Giovanni Scarafile

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Umanità astratta e persona concreta

In Uncategorized on 28 October 2020 at 8:00 PM

Maurizio Carrara

Battle in Seattle – Nessuno li può fermare (Battle in Seattle) è il titolo di un film del 2007 di Stuart Townsend. Il film ci mostra gli avvenimenti del 1999 in occasione dell’Assemblea dei Paesi membri del WTO (Organizzazione per il commercio mondiale) che vuole liberalizzare il commercio globale. Il sindaco è intenzionato a favorire lo svolgimento pacifico della manifestazione di protesta, organizzata dagli attivisti no-global, con i quali ha concordato l’assenza di violenza. Lo vediamo dire loro: “Siate duri sulle questioni, ma gentili con la mia città”. E in effetti il portavoce dei giovani invita tutti alla non violenza.

Il regista intervalla i fatti con spezzoni di interviste ai manifestanti, mostrando le loro motivazioni (decisioni delle Autorità assunte senza un processo democratico, e l’esclusione dei temi dei Diritti Umani, dell’Ambiente e del Diritto alla Salute dei Paesi Poveri). Sullo schermo passano i cortei dei sindacati dei lavoratori che appoggiano la protesta. Intanto i 40.000 dimostranti bloccano l’ingresso al Convegno e le arterie principali della città. Il Sindaco a questo punto consente alla Polizia l’uso dei lacrimogeni per favorire l’ingresso dei Delegati, ma ordina di non arrestare nessuno.

Nonostante questo iniziano le rotture delle vetrine da parte di piccoli gruppi estremisti. La TV taglia le dichiarazioni dei contestatori, mentre il Governatore chiede il coprifuoco e lo stato di emergenza. Un manifestante scrive sull’asfalto, rivolto ai poliziotti pronti alla carica: “abbracciami”. Ma la polizia inizia a sparare proiettili di gomma e lancia lacrimogeni. Una donna incinta cerca di attraversare la città per rifugiarsi a casa, ma viene colpita da un poliziotto. Sarà ricoverata in ospedale e perderà il bambino.

I Media veicolano il messaggio della violenza dei manifestanti per giustificare gli attacchi della Polizia. Ignorato invece il messaggio di un Delegato di una ONG che reclama il Diritto alla Salute per i Paesi Poveri e denuncia il costo delle medicine. Negli scontri in corso una giornalista si chiede: “perché continuano a farsi massacrare per qualcosa che non otterranno? Il Potere vuole nascondere la verità”. La donna si schiera con la protesta e si imbavaglia per esprimere la sua condanna verso i Media, venendo così arrestata. Manifestanti e poliziotti si fronteggiano: uno di questi, il marito della donna incinta picchiata da un suo collega, insegue il portavoce dei giovani senza un motivo. Il giovane viene picchiato dagli agenti e arrestato. Quando l’agente che lo ha preso di mira va in carcere a chiedergli scusa, giustificandosi con il fatto di aver perso il figlio, il giovane risponde: “Le persone che combatto sono quelle che distruggono la vita di milioni di persone, e sono sempre innocenti. È insensato che io e te lottiamo fra di noi”.

A questo punto i sindacati minacciano lo sciopero generale, e i Paesi del terzo mondo si ritirano protestando contro la manipolazione delle loro ragioni, ritenendola una forma di colonialismo. Di fatto il negoziato fallisce e i prigionieri vengono rilasciati. Escono dal carcere con la sensazione di aver fatto un piccolo importante passo avanti verso la trasparenza dell’informazione (per la prima volta una protesta di massa è stata trasmessa in diretta su Internet).

Il film si chiude passando sullo schermo i fatti conseguenti la vicenda di Seattle: nel 2001 il WTO riconosce la priorità dell’accesso ai medicinali sugli interessi commerciali, e riconosce le necessità dei Paesi più poveri; nel frattempo si tiene a Davos, in Brasile, il World Social Forum, che inizia un processo permanente di ricerca di soluzioni alternative alle politiche neoliberiste. Nel 2003 ben 40.000 agricoltori indiani si suicidano per sfuggire ai debiti, mentre negli USA milioni di lavori vengono commissionati all’estero causando diminuzione dei salari e importazioni di cibi scadenti. Ultima scritta sullo schermo: La battaglia continua.

