiste dunque, alla diffusione della “Food citizenship”, una serie di comportamenti legati al cibo che supportano, promuovono e scelgono lo sviluppo di un sistema cibo democratico e sostenibile dal punto di vista sociale, economico e ambientale (Wilkins, 2005).

Le informazioni di cui il cliente ha bisogno derivano da esigenze personali come ad esempio problemi di salute, scelte etiche o ambientali (Reiche et al., 2012). La complessità del settore alimentare e la varietà dei prodotti offerti, sollevano incertezze per i consumatori.

Quali sviluppi dunque aspettarsi in un contesto in cui la consapevolezza alimentare cresce? Il consumatore necessita di maggiori informazioni grazie alle quali assicurarsi che le scelte alimentari compiute risultino in linea con i propri valori personali (benessere degli animali, commercio equo-solidale, sfruttamento del lavoro, impatto ambientale, benessere e salute, ecc.). L’approccio all’etichetta classico ,“clean labeling” (Hillmann, 2010), ha necessità di evolvere abbracciando al suo interno concetti di trasparenza ed eticità.

 

References

Cersosimo, D. (2011). I consumi alimentari: evoluzione strutturale, nuove tendenze, risposte alla crisi. Edizioni Tellus, Roma.

Feuerbach, L. (1862). Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia.

Hillman, J. (2010). Reformulation key for consumer appeal into the next decade. Food Rev, 37(1), 14-16.

http://www.coldiretti.it/News/Pagine/151––-1-Marzo-2014.aspx

Reiche, R., Lehmann, R. J., Schiefer, G., & und Informationsmanagement, O. (2012). Visions for creating food awareness with future internet technologies. In GIL Jahrestagung (pp. 243-246).

Wilkins, J. L. (2005). Eating right here: Moving from consumer to food citizen. Agriculture and human values, 22(3), 269-273.

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Maria Elena Latino. Laureata con lode in Ingegneria Gestionale presso l’Università del Salento nel 2010. Ha conseguito un master in addestramento alla ricerca interdisciplinare nel settore aeronautica nel 2012. Ricercatrice presso il cPDM Lab del Dipartimento di Ingegneria dell’innovazione dell’Università del Salento dal 2012. La sua attività di ricerca è caratterizzata da un approccio multidisciplinare e riguarda i temi della tracciabilità agroalimentare, tecnologie applicate al settore marino e dell’acquacoltura, lo sviluppo di nuovo prodotto, il Product Lifecycle Management, la modellazione e simulazione dei processi di business, Technical Knowledge Management e l’Entrepreneurship. Associata di Naica SC. Dal 2013 si occupa delle seguenti attività: fundraising, project management, Business Process Management and Reengineering, Business Plan, Business Model, analisi di mercato e analisi finanziarie.

Noi disobbediamo

In Uncategorized on 20 September 2015 at 6:22 AM

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Stefano Semplici

Questo è uno strano “manifesto”, perché non è accompagnato da nessuna firma, salvo quella di chi lo ha scritto. Non volevo importunare ancora una volta colleghi e amici per cercare di coinvolgerli nel tentativo di trasformare in pubblico dissenso e dunque in azione politica i mugugni nei corridoi, il docile ossequio a norme e procedure vessatorie e manifestamente inutili giustificato con una nobile ma sempre invisibile obiezione di coscienza, l’abitudine a cercare il compromesso dall’interno “per limitare i danni” anziché scegliere la strada del confronto a viso aperto. Penso però che tutti coloro che condividono la necessità di valutare il lavoro dei professori, ma non il modo in cui ciò è avvenuto e il modello di università che si va così consolidando, dovrebbero finalmente trovare il coraggio di far sentire la loro voce dopo l’uscita del bando per la VQR 2011-2014. Finora solo pochi lo hanno fatto. E quei pochi non bastano. Ecco perché la pagina delle firme è vuota. Io farò naturalmente quello che propongo ai colleghi. Sarò felice se altri riempiranno quel vuoto con proposte migliori.

Stefano Semplici

 

Siamo professori universitari e non abbiamo paura di essere valutati. Perché sono i “capaci e meritevoli” che hanno diritto di raggiungere i gradi più alti delle carriere del sapere, come quelli degli studi (art. 34 della Costituzione). E anche perché sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento come un bene di tutti e per tutti e non solo per il profitto di pochi. Siamo dunque incondizionatamente favorevoli all’introduzione di tutte le procedure e di tutti gli strumenti che consentano di valorizzare i migliori e di individuare ed eliminare privilegi, inefficienze e tutto ciò che ha compromesso in questi anni la qualità del nostro lavoro e la nostra stessa immagine agli occhi dell’opinione pubblica.

La Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) è stata introdotta in Italia con la promessa che si sarebbe finalmente avviato un percorso virtuoso in questa direzione. La conquista di un “posto” non deve essere considerata come l’autorizzazione ad essere i soli giudici di quel che si fa o non si fa, senza che nulla accada neppure quando non si fa nulla. È un obiettivo importante e che non deve essere messo in discussione. Esso, tuttavia, è diventato il refrain (o forse il cavallo di Troia) di un processo che ha prodotto i seguenti risultati:

  1. La marginalizzazione della “missione” della didattica, da affidare in prospettiva, con l’eccezione di piccole nicchie di eccellenza, alle università di “serie B”, che produrranno laureati “certificati” di serie B e magari trattati come tali, a prescindere dalla verifica delle loro reali capacità e competenze. Praticamente tutti gli incentivi sono stati concentrati sulla qualità dei prodotti della ricerca e se i criteri imposti per la valutazione di questi ultimi sono apparsi subito discutibili quelli infine adottati per assegnare una risibile percentuale dei cosiddetti “fondi premiali” con riferimento appunto alla didattica sono a dir poco imbarazzanti. Risultato: per i professori e per coloro che aspirano a “fare carriera” ogni ora trascorsa al servizio degli studenti rischia di apparire come un’ora di tempo perso.
  2. La radicalizzazione del principio del publish or perish, i cui nefasti effetti collaterali sono da tempo evidenziati nella letteratura internazionale, nella ancor più spietata logica del publish and kill. L’obiettivo non è fare bene il proprio lavoro e dare il proprio contributo affinché tutti possano fare altrettanto nella comunità della ricerca, ma lottare con ogni mezzo per stare 
davanti agli altri. Risultato: una guerra di tutti contro tutti, che, come dimostrano anche l’asprezza e i contenuti del confronto sui criteri e parametri per l’abilitazione scientifica nazionale e il ruolo delle riviste di “fascia A”, non aiuta affatto a combattere le “baronie” e far emergere i talenti e rischia al contrario di rafforzare i gruppi di potere e prepotenza. E basta il buon senso per capire che il divario crescente delle risorse disponibili fra la cima e la coda delle “dettagliatissime” classifiche dell’Agenzia nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) rende e renderà impossibile perfino una leale “concorrenza” e il recupero da parte di chi ha idee potenzialmente vincenti e le capacità per realizzarle.
  3. La spregiudicata utilizzazione della parola d’ordine del “merito” per realizzare una brutale riduzione del finanziamento al sistema universitario, che era già ai livelli minimi fra i paesi più avanzati. Il blocco del turn over e quello degli scatti di anzianità sono gli elementi più evidenti di questa politica, ma gli effetti di lungo periodo della contrazione delle risorse giustificata con l’argomento che esse devono essere concentrate là dove non vengono sprecate riguardano soprattutto la desertificazione universitaria di intere aree del paese, che appunto non meriterebbero di ospitare centri di ricerca e di insegnamento di “serie A”. Risultato: meno opportunità di crescere per i talenti nati nel posto sbagliato, meno laureati di qualità, meno diritto allo studio.

La VQR 2004-2010, nonostante la buona volontà spesa da molti per realizzarla nel modo migliore, è stata nei fatti (ovviamente non nelle parole della retorica pubblica) lo strumento principale utilizzato per rafforzare questa idea di università, con il sostegno più o meno esplicito di tutti i governi che si sono succeduti in questi anni. È un’idea che rispettiamo, perché per alcuni la competizione dura di tutti contro tutti è davvero il modo più efficace per promuovere il sapere. Ma non è la nostra. E siamo convinti che non sia neppure quella che corrisponde allo spirito e alla lettera della Costituzione.

La Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, inviando all’ANVUR le sue osservazioni sul bando della nuova VQR, relativa ai “prodotti” degli anni 2011-2014, ha denunciato in particolare la gravità delle conseguenze del taglio delle risorse, ne ha chiesto il recupero e, confermando il sostegno all’idea di “un sistema di valutazione ben congegnato e implementato per migliorare la qualità della ricerca”, ha ritenuto corretto avvertire la stessa ANVUR e il Ministero che “solo a tale condizione di recupero delle risorse tagliate sarà possibile garantire la collaborazione del sistema universitario allo svolgimento del nuovo esercizio VQR 2011-2014”. Non possiamo che prendere atto del silenzio del Governo su questo punto e pensiamo che, purtroppo, quello confermato da questo bando NON sia un sistema di valutazione ben congegnato.

