Giovanni Scarafile

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Umanità astratta e persona concreta

In Uncategorized on 28 October 2020 at 8:00 PM

Maurizio Carrara

Battle in Seattle – Nessuno li può fermare (Battle in Seattle) è il titolo di un film del 2007 di Stuart Townsend. Il film ci mostra gli avvenimenti del 1999 in occasione dell’Assemblea dei Paesi membri del WTO (Organizzazione per il commercio mondiale) che vuole liberalizzare il commercio globale. Il sindaco è intenzionato a favorire lo svolgimento pacifico della manifestazione di protesta, organizzata dagli attivisti no-global, con i quali ha concordato l’assenza di violenza. Lo vediamo dire loro: “Siate duri sulle questioni, ma gentili con la mia città”. E in effetti il portavoce dei giovani invita tutti alla non violenza.

Il regista intervalla i fatti con spezzoni di interviste ai manifestanti, mostrando le loro motivazioni (decisioni delle Autorità assunte senza un processo democratico, e l’esclusione dei temi dei Diritti Umani, dell’Ambiente e del Diritto alla Salute dei Paesi Poveri). Sullo schermo passano i cortei dei sindacati dei lavoratori che appoggiano la protesta. Intanto i 40.000 dimostranti bloccano l’ingresso al Convegno e le arterie principali della città. Il Sindaco a questo punto consente alla Polizia l’uso dei lacrimogeni per favorire l’ingresso dei Delegati, ma ordina di non arrestare nessuno.

Nonostante questo iniziano le rotture delle vetrine da parte di piccoli gruppi estremisti. La TV taglia le dichiarazioni dei contestatori, mentre il Governatore chiede il coprifuoco e lo stato di emergenza. Un manifestante scrive sull’asfalto, rivolto ai poliziotti pronti alla carica: “abbracciami”. Ma la polizia inizia a sparare proiettili di gomma e lancia lacrimogeni. Una donna incinta cerca di attraversare la città per rifugiarsi a casa, ma viene colpita da un poliziotto. Sarà ricoverata in ospedale e perderà il bambino.

I Media veicolano il messaggio della violenza dei manifestanti per giustificare gli attacchi della Polizia. Ignorato invece il messaggio di un Delegato di una ONG che reclama il Diritto alla Salute per i Paesi Poveri e denuncia il costo delle medicine. Negli scontri in corso una giornalista si chiede: “perché continuano a farsi massacrare per qualcosa che non otterranno? Il Potere vuole nascondere la verità”. La donna si schiera con la protesta e si imbavaglia per esprimere la sua condanna verso i Media, venendo così arrestata. Manifestanti e poliziotti si fronteggiano: uno di questi, il marito della donna incinta picchiata da un suo collega, insegue il portavoce dei giovani senza un motivo. Il giovane viene picchiato dagli agenti e arrestato. Quando l’agente che lo ha preso di mira va in carcere a chiedergli scusa, giustificandosi con il fatto di aver perso il figlio, il giovane risponde: “Le persone che combatto sono quelle che distruggono la vita di milioni di persone, e sono sempre innocenti. È insensato che io e te lottiamo fra di noi”.

A questo punto i sindacati minacciano lo sciopero generale, e i Paesi del terzo mondo si ritirano protestando contro la manipolazione delle loro ragioni, ritenendola una forma di colonialismo. Di fatto il negoziato fallisce e i prigionieri vengono rilasciati. Escono dal carcere con la sensazione di aver fatto un piccolo importante passo avanti verso la trasparenza dell’informazione (per la prima volta una protesta di massa è stata trasmessa in diretta su Internet).

Il film si chiude passando sullo schermo i fatti conseguenti la vicenda di Seattle: nel 2001 il WTO riconosce la priorità dell’accesso ai medicinali sugli interessi commerciali, e riconosce le necessità dei Paesi più poveri; nel frattempo si tiene a Davos, in Brasile, il World Social Forum, che inizia un processo permanente di ricerca di soluzioni alternative alle politiche neoliberiste. Nel 2003 ben 40.000 agricoltori indiani si suicidano per sfuggire ai debiti, mentre negli USA milioni di lavori vengono commissionati all’estero causando diminuzione dei salari e importazioni di cibi scadenti. Ultima scritta sullo schermo: La battaglia continua.