Il regista mette in luce non solo l’incapacità delle parti di comunicare realmente, dopo l’iniziale disponibilità a evitare violenze, ma viene reso evidente il preciso rifiuto delle Autorità di comprendere la protesta e le sue motivazioni. Si vuole stravincere, cancellando dalle strade chi chiede la possibilità di soluzioni intermedie che tengano conto degli interessi deboli (oltre a quelli forti). E questo è la conseguenza di una mentalità che conosce i concetti di Umanità, Popolo, Stato, ma non considera la Persona individuale concreta che è alla base dei concetti. La scena della moglie incinta del poliziotto, che senza colpa alcuna viene picchiata da un altro poliziotto, con la conseguenza di perdere il bambino che ha in grembo, ci rende l’immagine umana degli individui coinvolti e l’assurdità delle decisioni prese. Un’Umanità negata in concreto (oltretutto il giorno dopo, a freddo, il capo della polizia nega al collega un giorno di permesso per stare accanto alla moglie in ospedale). Queste scene ci colpiscono come un pugno: ci fanno visivamente capire che l’UMANITA’ di cui parliamo è troppo spesso un concetto astratto. Tutti ne parlano, ma l’estremista incappucciato irride la donna che aspetta il bambino, senza rispetto alcuno per donne e bambini. I Potenti, non solo ignorano volutamente i bisogni e le sofferenze di tanti uomini e donne che abitano il nostro stesso pianeta, con gli stessi nostri diritti, ma usano violenza gratuita contro ragazzi disarmati e li arrestano, senza rispetto della sacralità della persona.

Noi crediamo a chi parla di Umanità e Diritti Umani, ma spesso abbiamo dovuto renderci conto che per molti,  l’UMANO non comprende i neri, gli ebrei e i poveri e deboli di ogni luogo e genere. Invece l’Umanità è la somma di ogni singolo individuo. E allora è determinante ascoltare e prendersi cura di ognuno.

Il Filosofo, ma anche ognuno di noi, si ferma a guardare la realtà e si chiede cosa sta succedendo, vede i problemi, li esamina, immagina ipotesi di possibili soluzioni. Ma per fare questo, in una realtà complessa e sempre più intrecciata, con problemi nuovi sempre più urgenti, è più efficace unire i saperi di competenze diverse.  E come trasmettere agli altri l’allarme e le proposte?  Anche qui, da soli è difficile. Il cinema e la letteratura e ogni forma espressiva, possono aiutarci.  Nasce così la necessità di trovare modi di relazione e collegamenti perché la vista sia più profonda e la voce più forte. Lavorare insieme moltiplica l’efficacia delle competenze, permette di sviluppare una progressione geometrica di idee. Il lavoro di squadra è imposto dalle cose. Penso all’esempio delle missioni spaziali, dove gli astronauti parlano lingue diverse e hanno saperi scientifici diversi. Luca Parmitano, che ha comandato per mesi la Stazione Spaziale Internazionale, ha detto: ”Il mio ruolo è creare un ambiente aperto in cui si possa comunicare bene, in modo che tutti possano svolgere il proprio lavoro nel miglior modo possibile. Richiede il controllo a terra, e il coordinamento con l’equipaggio a bordo”. I problemi che abbiamo sulla Terra sono sfide altrettanto impegnative. Negli ultimi anni sempre più economisti stanno cercando strade nuove, coltivando la speranza dello sviluppo conciliato con le necessità dell’ambiente e i bisogni degli uomini. Sono economisti, ma consapevoli che un sistema sociale di libertà effettive per ogni individuo è la premessa necessaria anche per la crescita economica equilibrata e piena. Se questa è l’urgenza e l’altezza della sfida, nessuno può ritenersi fuori e isolarsi. Occorre anzi trovare modi nuovi di comunicare in un dialogo vero, aperto, sapendo che nessuno ha in mente la ricetta perfetta. Il dialogo non è l’incontro di due cerchi chiusi come a Seattle, ma di due figure che lasciano le porte aperte per arricchirsi dei colori di ognuno, disponibili a lasciar cadere i grigi che ci portiamo dietro per abitudine e comodità. Ricordiamoci di Clinton e delle sue intenzioni di mediazione: che diventi l’approccio ordinario, ma da perseguire con tenacia e sincerità fin dall’inizio.