Per questo riteniamo, con amarezza, che sia davvero arrivato il momento di DISOBBEDIRE e di non fare quello che dal bando viene richiesto. Non è vero che si tratta di un destino ineluttabile, perché la VQR è semplicemente irrealizzabile senza la collaborazione dei professori universitari. Questa VQR, perché noi VOGLIAMO essere valutati e dare così anche in questo modo ai cittadini la certezza che i loro soldi sono spesi bene. Una procedura di valutazione diversa e alla quale ben volentieri ci sottoporremmo potrebbe prevedere per esempio la semplice verifica di soglie e parametri adeguati a garantire che in tutte le università si svolga una almeno dignitosa attività scientifica, abbandonando l’ossessione delle graduatorie e puntando decisamente a promuovere la qualità diffusa del sistema universitario (obiettivo da non confondere con l’idea che tutti debbano necessariamente fare nello stesso modo le stesse cose). Eventuali fondi premiali per le “eccellenze” dovrebbero comunque essere sempre “aggiuntivi” rispetto a quelli necessari per il normale funzionamento degli atenei. Non ci sarebbe comunque spazio per gli aspiranti fannulloni e resterebbe alla politica, come è giusto che sia

e sulla base di una informazione oggettiva e fondata, la responsabilità di altre e più complesse decisioni.

Questa disobbedienza, che non mette dunque in questione il principio della valutazione ma solo la sua applicazione, che ha prodotto e produrrà conseguenze che consideriamo inaccettabili, può avere successo solo se sarà una scelta condivisa .

Chiediamo alla CRUI di confermare la sua posizione e annunciare che le università italiane non parteciperanno alla VQR 2011-2014, almeno fino a quando Governo e Parlamento non avranno dato una risposta concreta e definitiva sul recupero delle risorse.

Chiediamo al CUN di esprimersi in modo inequivocabile sulla posizione della CRUI e sulla possibilità di considerare “ben congegnato” l’attuale sistema della VQR, assumendosi le sue responsabilità se ritiene di doverlo sostenere e indicando, in caso contrario, le azioni da intraprendere in alternativa a quella che stiamo proponendo e che ha il vantaggio di non togliere nulla ai nostri studenti e al nostro impegno per la ricerca.

Chiediamo alle società scientifiche di invitare i loro soci a ritirare la loro eventuale disponibilità a far parte dei Gruppi di Esperti della Valutazione, in modo da bloccare l’intera procedura fino a quando non ne siano stati ridefiniti obiettivi e modalità.

Chiediamo ai singoli docenti e ricercatori di esplicitare la loro adesione a questa protesta, annunciando pubblicamente l’intenzione di acquisire l’identificativo ORCID, come previsto tassativamente dal bando della nuova VQR, ma di non elencare in ordine di preferenza i prodotti di ricerca attraverso lo strumento informatico messo a disposizione dal CINECA. Almeno fino a quando, una volta verificata l’indisponibilità della maggior parte dei colleghi a scegliere la via del rifiuto, ciò non venisse imposto come condizione imprescindibile per l’invio degli stessi da parte delle rispettive istituzioni.

Siamo consapevoli di non poter chiedere di più, perché la disobbedienza solo di pochi si tradurrebbe automaticamente in un danno non solo per loro ma anche per le comunità alle quali appartengono. È un’astuzia diabolica del sistema. Se saremo tanti, potremo però superarla e costringere Governo e Parlamento a cambiare rotta. In caso contrario, la responsabilità sarà solo nostra. Della nostra pigrizia, della nostra rassegnazione, della nostra incapacità di scegliere il coraggio delle parole chiare e distinte. Chiediamo in ogni caso a chi vorrà aggiungersi a noi l’impegno a non prestare nessuna ulteriore forma di collaborazione, lasciando a chi sostiene questa VQR o comunque non ritiene di doversi opporre ad essa almeno l’onere di farla funzionare.

Chiediamo infine ai nostri studenti di non considerare questo problema come “un affare dei professori” e di dare la loro risposta sui tre punti che abbiamo sollevato. Presentando i risultati della prima VQR, l’ANVUR li ha indicati, insieme alle loro famiglie, fra i soggetti che potranno trarre vantaggio da questo sistema. Per noi è importante sapere se sono d’accordo.

