Giovanni Scarafile

Umanità astratta e persona concreta

In Uncategorized on 28 October 2020 at 8:00 PM

Maurizio Carrara

Battle in Seattle – Nessuno li può fermare (Battle in Seattle) è il titolo di un film del 2007 di Stuart Townsend. Il film ci mostra gli avvenimenti del 1999 in occasione dell’Assemblea dei Paesi membri del WTO (Organizzazione per il commercio mondiale) che vuole liberalizzare il commercio globale. Il sindaco è intenzionato a favorire lo svolgimento pacifico della manifestazione di protesta, organizzata dagli attivisti no-global, con i quali ha concordato l’assenza di violenza. Lo vediamo dire loro: “Siate duri sulle questioni, ma gentili con la mia città”. E in effetti il portavoce dei giovani invita tutti alla non violenza.

Il regista intervalla i fatti con spezzoni di interviste ai manifestanti, mostrando le loro motivazioni (decisioni delle Autorità assunte senza un processo democratico, e l’esclusione dei temi dei Diritti Umani, dell’Ambiente e del Diritto alla Salute dei Paesi Poveri). Sullo schermo passano i cortei dei sindacati dei lavoratori che appoggiano la protesta. Intanto i 40.000 dimostranti bloccano l’ingresso al Convegno e le arterie principali della città. Il Sindaco a questo punto consente alla Polizia l’uso dei lacrimogeni per favorire l’ingresso dei Delegati, ma ordina di non arrestare nessuno.

Nonostante questo iniziano le rotture delle vetrine da parte di piccoli gruppi estremisti. La TV taglia le dichiarazioni dei contestatori, mentre il Governatore chiede il coprifuoco e lo stato di emergenza. Un manifestante scrive sull’asfalto, rivolto ai poliziotti pronti alla carica: “abbracciami”. Ma la polizia inizia a sparare proiettili di gomma e lancia lacrimogeni. Una donna incinta cerca di attraversare la città per rifugiarsi a casa, ma viene colpita da un poliziotto. Sarà ricoverata in ospedale e perderà il bambino.

I Media veicolano il messaggio della violenza dei manifestanti per giustificare gli attacchi della Polizia. Ignorato invece il messaggio di un Delegato di una ONG che reclama il Diritto alla Salute per i Paesi Poveri e denuncia il costo delle medicine. Negli scontri in corso una giornalista si chiede: “perché continuano a farsi massacrare per qualcosa che non otterranno? Il Potere vuole nascondere la verità”. La donna si schiera con la protesta e si imbavaglia per esprimere la sua condanna verso i Media, venendo così arrestata. Manifestanti e poliziotti si fronteggiano: uno di questi, il marito della donna incinta picchiata da un suo collega, insegue il portavoce dei giovani senza un motivo. Il giovane viene picchiato dagli agenti e arrestato. Quando l’agente che lo ha preso di mira va in carcere a chiedergli scusa, giustificandosi con il fatto di aver perso il figlio, il giovane risponde: “Le persone che combatto sono quelle che distruggono la vita di milioni di persone, e sono sempre innocenti. È insensato che io e te lottiamo fra di noi”.

A questo punto i sindacati minacciano lo sciopero generale, e i Paesi del terzo mondo si ritirano protestando contro la manipolazione delle loro ragioni, ritenendola una forma di colonialismo. Di fatto il negoziato fallisce e i prigionieri vengono rilasciati. Escono dal carcere con la sensazione di aver fatto un piccolo importante passo avanti verso la trasparenza dell’informazione (per la prima volta una protesta di massa è stata trasmessa in diretta su Internet).

Il film si chiude passando sullo schermo i fatti conseguenti la vicenda di Seattle: nel 2001 il WTO riconosce la priorità dell’accesso ai medicinali sugli interessi commerciali, e riconosce le necessità dei Paesi più poveri; nel frattempo si tiene a Davos, in Brasile, il World Social Forum, che inizia un processo permanente di ricerca di soluzioni alternative alle politiche neoliberiste. Nel 2003 ben 40.000 agricoltori indiani si suicidano per sfuggire ai debiti, mentre negli USA milioni di lavori vengono commissionati all’estero causando diminuzione dei salari e importazioni di cibi scadenti. Ultima scritta sullo schermo: La battaglia continua.