E nel dialogo è utile accompagnare le parole con immagini, disegni e metafore che colpiscono all’istante mente e cuore. Come fa questo film. E come fa una vignetta di Mafalda, la bambina contestatrice dei fumetti di Quino, il disegnatore argentino morto nei giorni scorsi. Nella vignetta la bambina ribelle dice: “è facile amare l’Umanità. Il difficile è amare l’uomo della porta accanto”.

Ma è proprio questa la sfida che abbiamo di fronte. Tutti insieme.

Seattle ha dato il via alla presa di consapevolezza di 2 problemi strettamente legati.

Prima questione, la democrazia. Decisioni strategiche sui fenomeni che cambiano il mondo e la vita di popoli interi, sono prese senza un processo effettivo di democrazia. Vero che i partecipanti all’Assemblea sono regolarmente Delegati dai Governi dei loro Paesi. Ma spesso sono deleghe “implicite” e silenziose, senza coinvolgimento non solo della Opinione Pubblica, ma nemmeno dei Parlamenti, senza un dibattito reale che dia consapevolezza delle cose ai cittadini.

Seconda questione, l’informazione. Il rischio di una informazione gestita dai Monopoli che uniscono Potere Politico e Economico, che silenzia le opinioni diverse e le voci di una minoranza critica, impedendo la circolazione delle Idee e delle opinioni alternative. Le immagini mostrano chiaramente l’uso distorto dei Media, completamente schierati con il Potere di cui rappresentano le ragioni, ignorando le opinioni diverse che anzi vengono messe in cattiva luce.

La filosofia è ancora attuale?

In Filosofia on 25 March 2018 at 11:01 AM

“La filosofia è sempre attuale perché è un atteggiamento dell’umano”, ha osservato Umberto Galimberti in risposta ad alcune domande poste insieme a Francesco Fiorentino. L’incontro ha avuto luogo a Lecce, il 24 Marzo 2018. YOD Magazine ringrazia Luca Nolasco per aver reso possibile l’incontro con il Professore.

La vita desta. Un antidoto per l’insignificanza.

In Filosofia on 17 February 2014 at 2:11 PM

copertina gianni

1. La catena delle azioni. Ieri ed oggi.  Quasi sempre si agisce in vista di qualcosa. Avviene nella maggior parte dei casi. È vero che, a volte, si agisce “a casaccio” o in preda ad un impulso che non può essere frenato. In linea di massima, però, si tratta di un’eccezione. In genere, dunque, si agisce per raggiungere un obiettivo e questo fa in modo che ogni nostra azione sia concatenata a quella successiva. Di azione in azione ci avviciniamo alla meta del nostro agire. Le azioni sono così legate al fine che intendono perseguire. Il fatto di non agire a casaccio, ma sempre in vista di qualcosa, è un valore. Quando la connessione tra azioni e fini realizza ciò che appartiene alla “natura essenziale” del soggetto, allora si consegue il bene. È questo il livello in cui la meccanica dell’agire, ovvero il discorso sulla concatenazione delle azioni, incontra la classica domanda “che cosa è il bene?”.

