Giovanni Scarafile

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La mediazione civile: dall’IO al NOI

In diritto on 11 July 2020 at 9:51 AM

Lucia Borlizzi

Nasciamo con un cordone ombelicale che ci lega a quella che sarà la prima e più importante figura di riferimento. Intorno ai due o tre anni inizieremo a dire dei no per il bisogno di percepirci autonomi, la contestazione diventerà un modo per definire la nostra identità e cercheremo di capire fino a che punto potremo spingerci nella nostra indipendenza. In tutta la nostra vita oscilleremo tra la ricerca di appartenere a qualcosa e il bisogno di affermarci come individui. Ex-sistere significa stare fuori, differenziarsi dall’altro, ma il nostro io emerge alimentandosi dalla “comunicazione del noi”, lo stesso agire sociale è conseguenza di una continua contrattazione di significati con l’altro, condizione che ci getta in una costante tensione. Ogni occasione di incontro può condurre a un confronto e un accordo, oppure degenerare in una deriva egocentrica, un soggettivismo esasperato con l’inevitabile rottura della comunicazione. Questa deriva è facilitata da una società che celebra l’Io libero dalle forme sociali tipiche del passato e le istituzioni risultano, pertanto, indebolite nella loro funzione di intermediazione e ordine sociale[1]. In una società che si frantuma, l’Io sembra imporsi, ma è solo un’illusione, l’individualismo incentiva la competitività in cui l’altro è ridotto a mero strumento per soddisfare i nostri bisogni, diviene anonimo, intercambiabile, misconosciuto, ma inevitabilmente lo diventiamo anche noi. L’effetto è l’innescarsi di una lotta all’autoaffermazione incondizionata, che si manifesta anche attraverso un insaziabile bisogno di affermare le proprie prerogative. La crisi dei sistemi di regolazione sociale e il trionfo dell’individualismo conducono a nuove forme di conflittualità che costringono a un ripensamento anche degli strumenti giuridici.

Giovanni Cosi ci ricorda che nella regolazione dei rapporti il diritto rappresenta una radicale alternativa al metodo della violenza, ponendo un freno alle reciproche invasioni, ai nostri egoismi, disegnando i confini della nostra identità civile, diviene cornice necessaria per lo sviluppo delle potenzialità umane ma avverte: “niente impedisce che con il diritto in alcuni casi si continuino a perseguire gli stessi scopi di prevaricante affermazione dell’esserci”[2]. Il processo, lo strumento giuridico tradizionale, rischia in alcuni casi di curare il sintomo, lasciando intatto il focolaio, poiché si limita ad analizzare le pretese giuridiche, guardando a ciò che è avvenuto, distribuendo torti e ragioni, mentre la realtà esige di essere affrontata nella sua complessità anziché essere semplificata in un modello di regolazione formalizzato. La rottura nella comunicazione diventa definitiva, lo strappo nel tessuto sociale non è ricucito, il risentimento delle parti resta al di là degli esiti processuali.

La sfida di oggi è dare al conflitto forme appropriate di comunicazione. Esso non va negato, né rimandato, né banalizzato, perché potrebbe condurre a esiti peggiori. L’istituto della Mediazione Civile e Commerciale introdotta nell’ordinamento italiano[3] rappresenta oggi l’adeguata risposta alla necessità di regolare i rapporti in modo da preservarli. Nelle relazioni familiari, di vicinato, commerciali, nei luoghi di lavoro, in tutti quei casi in cui il rapporto tra le parti è caratterizzato da una forte interdipendenza sociale che proseguirà al di là del conflitto, la mediazione si pone l’obiettivo di gestire il conflitto in senso costruttivo, crea le condizioni per analizzare posizioni, interessi, aspettative di ciascun soggetto coinvolto e di contesti in cui queste si generano, di cui a volte nemmeno le parti sono pienamente consapevoli. Solo così la relazione può farsi autentica e condurre al riconoscimento dell’altro. L’intervento del mediatore, nella sua equi-prossimità, ha lo scopo di riattivare la comunicazione e il confronto in cui le parti possono produrre nuovi comuni orizzonti di senso, giungere a decisioni condivise. Tutto ciò è premessa per lo sviluppo di un maggiore senso di responsabilità, da respondeo, composto dal prefisso re-: tornare indietro, e dal verbo spondeo: promettere, l’atto del preannunciare, garantire, quindi impegnare la propria condotta futura in risposta (re-) alla domanda dell’altro, è impegno che sorge dal patto con l’altro, è su questo impegno che nasce la società. Nella mediazione si passa dal movimento retrospettivo che intende responsabilità come condizione per essere assoggettati ad una pena in conseguenza di una condotta posta in violazione di un dovere giuridico, tipico del diritto, alla responsabilità come impegno futuro. Tutto ciò è possibile alimentando la speranza che apre a possibilità non ancora percorse, stimolando potenzialità del rapporto fino a quel momento inespresse, facendolo progredire su un altro livello. La mediazione civile consente di condurre le parti oltre a ciò che è accaduto e proiettare la relazione nel futuro.

