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LA GUERRA IN UCRAINA E L’AMBIGUITÀ DEGLI ARCHETIPI

In Uncategorized on 8 March 2022 at 7:59 PM

Carlo Chiurco

Tutti noi, in questi giorni, ci stiamo chiedendo quali siano le reali intenzioni di Putin. Le spiegazioni tattiche o strategiche, infatti, non sembrano fornire una ragione sufficiente di quanto sta succedendo. Questo ci getta nello sconforto almeno quanto la guerra stessa: in assenza di ragioni sufficienti – giacché i costi umani, politici ed economici della guerra fanno saltare qualsiasi calcolo utilitaristico – tutto sembra avvolto nell’ambiguità, di fronte alla quale la nostra reazione è sempre la stessa: scioglierla, rimuoverla, cancellarla. Lo fa Putin, sperando di tagliare alla radice sia l’ambiguità degli USA, per cui in un futuro anche l’Ucraina potrebbe essere ammessa nella NATO, che degli ucraini stessi, che quell’ambiguità hanno utilizzato prima come elemento di disturbo contro la Russia, e successivamente come elemento di pressione morale verso europei e americani perché intervenissero in loro favore. Ma anche la reazione del pacifismo assoluto è il grido di rifiuto verso l’intollerabile ambiguità degli archetipi che, in assenza di ragioni sufficienti, sembrano dettare i comportamenti umani, intrecciandosi e sciogliendosi nel loro vorticoso mutare, in cui vecchi archetipi tramontano (la globalizzazione, l’interdipendenza…), nuovi sorgono (il riarmo tedesco, la fine della neutralità svizzera, l’autonomia europea), altri provano a risorgere, come il nazionalismo panrusso. Al contrario, chi si arruola e parte per difendere una patria che non è la sua, e un popolo che non conosce e di cui non parla la lingua, sceglie di allinearsi al mutamento archetipico fino ad annullarsi in esso. Entrambe le reazioni, nella loro radicalità, sono dettate dalla presa di coscienza della nostra impotenza dinanzi agli archetipi. Tale impotenza sorge però da un’illusione che ci permea: credere che gli archetipi si possano comandare, come si dirige una marionetta tirandone i fili. È un’illusione di cui tutti siamo vittime, anche i cosiddetti “grandi”, che anzi sono i più illusi di tutti: non solo perché mettono in moto reazioni che non possono controllare, come l’andamento della guerra mostra chiaramente (del resto, in Afghanistan e in Iraq non è forse successa la stessa cosa?), ma perché, a ben guardare, neppure le mettono realmente in moto. Putin, infatti, ha deciso in base a degli archetipi, assecondandone la forza seduttiva, la loro soverchiante capacità di seduzione e di richiamo.

Uno di questi è un archetipo temporale, il ticchettio sincrono dell’orologio biologico con quello della storia russa. Come ha evidenziato Lucio Caracciolo di Limes, quest’anno Putin compirà 70 anni, e non vuole passare alla storia come il leader che ha dovuto gestire la successione all’Unione Sovietica (ossia la sua liquidazione), ma come colui che ha aperto una pagina nuova nella storia russa. Ma l’argomento anagrafico scende più in profondità: di tutti i governanti russi da Pietro I in poi, solamente due hanno raggiunto o superato quella soglia d’età: Stalin (75), evidentemente grazie alla forza del suo potere, e Andropov (70), all’opposto, grazie al suo governo scialbo. Putin ha chiaro, insomma, di avere poco tempo davanti a sé, data la natura del potere russo, che è tale da logorare, divorandoli, i suoi padri, accompagnandoli anzitempo al meritato eterno riposo o – Dio non voglia – allontanandoli dalle responsabilità di governo affinché possano curarsi da fastidiosi quanto letali raffreddori.