Il regista mette in luce non solo l’incapacità delle parti di comunicare realmente, dopo l’iniziale disponibilità a evitare violenze, ma viene reso evidente il preciso rifiuto delle Autorità di comprendere la protesta e le sue motivazioni. Si vuole stravincere, cancellando dalle strade chi chiede la possibilità di soluzioni intermedie che tengano conto degli interessi deboli (oltre a quelli forti). E questo è la conseguenza di una mentalità che conosce i concetti di Umanità, Popolo, Stato, ma non considera la Persona individuale concreta che è alla base dei concetti. La scena della moglie incinta del poliziotto, che senza colpa alcuna viene picchiata da un altro poliziotto, con la conseguenza di perdere il bambino che ha in grembo, ci rende l’immagine umana degli individui coinvolti e l’assurdità delle decisioni prese. Un’Umanità negata in concreto (oltretutto il giorno dopo, a freddo, il capo della polizia nega al collega un giorno di permesso per stare accanto alla moglie in ospedale). Queste scene ci colpiscono come un pugno: ci fanno visivamente capire che l’UMANITA’ di cui parliamo è troppo spesso un concetto astratto. Tutti ne parlano, ma l’estremista incappucciato irride la donna che aspetta il bambino, senza rispetto alcuno per donne e bambini. I Potenti, non solo ignorano volutamente i bisogni e le sofferenze di tanti uomini e donne che abitano il nostro stesso pianeta, con gli stessi nostri diritti, ma usano violenza gratuita contro ragazzi disarmati e li arrestano, senza rispetto della sacralità della persona.

Noi crediamo a chi parla di Umanità e Diritti Umani, ma spesso abbiamo dovuto renderci conto che per molti,  l’UMANO non comprende i neri, gli ebrei e i poveri e deboli di ogni luogo e genere. Invece l’Umanità è la somma di ogni singolo individuo. E allora è determinante ascoltare e prendersi cura di ognuno.

Il Filosofo, ma anche ognuno di noi, si ferma a guardare la realtà e si chiede cosa sta succedendo, vede i problemi, li esamina, immagina ipotesi di possibili soluzioni. Ma per fare questo, in una realtà complessa e sempre più intrecciata, con problemi nuovi sempre più urgenti, è più efficace unire i saperi di competenze diverse.  E come trasmettere agli altri l’allarme e le proposte?  Anche qui, da soli è difficile. Il cinema e la letteratura e ogni forma espressiva, possono aiutarci.  Nasce così la necessità di trovare modi di relazione e collegamenti perché la vista sia più profonda e la voce più forte. Lavorare insieme moltiplica l’efficacia delle competenze, permette di sviluppare una progressione geometrica di idee. Il lavoro di squadra è imposto dalle cose. Penso all’esempio delle missioni spaziali, dove gli astronauti parlano lingue diverse e hanno saperi scientifici diversi. Luca Parmitano, che ha comandato per mesi la Stazione Spaziale Internazionale, ha detto: ”Il mio ruolo è creare un ambiente aperto in cui si possa comunicare bene, in modo che tutti possano svolgere il proprio lavoro nel miglior modo possibile. Richiede il controllo a terra, e il coordinamento con l’equipaggio a bordo”. I problemi che abbiamo sulla Terra sono sfide altrettanto impegnative. Negli ultimi anni sempre più economisti stanno cercando strade nuove, coltivando la speranza dello sviluppo conciliato con le necessità dell’ambiente e i bisogni degli uomini. Sono economisti, ma consapevoli che un sistema sociale di libertà effettive per ogni individuo è la premessa necessaria anche per la crescita economica equilibrata e piena. Se questa è l’urgenza e l’altezza della sfida, nessuno può ritenersi fuori e isolarsi. Occorre anzi trovare modi nuovi di comunicare in un dialogo vero, aperto, sapendo che nessuno ha in mente la ricetta perfetta. Il dialogo non è l’incontro di due cerchi chiusi come a Seattle, ma di due figure che lasciano le porte aperte per arricchirsi dei colori di ognuno, disponibili a lasciar cadere i grigi che ci portiamo dietro per abitudine e comodità. Ricordiamoci di Clinton e delle sue intenzioni di mediazione: che diventi l’approccio ordinario, ma da perseguire con tenacia e sincerità fin dall’inizio.