La Direttiva 2008/52/CE del Parlamento Europeo e 21.5.2008 del Consiglio Europeo, considerandum n. 6, afferma che “Gli accordi risultanti dalla mediazione hanno maggiori probabilità di essere rispettati volontariamente e preservano più facilmente una relazione amichevole e sostenibile tra le parti”.

Lo scopo è ripristinare la relazione fiduciaria e il senso di fraternità, fondamento della società.

Per Eligio Resta: “la fraternità si è posta sin dalle origini come un insieme di condizioni e di esperienze intese a designare appartenenza, condivisione, identità comuni”[4], è la condizione “dell’essere-in-comune dove un “noi” del plurale è anteriore all’”io” “non perché sia un soggetto primo, ma perché è la spartizione o la partizione che permette di iscrivervi ‘io’”[5]. Il termine fratello, dall’indo-europeo bhrāter,[6]  indica così colui che condivide la mia nascita in quanto identità sociale ed è per questo che nel progetto illuministico la libertà e l’uguaglianza erano legate alla fraternità. Solo nel legame fraterno si può sviluppare quel rapporto che è riconoscimento dell’altro come parte significativa del nostro mondo, capace di generare simmetria nell’asimmetria, l’uguaglianza nella differenza, spingendoci a definire i confini del nostro agire entro una rete di impegni che creano le condizioni per la nostra realizzazione. Si comprende così come la fraternità nell’evoluzione da legame biologico a quello sociale è elemento fondativo della società e questo era chiaro già nell’antichità, prima che il termine fosse relegato alla sfera privata.[7]

La mediazione si può così definire lo spazio in cui si può rinnovare quel patto in cui ogni parte si ri-conosce e ri-conosce l’altro parte di un progetto collettivo e si suggella un nuovo impegno.

[1] Touraine afferma: “Oggi tutte le categorie e le istituzioni sociali che ci aiutavano a pensare e costruire la società – Stato, nazione, democrazia, classe, famiglia – sono diventate inutilizzabili […]. Non ci aiutano più a pensare le pratiche sociali contemporanee e a governare il mondo in cui viviamo. In questo modo, il sociale viene meno”. https://www.repubblica.it/cultura/2013/10/31/news/cultura_capitalismo_industriale_istituzioni_stato_classe_famiglia_intervista_al_sociologo_francese_societ_alain_touraine-69894444/.

[2] G. Cosi, L’accordo e la decisione. Il conflitto tra giudizio e mediazione, in Le istituzioni del Federalismo. Rivista di studi giuridici e politici, 6/2008, pag.732.

[3] D.Lgs 28/2010.

[4] E.Resta, Ipermodernità, conflitti e diritto fraterno,in  L’epoca dei populismi. Diritti e conflitti, a cura di F. Ciaramelli & F. Mega,volume 2 di “Teoria e Critica della Regolazione Sociale”, Mimesis edizioni, n.11 2015,pp 69-77:70, consultabile in https://mimesisjournals.com/magazine_item_detail_front.php?item_id=250.

[5] Ivi, pag.72.

[6] Phràter, che deriva da bhrater, è il membro della fratria, che riunisce persone con legami non necessariamente parentali in associazioni con finalità politiche e culturali.

[7]Serena Teppa  affronta il tema della fraternità nell’antichità come legame degli uomini in un corpo civico , S.TEPPA, Fratello, fratellanza e ‘affratellamento’,”in  Historikά Studi di storia greca e romana by Università degli Studi di Torino”, n. 2 2012, 273-285. Consultabile in https://www.ojs.unito.it/index.php/historika/article/view/767  .