Un altro archetipo è il potere del principio di gravità. Su un’ipotetica scala di intensità degli imperi, la Russia occuperebbe il livello più basso, perché obbedisce a quel principio, e quindi alle grezze logiche dell’estensione e del territorio. Erede degli sconfinati e incerti imperi medievali figli del vento creati dai cavalieri nomadi della Mongolia – che Deleuze incredibilmente non cita, ma che uniscono proprio le due macchine da guerra fondamentali, il nomade e l’impero –, la Russia si trova a fronteggiare la forza mareale interna esercitata dai suoi sette fusi orari, bilanciandola concentrando il potere nel buco nero dell’autocrazia. La paranoia sovietica, pedissequamente ripresa da Putin, trasuda spirito di gravità fino all’asfissia nell’ipocondria verso il contatto fisico, nei tavoli spropositati che si allungano come deserti della comunicazione tra i convitati, negli ambienti dall’estetica ributtante privi di finestre, tenute ermeticamente chiuse, dove nessuna luce filtra dagli orrendi tendaggi. La Russia è soggetta però anche a forze mareali esterne, a est come a ovest, nell’Europa un tempo suo satellite e nella stessa Cina, là dove trent’anni di crescita economica galoppante hanno creato società dinamiche e complesse, ben più ricche e strutturate rispetto all’immenso paese schiavo dello sterile «monotono-teismo» (Nietzsche) del Dio Idrocarburo (ossia, ancora una volta, del territorio, della terra sterilissima della Siberia). L’ambiguità eurasiatica russa minaccia perciò di smembrarsi, spezzata in due tra la parte europea e la sua immensa porzione asiatica, risucchiata da un lato da quella stessa Europa che pure vorrebbe annettersi e a cui appartiene – è lei la prima a dirlo! –, e lasciando la Siberia gravitare, come in fondo dovrebbe, intorno alla Cina.

Ambiguo è anche l’archetipo dell’Europa che si riscopre unita, «da Lisbona a Valdivostok», come proclama Macron. È l’offerta implicita di Putin: la rinascita dell’Europa pre-1914, quando la Russia zarista era pienamente inserita nel concerto delle potenze europee e i Romanov-Oldenburg, essi stessi una dinastia tedesca, sposavano solo principesse teutoniche. Un’offerta che implica il riconoscimento che l’attuale condizione dell’Europa sotto la UE, quella di essere l’impero europeo dell’America, è spuria. Archetipo ancora una volta ambiguo, l’unità-autonomia degli europei: se da un lato, infatti, l’unione alla Russia la renderebbe sostanziale, portando in dote 6000 testate nucleari e una proiezione geografica che ci farebbe confinare per migliaia di chilometri con la Cina, dall’altro rischierebbe di farci fagocitare dalla Terza Roma, che coronerebbe così il suo sogno di farsi riconoscere dagli americani come loro pari, non mera potenza regionale. Del resto, già vent’anni fa Emanuele Severino sosteneva che la fine dell’URSS non significava la fine del duopolio mondiale russo-americano, per il semplice motivo che non era venuta meno la capacità dell’arsenale nucleare di Mosca di competere con quello di Washington.

Ma la Russia è ai nostri occhi da tempo divenuta ancella dell’Asia, almeno dal fatale spostamento della capitale da San Pietroburgo a Mosca, facendo scattare in noi la memoria dell’archetipo fondativo dell’Occidente: l’affermazione nelle guerre persiane del logos greco contro la satrapia divinizzata dell’Oriente. Così come la Russia, agli occhi della Cina, resta invece ancora e sempre puramente europea, esempio dell’imperialismo dell’uomo bianco che colonizza l’immenso retroterra siberiano del Celeste Impero – uno spazio dove non dovrebbe stare.

Giochi di archetipi che si intrecciano capricciosi come serpenti, e che perennemente si riaffacciano come l’Uroboro divino del tempo ciclico: contro i quali nulla vale la presunzione di poterli manipolare, cui i potenti per primi soggiacciono, ma solo il consapevole domandare dell’etica, che sa che l’ambiguità del reale non si può sciogliere, ma solamente attraversare.

Carlo Chiurco è Professore associato di filosofia morale nell’Università di Verona.

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