 

YOD MAGAZINE ringrazia il prof. Stefano Semplici per aver dato il permesso alla pubblicazione di questo scritto, apparso originariamente su Roars.it

 

 

La fede di tutti

In credere, editoriale, Filosofia, Uncategorized on 20 September 2015 at 5:50 AM

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Giovanni Scarafile

«Sa, spesso, durante le omelie, sento il bisogno di mettermi ad urlare», mi confessa candidamente Ermanno, un apparentemente pacato signore di mezza età, durante un lungo volo intercontinentale. «Non l’ho mai fatto», aggiunge sommessamente, decrittando la mia espressione preoccupata.

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo – ragiona Ermanno – in cui si ha bisogno di parole calde. Non consolazioni a buon mercato, ma piuttosto la speranza che un senso nella vita possa esserci. Sì, è vero, ci sono gli psicologi che aiutano a cercare dentro di te. Ma questo può non bastare. No, di consulenza filosofica non ha mai sentito parlare. «A cosa alludi – siamo passati al tu molto rapidamente – esattamente?», gli ho infine chiesto.

«Sono un credente sui generis, Gianni. Sì, insomma, non sono mai stato un praticante in piena regola. Ma mi piace, mi è sempre piaciuto sentir parlare di Gesù. Quando accade, sento una pace dentro inimmaginabile altrimenti. E così, qualche volta, vado a sentire le omelie. Entro in una chiesa scelta a caso. Mi siedo come un qualsiasi fedele e aspetto che arrivi il momento giusto. Poi, ascolto. Beh, che ti devo dire? Mi scende il latte alle ginocchia. Non che io abbia gli strumenti teologici per giudicare il grado di preparazione di un prete. No, non è questo. È che non mi sento toccato. Mi chiedo come possa il commento della parola di salvezza non partecipare del senso di ciò che dovrebbe esprimere».

Mentre – annuendo – socchiudo gli occhi, tentando di capire se il mio interlocutore è un convertitore seriale in incognito, sento la mente inondarsi di ricordi della delusione provata a mia volta di fronte all’insipienza dell’ennesima predica “a vuoto”.

 

* * *

Quelle parole che splendevano luminose, «vangelo», «apostolo», «battesimo», «conversione», «eucarestia», sono state svuotate di senso o riempite di un senso diverso, banale e innocuo. «Buona cosa è il sale,» dice Gesù «ma se il sale perde sapore, con che cosa verrà salato?» [4].

 

È vero che stiamo assistendo ad un ritorno alla letteratura religiosa nell’attuale panorama editoriale? Numericamente, non direi. Il numero dei libri a contenuto religioso è infatti fin troppo esiguo anche solo per avviare qualsiasi verifica. Non si può, tuttavia, negare che alcuni libri recenti (Il Regno di Emmanuel Carrère, prima di tutto e poi anche Sottomissione di Michel Houellebecq, Giuda di Amos Oz, La ballata di Adam Henry di Ian McEwan) sollevino il problema del ruolo della religione nella nostra vita, come Lucetta Scaraffia [7] ricorda: «A cosa serve la religione? Quali sono le ragioni per cui val la pena vivere anche senza Dio? Come ci si può mettere al posto di Dio per decidere se una persona deve vivere o morire? Decisioni sempre più difficili e drammatiche, situazioni emotive sempre più dolorose pesano sulle spalle di persone che non sanno più come orientarsi, che hanno perduto ogni punto di riferimento che non sia la loro razionalità».

Si tratta, in realtà, di domande “inattuali”, destinate a non essere superate dalle mode passeggere e che, probabilmente proprio per questo, riaffiorano oggi, testimoniando la centralità della domanda di senso. Eppure, sembra che domanda ed offerta siano destinate a non incontrarsi. Non del tutto, almeno. Come segnalato dalle parole di Carrère ricordate all’inizio e dalla vana ricerca di Ermanno incontrato in aereo, le parole della fede sono inefficaci, spesso desuete, destinate nel migliore dei casi ad essere comprese appieno solo dagli addetti ai lavori.

L’aggiornamento dei contenuti (espressioni, ma anche gesti liturgici) della fede richiede competenze specialistiche, ovviamente. Tuttavia, da un punto di vista opposto, quella stessa attualizzazione dei contenuti della fede si sottrae ad una “esecuzione” riservata a pochi esperti. Essa, è, piuttosto, un compito universalmente rivolto a tutti i credenti. Non so, infatti, immaginare il motivo per cui ogni singola coscienza credente o, prima ancora, pensante, non dovrebbe essere interpellata in merito alla adozione di strumenti più appropriati per comunicare i dati fondamentali di un credo.