 

 

Conversazione sul conflitto con Bruno Tognolini

In Uncategorized on 24 February 2015 at 8:25 AM

Giuseppina Marselli

The Italian word sfogarsi, meaning let off steam, it’s a word that incorporates another: sfogo, meaning vent. If you remove the S, it becomes fogo, fire. The conflict must be vented as anger. A conflict without anger is a cold, premeditated and artificial conflict. To let off steam you must use effective and sharp words. Find them among many is an important cognitive exercise because you put in place strategies. The conflict becomes gym of forecasting, techniques and surprises.

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La declinazione del conflitto può assumere molte sfumature: rabbia, vergogna, rancore, riconoscimento. In relazione alla tua esperienza, cosa pensi del conflitto?

Premetto che non sono un esperto di infanzia ma un adulto che racconta ai bambini storie.

Tra le storie che racconto ci sono anche i conflitti, la rabbia. Recentemente sono stato nominato esperto della rabbia grazie ad un libro che ho scritto RIME DI RABBIA* (nona edizione)

Il libro viene da lontano.

imgresIl titolo mi suonava bene “Rime di Rabbia”, la doppia R mi piaceva molto e mi richiamava le invettive dei latini e dei greci, studiate al liceo.

Mi piace l’articolazione verbale del conflitto. Le parole devono essere efficaci, bisogna limare più che si può, cercarle tra tante, perché in un conflitto si usano parole che feriscono, durante un corteggiamento se ne usano altre, in un racconto incantevole se ne usano altre ancora.

In ogni luogo e in ogni lingua ci sono parole affilate usate per ferire. Ad esempio gli abitanti di Nuoro hanno imprecazioni terribili:

Vai e che ti riportino in quattro – significa che sei morto.

Che ti seppelliscano a spese del Comune – significa che sei povero.

Che tu faccia l’andata del fumo – significa non lasciare traccia di sé.

Mi piacciono e mi colpiscono queste parole taglienti e artefatte, usate spesso all’interno di un conflitto, perché in qualche modo sono poesia.

La prima filastrocca del mio libro dice così:

 

Rabbia Rabbia

Fiato di sabbia

Sangue di gioco

Fiore di fuoco

Fiammeggia al sole

Consuma tutto

Lasciami il cuore

Pulito e asciutto

 

Cosa si fa quando si è arrabbiati? Bisogna sfogarsi.

Sfogarsi è una parola cha ingloba un’altra: Sfogo, se si toglie la esse diventa fogo che significa fuoco. Sfogarsi significa far fiammeggiare la rabbia.

La rabbia è una delle 5 emozioni fondamentali dell’uomo. Penso che essere arrabbiati non è

giusto o sbagliato, si è arrabbiati e basta.

Quando si è arrabbiati si può urlare, si può fare una corsa e, se capita, si può dare anche uno spintone. Io ricordo che, quando ero piccolino, ho preso tante botte ma non sono morto.

 

Quando parli di rabbia, credi che essa sia percepita come un modo per gestire i conflitti?

Si. Sicuramente la rabbia entra nei conflitti ma provo ad arrivarci al contrario.

Un conflitto senza rabbia è un conflitto gelido, è un conflitto premeditato, artificiale perché si mette in atto una strategia di urto e aggressione senza essere arrabbiati.

Io sono uno scrittore e parlo di una gestione verbale della rabbia. In alcuni incontri a cui ho partecipato ho sentito cose interessanti.

Mi ha colpito ascoltare che gli adulti intervengono nei conflitti esprimendo giudizi o accuse.

Spesso dicono: “Chi ha cominciato?” E istruiscono un processo, mentre i bambini, nella maggior parte dei casi, non sanno nemmeno chi ha cominciato.

Una mia filastrocca, comincia con un conflitto reale e poi diventa un’altra cosa, spiega meglio ciò che voglio dire.

 

E’ mio

No è mio

L’ho visto prima io

E io l’ho visto prima del tuo prima

E io prima di prima del tuo prima

E io l’ho visto che non esistevi ancora

E io è la prima cosa che ho visto

E io lo vedo ora

E io ti pesto

Facciamo a turno

No, facciamo a botte

Facciamo io di giorno e tu di notte

Facciamo io d’estate e tu d’inverno

Facciamo io nel cielo e tu all’inferno

Facciamo a chi fa prima

Facciamo a chi fa rima

Ce lo giochiamo a correre

Ce lo giochiamo a carte

Ce lo giochiamo al tiro della corda

Che cos’è che era mio?

Chi se lo ricorda

 

E’ chiaro che non si stanno più contendendo l’oggetto. Stanno ritualizzando su un piano diverso che è quello di vincere l’altro con la frase più astuta. Questo è un modo di far fiammeggiare la rabbia con le parole senza farla sfociare nelle botte.