La tradizione occidentale, in larga parte, ha risentito dell’influsso della cultura aristotelica. Per il filosofo greco, vissuto nel IV secolo a. C., infatti, ogni cosa ha un suo proprio ambito di riferimento cui non si può sottrarre, se non contravvenendo alla natura. Questa concezione può essere ritrovata in molte contrade della nostra cultura. Ulisse, che sprona i suoi marinai a varcare le colonne d’Ercole e quindi a superare i limiti imposti all’umano, viene non a caso collocato da Dante nell’Inferno. Egli ha osato sfidare la finitudine costitutiva di ciascuno di noi. All’interno di un orizzonte concettuale in cui è bene che ogni cosa abbia il suo ambito di riferimento al quale non deve sottrarsi, Aristotele scriveva: «a ragione si è affermato che il bene è “ciò cui ogni cosa tende”» (Aristotele 1998: 51). Bisognerebbe introdurre una serie di specificazioni, per accompagnare nel modo dovuto la frase precedente. Infatti, agire in vista di qualcosa non è un bene sempre e comunque. Per esempio, l’azione di un killer è esattamente finalizzata ad un fine, ma non per questo essa può essere definita “buona”. Per il killer, dunque, il fine è intenzionato come un bene, senza tuttavia esserlo. La correlazione tra azioni e fini è dunque un bene quando si sia d’accordo su cosa il bene è. L’accordo sul bene: sperimentiamo oggi una qualche forma di condivisione dell’idea del bene che ci consenta di applicare lo schema aristotelico senza ulteriori specificazioni? Sembra proprio di no. Anzi, la situazione contemporanea è caratterizzata dal fatto che più idee del bene confliggano tra loro. Se l’interrelazione tra azioni e fini era considerata un bene nel mondo aristotelico, il fatto di vivere in un mondo profondamente diverso comporta la necessità di rivedere quella attribuzione di valore. È questo il senso della sfida lanciata da Kundera quando parla di insignificanza. Ad un primo livello, dunque, la possibilità di un allentamento della catena azioni-scopi, ovvero di ciò che appare incontrovertibile, ha per lo meno il merito di sollecitare una riflessione sulla natura del bene.

2. Rarefazioni, fascinazioni, fondamenti. La forma rarefatta ed allusiva, adottata da Kundera nel libro La festa dell’insignificanza, non è esente da rischi dai quali una forma saggistica con una logica più stringente avrebbe probabilmente messo al riparo. Il problema risiede nel fatto che quando i fili della logica si allentano, allora i legami di senso si moltiplicano, ma non è detto che essi siano fondati. Nello specifico, per “fondati” intendo che possano essere appropriatamente riferibili all’umano. L’allusività è affascinante ed irrinunciabile. Tuttavia, per essa potrebbero essere mutuate le parole di Omero, riferite alle Sirene: «Alle Sirene giungerai da prima, / Che affascinan chiunque i lidi loro / Con la sua prora veleggiando tocca» (Odissea XII, 52-54). Il fascino e la rarefazione di per sé non sono sufficienti perché non vi sono garanzie di ragionare fondatamente. Ragionare di insignificanza, dunque, partendo dallo scritto di Kundera, richiede la messa a punto di un antidoto quale sua stessa condizione di possibilità. Non un rimedio contro l’insignificanza, ma una serie di coordinate all’interno delle quali quel discorrere di insignificanza possa essere significante, cioè riferirsi a qualcosa di almeno possibile.

3. Allontanarsi dal centro. Una delle vie che l’allentamento del legame tra azioni e fini può prendere è quella del male. Anzi, direi che si tratta della via eminente. Proprio mentre il soggetto sceglie, sulle ali della libertà (e della più radicale fra le libertà, quella dalla sua stessa condizione), una via diversa rispetto a quella cui sembra destinato, egli può incorrere nel male morale. Il male morale si ottiene quando ognuno di noi agisce al di sotto delle sue capacità originarie. Il male morale corrisponde dunque a quella differenza tra l’agire secondo le proprie possibilità e l’agire in misura inferiore rispetto a quelle stesse possibilità. Sotto l’azione del male morale, si diventa ostaggio della forza centrifuga del «de-vèrtere», del distogliere, che ci allontana dal nostro centro[i]. Il soggetto si disconnette dalle condizioni entro cui può legittimamente agire ed in tal modo diviene “solutus a lege”, irrelato, sganciato da qualsiasi riferimento normativo o riconduzione relazionale. Male morale, dunque. Tuttavia, in determinate circostanze, quel male già di per sé non indifferente può mutare. Esso diviene del tutto insostenibile ed intollerabile. In una parola, male incommensurabile, ciò che, per sua natura, si sottrae ad ogni possibilità di prensione. In genere, l’apologetica cristiana tende a sostenere che il male è simile alle ombre. Senza di esse, infatti, non sarebbe possibile vedere la luce. Detto in altri termini, il male è senz’altro spiacevole, ma è funzionale al miglior raggiungimento del bene. Io credo che questo schema sia applicabile al male commensurabile, ma del tutto inadeguato a gestire il male incommensurabile, che come tale rappresenta una sfida per il pensare.  Non a caso, Ricoeur ha scritto: «Il male è il punto critico di ogni pensiero filosofico: se lo comprende è il suo più grande successo; ma il male compreso non è più il male, ha cessato di essere assurdo, scandaloso, senza diritto e senza ragione. Se non lo comprende, allora la filosofia non è più filosofia, se almeno la filosofia deve tutto comprendere ed ergersi a sistema, senza residui» (Ricoeur 1996: 9)[ii].