È strano, no? La fede è per tutti, è di tutti, non è certo una proprietà privata. Proprio per questo, dovrebbe essere formulata in un linguaggio ordinario comprensibile a tutti. In cosa crede chi crede se il linguaggio della fede è incomprensibile?

 

1. Le ragioni di una crisi

Le parole iniziali di Carrère parlano di una crisi. Ci sono – spiega lo scrittore francese – parole della massima importanza che, tuttavia, non sono più in grado di farsi comprendere da coloro cui sono destinate. In questi casi, ciò che viene meno non è tanto la possibilità di riferirsi alla realtà ordinaria indicata dalle parole che utilizziamo più spesso. No, nella misura in cui a perdere “peso” sono le parole fondamentali di una religione, ciò che rischia di venir meno è il grado di incisività dell’appello alla salvezza inizialmente veicolato da quelle parole.

Per rendersi conto del danno, è bene ricordare come ogni religione proponga ai suoi fedeli una via verso la pienezza del senso. Le vie possono essere diverse, a seconda delle religioni, sebbene non vi sia unanimità su tale assunto[1]. Nella molteplicità delle vie, il dato costante è comunque rappresentato dall’attestazione che il senso, molto spesso un senso ultraterreno, sia conseguibile o, prima ancora, che un senso vi sia. In questa vita, possono esserci molte cose di cui non comprendiamo appieno o non comprendiamo affatto il senso. Non importa, dice la religione. Questa eclissi del senso è solo una condizione temporanea, dovuta alla nostra natura mortale. Superata la fase delle mortalità, il senso del tutto potrà finalmente essere contemplato ed anzi, perché ciò accada, è bene che già in questa vita si adottino determinati comportamenti. Nel momento in cui le parole sono svuotate, come dice Carrère e molti altri al suo fianco, è la stessa dinamica di conseguimento del senso ad implodere. Ecco perché discutere dell’attualità del linguaggio religioso riguarda tutti.

 

2. La consunzione delle strutture segniche

Il nostro consueto comunicare è spesso accompagnato dal tacito convincimento che le parole di cui ci serviamo abbiano il potere pressoché eterno di riferirsi ai significati delle cose. In realtà, esse rappresentano forme di significazione “a tempo”. Rinviano a ciò che rappresentano, ma solo a determinate condizioni. La durata rappresenta una di queste condizioni: con il passare del tempo, i modi del dire diventano desueti.

Quando una parola non conduce più nei pressi di ciò che indica, ma anzi disorienta o lascia indifferenti, allora ci troviamo di fronte al fenomeno della consunzione delle strutture segniche. Nella vita di una parola, come si arriva a tale consunzione? La domanda è importante, perché se comprendiamo la genesi della consunzione possiamo sperare di trovarle un antidoto.

Nel corso della sua esistenza, una parola oscilla tra due poli: originalità e stereotipia.

Esiste, com’è noto, un serbatoio linguistico dentro il quale troviamo la gran parte delle parole di cui ci serviamo ogni giorno. Di solito, per dare un nome alle cose o alle situazioni, il nostro compito consiste nel combinare le parole esistenti oppure nel fare uso di espressioni linguistiche già preformate. La differenza tra il primo ed il secondo approccio è sostanziale.

Nel primo caso, nel processo di creazione o combinazione creativa di termini desunti dalla tradizione, noi facciamo appello alla parte più intima di noi, l’individualità essenziale. La parola o l’espressione che scaturisce è il risultato della nostra meraviglia di fronte a ciò che è da nominare. Si tratta di una esperienza fondante ed originaria che, non a caso, la tradizione di pensiero occidentale fa coincidere con l’inizio del senso.

Nel secondo caso, quella della parola prêt-à-porter, il ricorso all’individualità essenziale è ridotto al minimo. Si tratta, infatti, per lo più di mutuare e fare propria una parola o espressione già costituita. Ecco, dunque, i due poli cui accennavo. Sul primo versante, l’originalità di una espressione scaturita dalla parte più intima di noi stessi; sul secondo, la stereotipia inevitabile conseguente l’uso di «gettoni verbali» [8] convenzionali.