Il regista mette in luce non solo l’incapacità delle parti di comunicare realmente, dopo l’iniziale disponibilità a evitare violenze, ma viene reso evidente il preciso rifiuto delle Autorità di comprendere la protesta e le sue motivazioni. Si vuole stravincere, cancellando dalle strade chi chiede la possibilità di soluzioni intermedie che tengano conto degli interessi deboli (oltre a quelli forti). E questo è la conseguenza di una mentalità che conosce i concetti di Umanità, Popolo, Stato, ma non considera la Persona individuale concreta che è alla base dei concetti. La scena della moglie incinta del poliziotto, che senza colpa alcuna viene picchiata da un altro poliziotto, con la conseguenza di perdere il bambino che ha in grembo, ci rende l’immagine umana degli individui coinvolti e l’assurdità delle decisioni prese. Un’Umanità negata in concreto (oltretutto il giorno dopo, a freddo, il capo della polizia nega al collega un giorno di permesso per stare accanto alla moglie in ospedale). Queste scene ci colpiscono come un pugno: ci fanno visivamente capire che l’UMANITA’ di cui parliamo è troppo spesso un concetto astratto. Tutti ne parlano, ma l’estremista incappucciato irride la donna che aspetta il bambino, senza rispetto alcuno per donne e bambini. I Potenti, non solo ignorano volutamente i bisogni e le sofferenze di tanti uomini e donne che abitano il nostro stesso pianeta, con gli stessi nostri diritti, ma usano violenza gratuita contro ragazzi disarmati e li arrestano, senza rispetto della sacralità della persona.

Noi crediamo a chi parla di Umanità e Diritti Umani, ma spesso abbiamo dovuto renderci conto che per molti,  l’UMANO non comprende i neri, gli ebrei e i poveri e deboli di ogni luogo e genere. Invece l’Umanità è la somma di ogni singolo individuo. E allora è determinante ascoltare e prendersi cura di ognuno.

Il Filosofo, ma anche ognuno di noi, si ferma a guardare la realtà e si chiede cosa sta succedendo, vede i problemi, li esamina, immagina ipotesi di possibili soluzioni. Ma per fare questo, in una realtà complessa e sempre più intrecciata, con problemi nuovi sempre più urgenti, è più efficace unire i saperi di competenze diverse.  E come trasmettere agli altri l’allarme e le proposte?  Anche qui, da soli è difficile. Il cinema e la letteratura e ogni forma espressiva, possono aiutarci.  Nasce così la necessità di trovare modi di relazione e collegamenti perché la vista sia più profonda e la voce più forte. Lavorare insieme moltiplica l’efficacia delle competenze, permette di sviluppare una progressione geometrica di idee. Il lavoro di squadra è imposto dalle cose. Penso all’esempio delle missioni spaziali, dove gli astronauti parlano lingue diverse e hanno saperi scientifici diversi. Luca Parmitano, che ha comandato per mesi la Stazione Spaziale Internazionale, ha detto: ”Il mio ruolo è creare un ambiente aperto in cui si possa comunicare bene, in modo che tutti possano svolgere il proprio lavoro nel miglior modo possibile. Richiede il controllo a terra, e il coordinamento con l’equipaggio a bordo”. I problemi che abbiamo sulla Terra sono sfide altrettanto impegnative. Negli ultimi anni sempre più economisti stanno cercando strade nuove, coltivando la speranza dello sviluppo conciliato con le necessità dell’ambiente e i bisogni degli uomini. Sono economisti, ma consapevoli che un sistema sociale di libertà effettive per ogni individuo è la premessa necessaria anche per la crescita economica equilibrata e piena. Se questa è l’urgenza e l’altezza della sfida, nessuno può ritenersi fuori e isolarsi. Occorre anzi trovare modi nuovi di comunicare in un dialogo vero, aperto, sapendo che nessuno ha in mente la ricetta perfetta. Il dialogo non è l’incontro di due cerchi chiusi come a Seattle, ma di due figure che lasciano le porte aperte per arricchirsi dei colori di ognuno, disponibili a lasciar cadere i grigi che ci portiamo dietro per abitudine e comodità. Ricordiamoci di Clinton e delle sue intenzioni di mediazione: che diventi l’approccio ordinario, ma da perseguire con tenacia e sincerità fin dall’inizio.

