Giovanni Scarafile

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L’invenzione dell’identità

In Uncategorized on 1 September 2017 at 10:44 PM

Roberto Mordacci

L’immagine mente. Lo sappiamo. Eppure non mente: lì, su quella lastra neutra c’è Magritte, ritratto da Duane Michals. Il titolo originale dice Magritte in his garden, double exposed.

Dunque è Magritte. È ritratto nel suo stile: un uomo con la bombetta, un’ambientazione surreale, un’immagine che potrebbe essere qualcos’altro. Per questo ho aggiunto Ceci n’est pas Magritte: è perfettamente coerente con la foto, con il personaggio, con l’acuta interpretazione di Michals.

Ma costui non è Magritte: è il suo personaggio, la sua icona, la sua contraddizione. Non è, non può essere l’uomo Magritte: è la sua arte, il suo messaggio, la sua proiezione. L’uomo Magritte sarà altra cosa, non può ridursi ad una parte della sua produzione artistica, avrà altri volti, altre contraddizioni, sarà umano, insomma.

E invece quell’uomo è Magritte, proprio lui: molti di noi lo conoscono quasi solo per alcune delle intensissime e famose foto che Duane Michals gli ha scattato.

Non conosceremmo il suo volto altrimenti, non sapremmo attribuirgli un’identità precisa, il nome Magritte ci suonerebbe astratto e ambiguo. Quell’immagine, invece, è scultorea nella sua chiarezza, è precisamente l’essenza di Magritte, o meglio quello che per molti di noi è essenzialmente Magritte, anche a prescindere da altre immagini. E anche a prescindere da quant’altro Magritte sia e sia stato nella sua vita.

Se mi chiedete «chi è Magritte?», io potrei rispondere così: con un suo quadro e questa immagine. Non avreste bisogno d’altro per sapere tutto su di lui, o meglio quel che tutti sanno di Magritte. Può darsi, come amano rivelarci i critici d’arte, che ci sia anche «un altro Magritte», per esempio quello poco noto del periodo «vache», ma ciò che per noi è e resterà sempre Magritte è questo: l’uomo surrealista, l’immagine impersonale e inconfondibile della bombetta, lo spiazzamento prodotto da ogni sua opera.

Così facendo facciamo torto all’uomo Magritte? Certamente. Ma questa è la sua identità. Certo, è l’«identità sociale», ma per quanto ci riguarda è quasi tutto ciò che ne sappiamo. Dei segreti di Magritte non sapremo mai nulla. Eppure per noi lui non è un signor nessuno. È Magritte, accidenti: una grande personalità, una grande identità personale. Anche se la sua «vera» identità (posto che esista), il suo nucleo profondo resta per noi insondabile.

L’identità è precisamente questo mistero, questa insondabilità che il ritratto fotografico, anziché svelare, infittisce. Ritrarre una persona, o addirittura se stessi, con una macchina fotografica parrebbe il modo più diretto di rappresentarne l’identità, senza deformazioni. Ma tutti sappiamo quanto impersonali siano, alla fine, le foto tessera delle carte d’identità e purtroppo nemmeno un grande fotografo riuscirà mai a dirci «chi siamo veramente». Questa ricerca, questa pretesa di conoscerci e di rispondere, finalmente, all’oracolo di Delfi grazie il mezzo fotografico non ci conduce da nessuna parte: la fotografia non è in grado di portarci più oltre di qualsiasi altro mezzo. Solo un pazzo potrebbe credere di specchiarsi in una fotografia. E per altro, anche gli specchi mentono.

Questo non dipende solo dal fatto che, come è noto, la fotografia non è affatto un mezzo «neutro», una semplice riproduzione del reale priva di pre- interpretazioni e pre-giudizi. Che sia così è addirittura ovvio e semplicemente bisogna diffidare di coloro che presentano le loro fotografie come mere immagini di fatti o persone. Non c’è sguardo senza interpretazione e questo vale a maggior ragione per lo sguardo fotografico.

Vi è una fondamentale ambiguità nell’uso del mezzo fotografico per definire o rappresentare un’identità: la pretesa ovvia di rispecchiare l’altro nella sua individualità essenziale (il ritratto), di rappresentare se stessi senza infingimenti né veli (l’autoritratto) o di documentare eventi storici e culture lontane (l’attività di reportage) non può essere presa ingenuamente sul serio. Ognuno ormai sa che, come e più che la pittura o la scultura, la fotografia occulta mentre mostra, distorce mentre riflette, oscura mentre illumina. La scelta delle luci, del taglio e della situazione medesima definisce il contenuto dell’immagine almeno quanto l’oggetto stesso; di molte immagini fotografiche si può dire che sono stranamente «sfocate» anche quando sono tecnicamente perfette: esse non rendono giustizia a ciò che raffigurano, lo nascondono dietro a un velo invisibile che, a volte, solo l’autore conosce. Molti fotografi testimoniano nella loro ricerca lo sforzo di superare questo diaframma, di rendere al meglio e con onestà l’oggetto, pur nella consapevolezza del limite del proprio sguardo. Ma sarebbero disonesti se non riconoscessero che proprio il loro sforzo è il segno inequivocabile dell’insuperabilità di quel diaframma fra la realtà e l’inquadratura, fra l’individuo e il suo ritratto, fra l’evento e il suo documento.

In molti casi è tanto meglio, allora, saltare a piè pari oltre questa ambiguità, e proporre direttamente, esplicitamente un’interpretazione o addirittura, come fa Duane Michals, un concetto, un messaggio, una trama: nessun intento documentale, piuttosto l’intenzione di parlare, di dire ciò che le immagini e la realtà stessa non dicono. Anche per questo, forse, le foto di Michals sono spesso accompagnate dalle parole, foss’anche solo il titolo.

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