A questo punto, la fisiologia della parola è quasi del tutto determinata. Manca solo un ultimo passaggio. Infatti, una volta individuata, un’espressione linguistica non mantiene inalterato il suo potere di rinvio al significato. Tutt’altro. È possibile, anzi, riferire un naturale decadimento che accompagna la vita delle espressioni. Si tratta di una parabola discendente, che dal momento della nascita, acme della significatività, conduce fino all’insignificanza.

La dinamica della parola fin qui accennata ha conseguenze dirette per il nostro discorso. Infatti, proprio perché una parola non permane nella sua iniziale significatività, se non si vuole smarrire ciò cui essa rinvia, occorre che sia aggiornata, ovvero resa nuovamente adeguata al contesto. “Comunicare in tempo”, allora, significa avvalersi di strutture segniche non desuete, ma adeguate al contesto: i segni del mutamento richiedono un mutamento dei segni.

 

3. Tornare a cercare la verità

Le parole di Carrère, citate all’inizio, si riferiscono ad un caso particolarmente significativo di questo processo: come rendere di nuovo attuali, cioè incisive, vincolanti ed irrinunciabili, parole fondamentali della fede cristiana oggi considerate obsolete?

Prima di rispondere a questa domanda, occorre mettere in conto una scontata obiezione: ma come – si dice – non sono le parole del cristianesimo valide in eterno? Che bisogno c’è di “aggiornarle”? Oppure – si obietta – non si corre il rischio che con l’aggiornamento di quelle parole si relativizzi il loro significato?

L’assunto, molto spesso inconsapevole, su cui poggiano tali obiezioni è che le parole possano indicare in eterno, secondo una procedura già confutata nel paragrafo precedente. Consapevolmente o meno, infatti, si continua a ritenere che la lingua originariamente scelta per veicolare il cristianesimo sia immutabile, sottraendole quel carattere di storicità che invece ed incontrovertibilmente le appartiene. In aggiunta, si potrebbe ricordare con il gesuita Pierre Gibert [5] che «Già per le prime generazioni cristiane, quelle provenienti da un paganesimo saturo di racconti mitici quanto di cinici racconti di guerra e violenza, solo l’allegorizzazione di tutte le loro figure dava ad esse un senso conforme alla fede in Cristo».

Alle obiezioni appena richiamate, si dovrebbe rispondere, che è senz’altro vero che il messaggio di Cristo è eterno. Tuttavia, non è meno vero che tale messaggio, per essere efficacemente conosciuto ed applicato, deve essere espresso nella lingua degli uomini. È stato fatto così agli inizi del cristianesimo. Perché non dovrebbe essere così, oggi? O si vuole forse sostenere che sia meglio una fede abitudinaria in cui l’accesso al significato sia fondato sulla tradizione o sulle pratiche devozionali e non sulla Parola? O si vuole auspicare una fede basata sull’ossequio all’autorità e non sulla Parola? O si vuole difendere una fede fondata sulla paura di affrontare il proprio destino e non sulla Parola?

Si tratta allora di eliminare ogni possibile incrostazione (linguistica, ideologica o di altro tipo) per fare in modo che quel messaggio possa risuonare nel pieno della sua efficacia anche agli uomini di questo tempo. Senza necessariamente fare proprie tutte le sue tesi, basti qui ricordare che nel 1985 il Jesus Seminar[2] ha osservato che l’attribuzione dell’84% delle parole di Gesù non è fondata.

Ora, la sola eventualità che si continui a ritenere vero ciò che vero non è, dovrebbe spingerci, come credenti, ad intraprendere ogni sforzo perché questo genere di questioni possa essere almeno dibattuto.

Il mio timore è che una delle principali ragioni per cui questo non accada o non accada con la stessa forza con cui dovrebbe accadere secondo il buon senso, è che si è forsennatamente impegnati a gestire l’esistente. Inutile dirlo: la gestione dello status quo non sembra operazione di particolare assennatezza. Per intendersi: nell’ambito della vita ecclesiale, di fronte al rischio di credere in ciò che potrebbe essere non vero, si continua – come se nulla fosse – ad organizzare processioni e comitati feste patronali, a scendere nelle piazze per cantare in coro a squarciagola canti in cui Dio stesso è divenuto un oggetto di cui sbandierare il possesso o a fare il “trenino” – sì, anche questo – sulle note di “Ho visto Gesù Cristo, ho visto Gesù Cristo, eh mammà, innamorato sono”.