E nel dialogo è utile accompagnare le parole con immagini, disegni e metafore che colpiscono all’istante mente e cuore. Come fa questo film. E come fa una vignetta di Mafalda, la bambina contestatrice dei fumetti di Quino, il disegnatore argentino morto nei giorni scorsi. Nella vignetta la bambina ribelle dice: “è facile amare l’Umanità. Il difficile è amare l’uomo della porta accanto”.

Ma è proprio questa la sfida che abbiamo di fronte. Tutti insieme.

Seattle ha dato il via alla presa di consapevolezza di 2 problemi strettamente legati.

Prima questione, la democrazia. Decisioni strategiche sui fenomeni che cambiano il mondo e la vita di popoli interi, sono prese senza un processo effettivo di democrazia. Vero che i partecipanti all’Assemblea sono regolarmente Delegati dai Governi dei loro Paesi. Ma spesso sono deleghe “implicite” e silenziose, senza coinvolgimento non solo della Opinione Pubblica, ma nemmeno dei Parlamenti, senza un dibattito reale che dia consapevolezza delle cose ai cittadini.

Seconda questione, l’informazione. Il rischio di una informazione gestita dai Monopoli che uniscono Potere Politico e Economico, che silenzia le opinioni diverse e le voci di una minoranza critica, impedendo la circolazione delle Idee e delle opinioni alternative. Le immagini mostrano chiaramente l’uso distorto dei Media, completamente schierati con il Potere di cui rappresentano le ragioni, ignorando le opinioni diverse che anzi vengono messe in cattiva luce.

La mediazione civile: dall’IO al NOI

In diritto on 11 July 2020 at 9:51 AM

Lucia Borlizzi

Nasciamo con un cordone ombelicale che ci lega a quella che sarà la prima e più importante figura di riferimento. Intorno ai due o tre anni inizieremo a dire dei no per il bisogno di percepirci autonomi, la contestazione diventerà un modo per definire la nostra identità e cercheremo di capire fino a che punto potremo spingerci nella nostra indipendenza. In tutta la nostra vita oscilleremo tra la ricerca di appartenere a qualcosa e il bisogno di affermarci come individui. Ex-sistere significa stare fuori, differenziarsi dall’altro, ma il nostro io emerge alimentandosi dalla “comunicazione del noi”, lo stesso agire sociale è conseguenza di una continua contrattazione di significati con l’altro, condizione che ci getta in una costante tensione. Ogni occasione di incontro può condurre a un confronto e un accordo, oppure degenerare in una deriva egocentrica, un soggettivismo esasperato con l’inevitabile rottura della comunicazione. Questa deriva è facilitata da una società che celebra l’Io libero dalle forme sociali tipiche del passato e le istituzioni risultano, pertanto, indebolite nella loro funzione di intermediazione e ordine sociale[1]. In una società che si frantuma, l’Io sembra imporsi, ma è solo un’illusione, l’individualismo incentiva la competitività in cui l’altro è ridotto a mero strumento per soddisfare i nostri bisogni, diviene anonimo, intercambiabile, misconosciuto, ma inevitabilmente lo diventiamo anche noi. L’effetto è l’innescarsi di una lotta all’autoaffermazione incondizionata, che si manifesta anche attraverso un insaziabile bisogno di affermare le proprie prerogative. La crisi dei sistemi di regolazione sociale e il trionfo dell’individualismo conducono a nuove forme di conflittualità che costringono a un ripensamento anche degli strumenti giuridici.