E nel dialogo è utile accompagnare le parole con immagini, disegni e metafore che colpiscono all’istante mente e cuore. Come fa questo film. E come fa una vignetta di Mafalda, la bambina contestatrice dei fumetti di Quino, il disegnatore argentino morto nei giorni scorsi. Nella vignetta la bambina ribelle dice: “è facile amare l’Umanità. Il difficile è amare l’uomo della porta accanto”.

Ma è proprio questa la sfida che abbiamo di fronte. Tutti insieme.

Seattle ha dato il via alla presa di consapevolezza di 2 problemi strettamente legati.

Prima questione, la democrazia. Decisioni strategiche sui fenomeni che cambiano il mondo e la vita di popoli interi, sono prese senza un processo effettivo di democrazia. Vero che i partecipanti all’Assemblea sono regolarmente Delegati dai Governi dei loro Paesi. Ma spesso sono deleghe “implicite” e silenziose, senza coinvolgimento non solo della Opinione Pubblica, ma nemmeno dei Parlamenti, senza un dibattito reale che dia consapevolezza delle cose ai cittadini.

Seconda questione, l’informazione. Il rischio di una informazione gestita dai Monopoli che uniscono Potere Politico e Economico, che silenzia le opinioni diverse e le voci di una minoranza critica, impedendo la circolazione delle Idee e delle opinioni alternative. Le immagini mostrano chiaramente l’uso distorto dei Media, completamente schierati con il Potere di cui rappresentano le ragioni, ignorando le opinioni diverse che anzi vengono messe in cattiva luce.

Se i profeti irrompessero

In credere, Letteratura, Poesia, teologia, Uncategorized on 5 March 2017 at 10:52 AM

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J. Ensor, L’entrata del Cristo a Bruxelles (1988) | Paul Getty Museum, Malibu

«Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
lo zodiaco dei demoni
come orrida ghirlanda
intorno al capo-
soppesando con le spalle i misteri
dei cieli cadenti e risorgenti
per quelli che da tempo lasciarono l’orrore

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
accendendo di una luce d’oro
le vie stellari impresse nelle loro mani
per quelli che da tempo affondarono nel sonno

Se i profeti irrompessero
Per le porte della notte,
incidendo ferite di parole
nei campi della consuetudine,
riportando qualcosa di remoto
per il bracciante
che da tempo a sera ha smesso di aspettare

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte
e cercassero un orecchio come patria

Orecchio degli uomini
ostruito d’ortica
sapresti ascoltare?

Se la voce dei profeti
soffiasse
nei flauti-ossa dei bambini uccisi,
espirasse
l’aria bruciata da grida di martirio
se costruisse un ponte
con gli spenti sospiri dei vecchi

Orecchio degli uomini
attento alle piccolezze,
sapreste ascoltare?

Se i profeti entrassero sulle ali turbinose dell’eternità
se ti lacerassero l’udito con le parole:
chi di voi vuol fare guerra a un mistero,
chi vuole inventare la morte stellare?

Se i profeti si levassero
nella notte degli uomini
come amanti in cerca del cuore dell’amato,
notte degli uomini
avresti un cuore da donare?»

Nelly Sachs, Le stelle si oscurano, 1944-46.

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Nelly Sachs (1891 – 1970), poetessa e scrittrice tedesca, Premio Nobel per la letteratura nel 1966.

La filosofia nelle organizzazioni

In Uncategorized on 22 December 2016 at 9:40 AM

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Giovanni Scarafile

1. Il SAS Institute è una società statunitense produttrice di software, dichiarata da Fortune la migliore azienda del mondo per l’attenzione riservata ai suoi dipendenti. I lavoratori del SAS Institute non hanno un limite ai giorni di malattia, possono pranzare e cenare con le proprie famiglie ed hanno un medico a loro disposizione 24 ore su 24. Ogni mese, inoltre, il CEO incontra i dipendenti nell’ambito di un evento chiamato Conversation over Coffee, per discutere di ogni eventuale problematica emersa nell’ambiente di lavoro [1].