Un’altra cosa che mi ha fatto riflettere è la gestione imbarazzata dei conflitti da parte degli adulti. I bambini se vengono lasciati soli sono in grado di accendere e risolvere un elevato numero di conflitti mentre giocano.

 

Quindi l’adulto è ad essere imbarazzato dal conflitto?

E’ straordinariamente contraddittorio che l’adulto, imbarazzato dal conflitto dei bambini è incline, ora più che mai, ai conflitti.

Noi adulti siamo litigiosissimi, urliamo per strada, siamo intolleranti, stizzosi, quasi sempre arrabbiati. C’è questa sproporzione tra la nostra litigiosità e la vista della litigiosità dei bambini che, a volte lo vivono come un gioco.

Anche se bisogna stare attenti a dire che tutto è un gioco perché se un gioco diventa brutto non fa stare bene.

Sono convinto che i bambini, anche ora che non sono mai lasciati soli, riescono a trovare degli spazi per risolvere i conflitti in modo orizzontale, confrontandosi, picchiandosi come personaggi di un gioco fatto in due. L’imbarazzo è solo nostro.

[Leggi l’intera conversazione, scaricando l’ebook di YM ]

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Bruno Tognolini, nato a Cagliari nel 1951, ha studiato al DAMS di Bologna, dove ora vive (quando non è in viaggio per i mille incontri coi lettori). Dopo un decennio di teatro negli anni ’80, ora lavora a tempo pieno come scrittore “per bambini e per i loro grandi”. Due volte Premio Andersen (e finalista per il 2013), è autore di programmi TV (4 anni di “Albero Azzurro” e 13 di “Melevisione”) e di una trentina di libri di narrativa e poesia.
Altre notizie e testi su www.tognolini.com

L’arte della provocazione visuale. Dialogo con Mauro Balletti.

In Uncategorized on 6 February 2015 at 10:44 AM

Roberto Greco

Fare arte per stupire è un dono di pochi, fare arte e generare un vero e proprio conflitto visuale è davvero per rari eletti. Ho intervistato il fotografo e pittore Mauro Balletti, forse l’unico artista che ha trasformato la sottrazione di un corpo, quello della cantante Mina, nella esaltazione di un’estetica iconografica che muta e sconvolge, attraendo nel “conflitto”. Ci si accorge di come questa presenza fotografica che segnala una distanza, un confine, provoca nello spettatore un effetto straniante, non immediatamente catalogabile secondo criteri di positività o negatività. Questa battaglia inconscia dimostra, in un certo senso, l’inferiorità dello spettatore-cannibale, abituato ad assimilare e giudicare immagini sempre più velocemente.

Mauro Balletti nasce a Milano nel 1952. Figlio e nipote di pittori, è pittore e fotografo a sua volta. L’incontro fatale avviene all’incirca nel 1972, con Mina, negli uffici del grafico Luciano Tallarini. Sempre lei, nel 1973, lo convince ad utilizzare la macchina fotografica, dando vita agli scatti per il doppio album di quell’anno. Inizia contemporaneamente a curare le copertine di numerosi altri artisti e detiene, dal 1984, l’esclusiva di art director mazziniano (la copertina del disco Attila è stata esposta al MoMa di New York). Dal 1983 è fotografo di moda e realizza regolarmente lavori per Vogue ed altre riviste di grande prestigio.