4. La vita desta. La filosofia ha messo a punto numerosi percorsi per rendere ragione del male. Essi sono in qualche modo racchiusi nelle teodicee di cui Leibniz fu il primo e più raffinato artefice. L’allentamento tra azioni e fini, ciò che in una parola chiamiamo ‘insignificanza’, consegna dunque uno scenario accattivante per le sue possibilità, ma anche vertiginoso per i rischi cui espone. Da una parte, la possibilità di rimeditare l’umano; dall’altra, il baratro della distruzione e dell’annichilamento. L’elemento ultimo cui demandare il discernimento tra le due opzioni non ha la plastica robustezza che spereremmo di incontrare di fronte a scelte così fondamentali. Ciò che può fornire un orientamento ha invece la struttura esile della “vita desta”[iii] con cui indichiamo la barriera che può porre un argine alla barbarie. Essa è insieme la soluzione e l’ideale regolativo, la meta verso cui tendere senza sosta. La vita desta si attiva quando siamo pronti a tramutare l’immediatezza del nostro rapporto con il mondo in un qualcosa di più mediato. Dalla immediatezza alla mediatezza cioè alla riflessione.

Dall’immanenza fusionale (l’essere a tal punto immersi in quanto facciamo da non riuscire più a distinguere tra noi stessi, il mondo e gli altri) alla coscienza critica. È poco? È molto? Mi sembra che nella confusione generale riguardo le idee fondamentali che dovrebbero fungere da coordinate del nostro pensare ed agire, l’essere pervenuti alla evidenza di una tale richiesta sia senz’altro un risultato apprezzabile.

Riferimento bibliografici

Aristotele. 1998. Etica nicomachea. Milano: Rusconi.

Husserl, E. 2002. La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. Milano: Net.

Leibniz, G.W. 1994. Saggi di teodicea. Cinisello Balsamo (Milano): Edizioni San Paolo.

Rella, F. 2001. Il silenzio e le parole. Milano: Feltrinelli.

Ricoeur, P. 1996. Kierkegaard. La filosofia e l’«eccezione». Brescia: Morcelliana.

Scarafile, G. 2007. In lotta con il drago. Male e individuo nella teodicea di G.W. Leibniz. Lecce: Milella.

 Giovanni Scarafile


[i] Qui ritorna, con insistenza, la domanda: chi è titolato a definire cosa sia il centro del soggetto?

[ii] Ha significativamente scritto in proposito Rella (2001: 211): «molto su di noi e sul nostro destino possono dire i concetti, ma i concetti non esauriscono la ragione, il pensiero, e nemmeno l’esperienza della realtà. Accanto alla verità del filosofo o dello scienziato rimane sempre la verità della mia esperienza individuale, di molte infinite esperienze individuali. Soltanto un pensiero che si muova attraverso concetti e figure può proporci la forma in cui queste due esperienze si diano come una esperienza complessa del mondo: una forma in cui l’inesprimibile della differenza possa finalmente rendersi visibile».

[iii] L’espressione “vita desta” ricorre negli scritti di Edmund Husserl, per esempio nel §38 di (Husserl 2002: 171). Nel mio scritto viene assunto in senso lato come cifra di un’avviata coscienza critica.

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Giovanni Scarafile, Direttore scientifico di Yod Magazine, è professore aggregato di Etica e deontologia della comunicazione nell’Università del Salento.