In questo scenario, nel migliore dei casi, nell’ambito della pastorale, la routine ha sostituito la ricerca della verità. Qualche tempo fa, il teologo e vescovo episcopaliano John Shelby Spong, sostenne che i membri del clero fossero impegnati a nascondere ogni conoscenza sul reale Gesù Cristo «per paura che il fedele medio, conosciuto il vero contenuto del dibattito, senta la sua fede distrutta e, cosa più importante, non sostenga più il cristianesimo istituzionale», concludendo che «Ogni divinità che ha bisogno di protezione nei confronti della verità, da qualunque fonte provenga, è già morta» [1]. Quella previsione, che comunque presupponeva un atteggiamento avveduto, critico e consapevole da parte del clero, sembra oggi fin troppo ottimistica. È difficile, a questo punto, non essere d’accordo con Ermanno, l’uomo dell’aereo: basta ascoltare la maggior parte delle omelie oggi per rendersi conto che il cristianesimo proposto ai fedeli sembra sprofondato in una sorta di melassa insapore.

 

4. La fede di tutti

In diversi momenti del suo libro, Carrère ricorda di non essere credente, pur essendolo stato. Questa sua condizione non lo legittima di meno a parlare della fede e della fede cristiana in particolare. Perché la fede e la fede cristiana, cioè la  proposta di un senso specifico per la vita dell’uomo, è fede di tutti. Non soltanto di un gruppo di uomini autorizzati a parlare perché in possesso di una particolare patente, ma di tutti.

Perché ciò accada, però, è necessario che si torni a proporre quei contenuti nel linguaggio degli uomini di questo tempo. Questo è il principale merito de Il Regno, anche quando sembra allontanarsi dalla ortodossia. Esso rimane comunque la testimonianza di un’anima in ricerca.

Nella sua opera, lo scrittore francese “offre se stesso” come materia di narrazione. Tale implicazione personale ha fatto parlare, forse un po’ enfaticamente, di «rito eucaristico» [2]. Tuttavia, ancor più che nei romanzi precedenti (uno su tutti, L’avversario), la scelta formale dello scrittore di implicarsi non è aliena dalla sostanza di ciò che è narrato. Questo mi sembra debba essere sottolineato. Attraverso tale espediente, si realizza ciò che Baumgarten [3] definiva «grandezza estetica», ovvero la perfetta corrispondenza ed adeguatezza tra pensieri ed oggetti. Il risultato è l’invito alla immedesimazione rivolto implicitamente al lettore: «Il lettore depone progressivamente le armi, non tanto sedotto dalla parola che non potrebbe dominare, ma perché sorpreso nel riconoscere se stesso in bagliori diversi […] che gli permetteranno di andare oltre per ritrovarsi un po’ più lontano, toccato personalmente» [5]. Tale merito è riconosciuto anche da Scaraffia: «Ma la domanda sulla resurrezione, fondamentale, è vera, e percorre tutto il libro a domandarci, a nostra volta, se ci crediamo veramente. Ci costringe a prendere atto che se ne parla pochissimo, perfino da parte della Chiesa stessa, come se fosse un argomento leggermente sconveniente» [7].

* * *

 

– «Quante volte nell’ultimo mese hai pronunciato la parola “misericordia” nei tuoi discorsi?». Intuendo dove conducessero le sue parole, ho esitato qualche istante prima di rispondere al mio interlocutore a 11000 metri d’altezza.

– «Mah… Nessuna, mi pare».

– «E non ti sembra un autogol che, per indicare un evento rivolto all’umanità intera come un anno santo, si sia fatto ricorso ad un termine obsoleto, del tutto caduto in disuso nel linguaggio ordinario? Usando parole da “addetti ai lavori” non si continua a vanificare la forza di una fede per tutti, della fede di tutti?»

 

 

Riferimenti bibliografici

  1. Adista documenti, n. 28 del 21/07/2012.
  2. Bajani, A. 2015. Storia di Gesù al filtro del proprio Io. Il Manifesto. 01.03.2015
  3. Baumgarten, A.G. 2000. Palermo: Aesthetica Edizioni
  4. Carrère, E. 2015. Il Regno. Milano: Adelphi
  5. Gibert, P. 2015. Da Lui a noi: qual è il «Regno» di Emmanuel Carrère?. La Civiltà Cattolica 3963-3964, pp. 308-317
  6. Intervento del cardinale prefetto Joseph Ratzinger In occasione della presentazione della dichiarazione “Dominus Iesus”, reperibile su: http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000905_dominus-iesus-ratzinger_it.html
  7. Scaraffia, L. 2015. Nuovi romanzi ‘religiosi’. Sul ritorno del cristianesimo nella narrativa contemporanea. La Rivista del Clero italiano, 5/2015, pp. 362-372.
  8. Steiner, G. 2001. Linguaggio e silenzio. Milano: Garzanti