Balletti 1

Cos’è il conflitto? È la diretta conseguenza di una divergenza. Avvertirla però non è un processo scontato, anzi. Esiste un vero e proprio percorso del pensiero nella percezione di una divergenza: esso può mutare volta per volta, a seconda del “linguaggio” (testo, immagine e così via) dal quale è partito il suddetto conflitto. Nel campo iconografico ogni traccia, ogni segno contenuto nell’immagine paradossalmente può essere discontinuo e generare conflitto. Il segno “eccedente” non entra in discontinuità col resto dei segni contenuti nell’immagine: essa è percepita comunque nella sua unità. Il puzzle di tutti questi segni, semplicemente, è stridente allo sguardo. Perché? Ciò che differenzia l’immagine, nella sua essenza, da altri linguaggi è la possibilità di realizzare a letture di diverso tipo. Ogni segno, infatti, è circondato sempre da un contesto, un margine dinamico entro cui esso possa essere codificato positivamente, generando consenso, o negativamente, generando conflitto. Oltre al contesto è necessario tener presente che ogni segno ha anche una propria storia culturale che ne determina, appunto, la ricezione. In ragione di questo, non è possibile trovare un’immagine totalmente oggettiva, “adamitica” (come la definiva il saggista francese Roland Barthes), in grado di annullare qualsiasi possibile giudizio. Un’immagine può essere solo apparentemente oggettiva, perché carica di segni che rimandano ad una simbolica universale (icone, accostamenti ed espressioni presenti già nelle rappresentazioni più antiche e trascinati, che si sono trascinate di epoca in epoca, fino a diventare una sorta di patrimonio iconico). Questa riserva di accostamenti è il motore del “già visto”; per questo motivo idee apparentemente inedite sono in realtà frutto di una rielaborazione di elementi e, soprattutto, composizioni già utilizzate. Spesso e volentieri è proprio la rielaborazione del “già visto” a creare scalpore. La scelta personale di uno stile è la propria risposta di accoglienza, spesso a livello inconscio, di una forma di espressione pre-esistente ma introiettata in maniera più manifesta rispetto ad altro.

Questa intervista nasce dall’esigenza di far capire, a chi non è del mestiere, cosa vuol dire mostrare e saper mostrare.

 

Mauro Balletti rappresenta l’emblema dell’artista tout-court, ha l’arte nel dna (padre e nonno erano pittori). L’alone di mistero sulla sua persona è immediatamente spazzato via dalla professionalità e dal calore umano con i quali è riuscito a concedere questa intervista: un semplice “sì”e l’emozione del sottoscritto che ha realizzato un sogno. Basta osservare le opere, dipinte o fotografate, presenti sul suo sito (www.mauroballetti.com) per capire come sia impossibile tratteggiare e circoscriverlo in un unico universo creativo. Oltre ai tanti servizi di moda, è l’unico fotografo che riesce a restituire al pubblico l’immagine di Mina, disco dopo disco, attraverso foto, disegni ed elaborazioni digitali. È reduce dalla mostra L’eleganza del segno, tenutasi a Varese dal 4 al 18 ottobre di quest’anno.

 

La scelta si è rivelata a dir poco automatica: da appassionato di fotografia, di musica e di Mina è impossibile non imbattersi almeno una volta nelle sue opere. Fare arte per stupire è un dono di pochi, fare arte e generare un vero e proprio conflitto visuale è davvero per rari eletti. Balletti ha trasformato la sottrazione di un corpo, quello della cantante, nella sublimazione di una voce, di un’estetica iconografica che si destruttura, copertina per copertina, pur restando coerente a se stessa. E il più delle volte è questa destrutturazione, questa presenza fotografica che segnala una distanza, un confine, a generare il conflitto. Scoprire in questi anni questi scatti è stata una rivelazione, a tratti respingente ma di un fascino che non riesce a spegnersi. Per un pittore e fotografo cosa vuol dire conflitto nell’immagine? Insieme, proviamo a rispondere a questo quesito.

 

  1. Per quale motivo, secondo lei, determinate immagini hanno la proprietà di sconcertare, disturbare?

Credo che ci siano delle motivazioni antropologiche e d’innato senso di equilibrio estetico nell’occhio e quindi nella mente dello spettatore. Per non parlare del campo emotivo che, comunque, presiede all’approccio immediato della visione di qualunque cosa o rappresentazione. Ognuno di noi ha una struttura emotiva ed una sovrastruttura estetica che in sintesi ci dà la possibilità di una valutazione immediata di qualificazione di un’immagine, di darle un voto. Il semplice ed elementare: “Mi piace, non mi piace”.

 

  1. In che quantità il conflitto con l’immagine è provocato dal ritrattista/fotografo e in che quantità dall’osservatore?

C’è una co-partecipazione d’intenti, sicuramente. A volte consci a volte inconsci. La provocazione intelligente ed ironica è sempre accompagnata da un godimento sottile da parte dell’autore dell’immagine “provocatrice”. Quando la provocazione non è gratuita è sicuramente una delle molle che hanno accompagnato l’evolversi dell’arte moderna, insieme alla ricerca del “nuovo”. Questo accade quando c’è la stessa lunghezza d’onda immaginifica tra il creatore d’immagine e lo spettatore; spesso però per motivi culturali o semplicemente di gusto, può provocarsi un corto circuito tra l’intenzione casuale o prioritaria dell’esecutore rispetto alla ricezione del fruitore. […].

Leggi l’intervista integrale:

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