Dagli asili per i figli dei dipendenti di Google, al programma di finanziamento degli studi per i dipendenti di Starbucks, gli esempi relativi alla promozione delle istanze dei lavoratori sono molteplici, anche se – superata la meraviglia iniziale – non sfugge che in molti casi si tratti di abili strategie funzionali al miglior perseguimento del profitto più di autentica attenzione alle persone. Indipendentemente dalla valenza che possiamo loro attribuire, tali dinamiche segnalano una trasformazione in atto nei contesti lavorativi, dove si affaccia, talvolta in modo prepotente, la possibilità di un lavorare bene, per il tramite del coinvolgimento delle risorse della filosofia.

Ad indagare i molteplici aspetti di una tale trasformazione interviene La filosofia nelle organizzazioni (Carocci 2016), il volume di Stefania Contesini, filosofa e counselor filosofica, da anni impegnata a riflettere su queste tematiche. In termini generali, il merito del libro è di fornire la cornice teorica ed alcuni strumenti di metodo perché la filosofia possa essere ritenuta credibile come sapere di riferimento affianco agli approcci teorici, ritenuti – a torto o a ragione – più accreditati.

2. La consulenza filosofica rientra nell’ambito della filosofia applicata. A scanso di equivoci, tuttavia, un tale applicabilità non è sinonimo di secondarietà in relazione ai compiti della stessa filosofia. In altri termini, sarebbe errato concepire i contesti come meri contenitori di idee pensate eminentemente in un altrove puro ed incontaminato. In ambito filosofico, la riscontrabile persistenza di tale pregiudizio è principalmente ascrivibile alla confusione tra rigore ed esattezza. Spesso, infatti, si tende a far coincidere la filosofia tout court con la sua distanza dal reale. Secondo questo modello, più questa distanza è accentuata più la filosofia può cogliere esattamente l’essenza delle cose. È senz’altro vero che la filosofia è sapere dell’immutabile. Tale constatazione, tuttavia, non fa della filosofia un sapere esatto. L’esattezza, propriamente detta, infatti, è più appropriatamente riferibile alle scienze il cui oggetto è statico, mentre nel caso della filosofia l’oggetto di pertinenza – pur nei limiti e con tutte le riserve insite in una tale attribuzione – è dinamico. In tal senso, andrebbe ricordata l’indicazione di Rickert secondo il quale, a differenza dei saperi particolari il cui obiettivo è di produrre conoscenze specialistiche di singoli ambiti del reale, la filosofia è quel sapere al cui interno deve essere assegnata una posizione anche all’io, cioè all’uomo. In virtù di tale specifica configurazione, l’ambito di pertinenza del filosofare non può che essere pensato come dinamico, senza con questo incorrere nell’errore di ritenere che tale dinamicità sia sinonimo di mancanza di rigore.

Del resto, già Aristotele nel libro V dell’Etica Nicomachea, con il riferimento al regolo di Lesbo, l’unità di misura flessibile, simile al metro oggi utilizzato dai sarti, aveva proposto una delle più efficaci metafore per indicare la specificità di un sapere filosofico che rimane universale ed oggettivo in virtù della sua specificità di conformarsi ai contesti, per quanto non lineari essi possano essere. L’applicabilità è valore aggiunto, dunque. Del resto, l’idea di giustizia, senza l’equità, che della giustizia rappresenta la declinazione ai casi particolari per il tramite della phronesis, rischierebbe di diventare una idea disincarnata e decontestualizzata. In anni più recenti rispetto ad Aristotele, e sulla scia del movimento della Rehabilitierung der praktischen Philosophie, è stato Gadamer in Verità e metodo, a ricordare che «il sapere morale non può mai, per principio, avere il carattere di un sapere insegnabile tutto compiuto prima dell’applicazione» [2].

L’operatore morale, cioè, può trovare il valore non prescindendo dalla situazione in cui quello stesso valore dev’essere perseguito. Il contesto, dunque, costituisce non un ambito derivato, ma essenziale per lo stesso costituirsi del sapere morale. Conseguentemente, anche la filosofia che si confronta con i contesti non può essere sdegnosamente derubricata ad una esercitazione, secondaria rispetto ad una presunta attitudine filosofica pura.