 

[1] Basti ricordare quanto scriveva l’allora cardinale Ratzinger [6]: «Nel vivace dibattito contemporaneo sul rapporto tra il Cristianesimo e le altre religioni, si fa sempre più strada l’idea che tutte le religioni siano per i loro seguaci vie ugualmente valide di salvezza. Si tratta di una persuasione ormai diffusa non solo in ambienti teologici, ma anche in settori sempre più vasti dell’opinione pubblica cattolica e non, specialmente quella più influenzata dall’orientamento culturale oggi prevalente in Occidente, che si può definire, senza timore di essere smentiti, con la parola: relativismo».

[2] Il Jesus Seminar fu fondato nel 1985 da Robert Funk e John Dominic Crossan e riuniva un gruppo di 150 studiosi specializzati nell’ambito degli studi biblici. Cf. [1].

Cybersex e cybersex addiction: le nuove frontiere del sesso

In Uncategorized on 20 September 2015 at 5:39 AM

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Nunzia Marciante

La recente diffusione del computer e l’utilizzo sempre più massivo dei social network ha determinato un cambiamento nel contesto sociale, generando modificazioni dei comportamenti, dei linguaggi e delle abitudini di milioni di persone. Diversi studiosi americani hanno spiegato la diffusione di questo fenomeno con la teoria della tripla “A”, sottolineando le caratteristiche di “Anonimity” (anonimato), “Access” (facilità d’uso) e “Affordability (economicità) che hanno consentito un rapido sviluppo del fenomeno. Questi aspetti col tempo hanno finito con il coinvolgere anche ambiti come la sessualità che erano esclusi dalla rete e dal suo utilizzo. La progressiva chiusura dei cinema a luci rosse e la drastica riduzione della tiratura dei giornali hard hanno aperto uno spazio nel mondo del World Wide Web, dove la sessualità è divenuta via via sempre più virtuale, mediante il desiderio di vivere emozioni attraverso uno schermo, piuttosto che con un partner reale. La rete diventa così il luogo dove potersi esprimere ed incontrare, con l’obbiettivo di trasgredire ed evadere dalla quotidianità di un rapporto di coppia. Per alcuni versi il cybersex può essere visto come la possibilità di incontrare nuovi partner sessuali virtuali con i quali simulare attraverso chat scritte o video chat, di avere rapporti sessuali, anche con l’ausilio di web cam. D’altro canto, il sesso cibernetico può essere anche finalizzato alla ricerca di forme di sessualità non tradizionali e pertanto non riconosciute all’interno delle forme convenzionali di intimità. In quest’ottica la rete diventa una vera e propria incubatrice, una sorta di “Grande Madre” dove poter custodire insieme alle fantasie più recondite anche la propria domanda di riservatezza e di protezione.

Sono gli uomini di età compresa tra i 35 e 55 anni, sposati o separati, ad essere i più importanti frequentatori di internet a scopo sessuale. Dietro a questo identikit si cela spesso un individuo che ha difficoltà nel relazionarsi ad un partner reale, o che preferisce instaurare un rapporto con l’altro esclusivamente virtuale, superficiale, senza dover mettere in gioco se stesso e la propria capacità di amare. Infatti, per alcuni uomini e per un esiguo numero di donne, il sesso più soddisfacente è rappresentato da quello che si pratica con un partner attraente e allo stesso tempo compiacente, con il quale però non creare nessun tipo di coinvolgimento emotivamente profondo. Inoltre, la necessità di cercare all’interno della rete stimoli sempre più intensi può portare l’individuo a trascorrere sempre più ore connesso al computer, attuando un comportamento compulsivo che si può trasformare in una vera e propria forma di dipendenza, creando un distaccamento dal mondo reale. Si parla così di cybersex addiction, intendendo la propensione dell’individuo a provare piacere esclusivamente attraverso la rete, senza riuscire mai a smettere di essere collegato e manifestando contemporaneamente gravi difficoltà relazionali con un partner reale e con il mondo circostante.

Bibliografia

Schneider J.P., Untangling the web: sex, porn, fantasy obsession in the Internet age, New York, Alyson Book, 2006

Cooper A., Sexuality and  the internet: surfing in to the new millennium, 1998

Kimberly S. Young e Cristiano Nabuco de Abreu, Internet Addiction. A Handbook and Guide to Evaluation and Treatment, Wiley, 2010