Stefania Contesini, autrice del volume La filosofia nelle organizzazioni

Stefania Contesini, autrice del volume La filosofia nelle organizzazioni

3. All’interno delle organizzazioni, le prime richieste rivolte al filosofo sono di individuare e fornire strumenti operativi originali per conseguire nel modo più efficace possibile gli obiettivi che il management si pone. Ovviamente, già nella definizione di una tale richiesta, è operante una sorta di retorica del management che, in base al presunto valore taumaturgico assegnato alle soluzioni prêt-à-porter, intende canalizzare le competenze filosofiche in una direzione specifica. Se, dunque, una delle condizioni poste al filosofo è di essere concreto e non astratto, perché è solo al livello della concretezza che si pongono i fatti, il lavoro del filosofo nelle organizzazioni mira invece, senza demonizzare gli strumenti, a far cogliere il valore di una risemantizzazione delle stesse nozioni di astratto e concreto. Con l’avversione per la teoria, spiega Contesini, «si perde di vista il fatto che ognuno di noi agisce sulla base di teorie, o abbozzi e frammenti di esse, che rimangono spesso impliciti e che costituiscono quel sapere tacito attraverso cui formuliamo i nostri giudizi sul mondo e prendiamo le nostre decisioni».

Nella esaltazione dei fatti, contrapposti alla teoria, si dimentica «il loro intrinseco legame con il pensiero che li significa, con le emozioni che li qualificano e con la comunicazione che li scambia e li trasforma». Il risultato paradossale è che «le aziende, nonostante la loro dichiarata avversione per l’astratto, finiscono per praticare l’astrazione molto più di quanto non credano».

4. A questo punto, la filosofia può mettere in campo almeno cinque grandi competenze.

1) Competenze di concettualizzazione. Corrispondono all’abilità di assumere una distanza dalla immanenza fusionale, la corrente continua che ci lega alle cose, per fare in modo che le cose stesse ed il nostro modo di riferirci ad esse possano diventare oggetto di uno sguardo critico;

2) Competenze di argomentazione. È una vera e propria «postura etica», corrispondente al confronto di ragioni mediante le forme espressive utilizzate per comunicare. È anche vero – e puntualmente segnalato dall’Autrice – che questo genere di competenze nelle attuali prassi lavorative, sempre più connotate dall’incremento della velocità con cui produrre risultati e dalla riduzione dei tempi a disposizione, rischiano di sembrare desuete. A maggior ragione, il ricorso al loro uso costituisce una scelta qualificante per un approccio autenticamente filosofico.

3) Competenze di giudizio. Non solo la capacità di unire universale e particolare, ma anche di considerare, rendere tematica e confrontare i criteri in base ai quali si giudica.

4) Competenze di valutazione morale. Corrispondono al necessario orientamento comportamentale in una determinata situazione: «Valutare razionalmente la moralità di un’azione significa metterla in questione, cioè effettuare un’indagine critica delle argomentazioni che vengono presentate a sostegno dell’azione medesima».

5) Competenze di sensibilità morale. Consistono nel fare uso e corretto riferimento al mondo degli affetti, considerate dall’autrice alla stregua di precondizioni per la vita etica. L’Autrice sembra così prendere le distanze dall’etiche sentimentalistiche che considerano il sentimento «la fonte normativa del giudizio morale».

Dopo il loro richiamo, tali competenze vengono calate nel contesto delle organizzazioni in modo da coinvolgere le persone in «scenari culturali nuovi, chiamate a recidere, anche se per poco, il rapporto diretto con il quotidiano e a sperimentare un effetto di estraniamento, di spiazzamento cognitivo ed emotivo». Scopo di tale distanziazione è di consentire un reingresso nelle situazioni lavorative alla luce di un nuovo sguardo sull’esistente. Ovviamente, una tale operazione non può riguardare solo i singoli, coinvolti in un percorso di formazione, ma deve trovare la disponibilità delle stesse organizzazioni al cui interno i singoli operano, «perché se è vero che le persone sono in grado di fare massa critica e modificare dal basso le prassi lavorative, è altrettanto vero, e purtroppo più ricorrente, che una cultura organizzativa dissonante ha un forte potere inibitore rispetto a qualsiasi cambiamento si chiede ai soggetti».

5. Un ulteriore aspetto esaminato dall’A. sono le soft skills, competenze trasversali a più figure professionali, fondamentali per la corretta gestione del ruolo lavorativo. Assertività, autovalutazione ed ascolto fanno parte di tali competenze. Ad ognuna di esse, l’Autrice dedica specifici paragrafi, ricostruendone la genesi e gli sviluppi possibili. Nel caso dell’ascolto, non si tratta soltanto di individuare una serie di pratiche in cui esso può essere praticato. Richiamando il pensiero di Jean-Luc Nancy, Contesini ricorda come l’ascolto sia tensione verso un senso possibile, anche se non immediatamente dato. L’effettivo accoglimento della proposta filosofica dell’ascolto, con i tempi richiesti da una sua attuazione, è anche il discrimine per distinguere quei contesti lavorativi in cui l’intervento del filosofo non sia vissuto come semplice operazione di maquillage da parte del management. Riconoscere tali istanze di subordinazione della filosofia è fondamentale anche per scongiurare e disinnescare il sempre operante snobismo dei puristi del pensare i quali, ricordando Foucault, ritengono che la formazione nelle organizzazioni sia funzionale al mantenimento degli equilibri di potere sussistenti. Di fronte ai due approcci confliggenti, l’esaltazione del management da un lato e la rivendicazione della specificità di una presunta filosofia pura dall’altro, l’A. cerca una terza via, non prima di aver opportunamente segnalato che il rifiuto sdegnato ad occuparsi dei contesti tristemente consegna questi ultimi all’anomia vera e propria. Scrive, in proposito, Contesini: «lavorare per un miglioramento di capacità e atteggiamenti non esime dal continuare a battersi per realizzare, con altri metodi e interventi, quei cambiamenti in grado di portare maggiore equità, diritti e sicurezza nell’ambito lavorativo».

6. Muovendo dall’ottimo libro di Stefania Contesini, in conclusione, sia consentito di riflettere in termini più generali sulla stessa consulenza filosofica.

Essa sembra fronteggiare una sorta di cortocircuito: per poter essere accolto, il counseling richiede nei destinatari quell’attitudine all’ascolto la cui palese assenza è lo stesso presupposto per l’invocazione del counseling. Da tale inaggirabile prospettiva, sembrerebbe allora che ogni possibile proposta di counseling sia destinata, a causa dell’assenza di una grammatica comune con i suoi potenziali beneficiari, a sortire effetti blandi nelle realtà alle quali si rivolge.

In altri termini, il rischio è che si convincano della bontà della consulenza filosofica coloro che ne sono già convinti. Lo spazio della persuasione razionale mediante cui si cerca con buoni argomenti e fondate ragioni di convincere i propri interlocutori può non essere sufficiente.

Più convincente appare l’indicazione contenuta nella parole di Adam Smith, il quale ne La ricchezza delle nazioni [4] aveva osservato che «non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi ci aspettiamo la nostra cena, ma dal lor rispetto nei confronti del loro stesso interesse. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità ma al loro amor proprio, e non parliamo loro delle nostre necessità ma della loro convenienza». Di fatto, quelle parole suggeriscono un paradigma diverso che, certo, non rinunciando alla persuasione razionale e all’attitudine all’ascolto degli interlocutori, faccia leva sulla loro convenienza: «Perseguendo il proprio interesse – osserva ancora Smith – un individuo spesso fa progredire la società più efficacemente di quando intende davvero farla progredire». Nel richiamo alla convenienza, il filosofo ed economista scozzese individua un movente interno, effettivamente presente negli interlocutori e non semplicemente auspicato.

A mio avviso, oggi noi ci troviamo in una posizione per certi versi analoga. Il cambiamento che cerchiamo richiede risorse e leve che non possono essere soltanto auspicate o ritenute esistenti di fronte all’evidenza della loro assenza. A maggior ragione, quindi, la formulazione di proposte cogenti costituisce ancora di più un ideale regolativo irrinunciabile con il quale il counseling non può fare a meno di confrontarsi quale condizione della sua stessa efficacia.

 

 Riferimenti bibliografici

 

  1. D. D’Acquisto, 5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici, http://www.ninjamarketing.it/2015/06/10/5-grandi-aziende-che-hanno-reso-i-propri-dipendenti-felici/, visitato il 12 dicembre 2016.
  2. H-G. Gadamer, Verità e metodo, Milano, Bompiani 1992.
  3. Rickert, Filosofia, valori teoria della definizione, a cura di M. Signore, Milella, Lecce 1987.
  4. A. Smith, La ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 2005.