Giovanni Cosi ci ricorda che nella regolazione dei rapporti il diritto rappresenta una radicale alternativa al metodo della violenza, ponendo un freno alle reciproche invasioni, ai nostri egoismi, disegnando i confini della nostra identità civile, diviene cornice necessaria per lo sviluppo delle potenzialità umane ma avverte: “niente impedisce che con il diritto in alcuni casi si continuino a perseguire gli stessi scopi di prevaricante affermazione dell’esserci”[2]. Il processo, lo strumento giuridico tradizionale, rischia in alcuni casi di curare il sintomo, lasciando intatto il focolaio, poiché si limita ad analizzare le pretese giuridiche, guardando a ciò che è avvenuto, distribuendo torti e ragioni, mentre la realtà esige di essere affrontata nella sua complessità anziché essere semplificata in un modello di regolazione formalizzato. La rottura nella comunicazione diventa definitiva, lo strappo nel tessuto sociale non è ricucito, il risentimento delle parti resta al di là degli esiti processuali.

La sfida di oggi è dare al conflitto forme appropriate di comunicazione. Esso non va negato, né rimandato, né banalizzato, perché potrebbe condurre a esiti peggiori. L’istituto della Mediazione Civile e Commerciale introdotta nell’ordinamento italiano[3] rappresenta oggi l’adeguata risposta alla necessità di regolare i rapporti in modo da preservarli. Nelle relazioni familiari, di vicinato, commerciali, nei luoghi di lavoro, in tutti quei casi in cui il rapporto tra le parti è caratterizzato da una forte interdipendenza sociale che proseguirà al di là del conflitto, la mediazione si pone l’obiettivo di gestire il conflitto in senso costruttivo, crea le condizioni per analizzare posizioni, interessi, aspettative di ciascun soggetto coinvolto e di contesti in cui queste si generano, di cui a volte nemmeno le parti sono pienamente consapevoli. Solo così la relazione può farsi autentica e condurre al riconoscimento dell’altro. L’intervento del mediatore, nella sua equi-prossimità, ha lo scopo di riattivare la comunicazione e il confronto in cui le parti possono produrre nuovi comuni orizzonti di senso, giungere a decisioni condivise. Tutto ciò è premessa per lo sviluppo di un maggiore senso di responsabilità, da respondeo, composto dal prefisso re-: tornare indietro, e dal verbo spondeo: promettere, l’atto del preannunciare, garantire, quindi impegnare la propria condotta futura in risposta (re-) alla domanda dell’altro, è impegno che sorge dal patto con l’altro, è su questo impegno che nasce la società. Nella mediazione si passa dal movimento retrospettivo che intende responsabilità come condizione per essere assoggettati ad una pena in conseguenza di una condotta posta in violazione di un dovere giuridico, tipico del diritto, alla responsabilità come impegno futuro. Tutto ciò è possibile alimentando la speranza che apre a possibilità non ancora percorse, stimolando potenzialità del rapporto fino a quel momento inespresse, facendolo progredire su un altro livello. La mediazione civile consente di condurre le parti oltre a ciò che è accaduto e proiettare la relazione nel futuro.

La Direttiva 2008/52/CE del Parlamento Europeo e 21.5.2008 del Consiglio Europeo, considerandum n. 6, afferma che “Gli accordi risultanti dalla mediazione hanno maggiori probabilità di essere rispettati volontariamente e preservano più facilmente una relazione amichevole e sostenibile tra le parti”.

Lo scopo è ripristinare la relazione fiduciaria e il senso di fraternità, fondamento della società.

Per Eligio Resta: “la fraternità si è posta sin dalle origini come un insieme di condizioni e di esperienze intese a designare appartenenza, condivisione, identità comuni”[4], è la condizione “dell’essere-in-comune dove un “noi” del plurale è anteriore all’”io” “non perché sia un soggetto primo, ma perché è la spartizione o la partizione che permette di iscrivervi ‘io’”[5]. Il termine fratello, dall’indo-europeo bhrāter,[6]  indica così colui che condivide la mia nascita in quanto identità sociale ed è per questo che nel progetto illuministico la libertà e l’uguaglianza erano legate alla fraternità. Solo nel legame fraterno si può sviluppare quel rapporto che è riconoscimento dell’altro come parte significativa del nostro mondo, capace di generare simmetria nell’asimmetria, l’uguaglianza nella differenza, spingendoci a definire i confini del nostro agire entro una rete di impegni che creano le condizioni per la nostra realizzazione. Si comprende così come la fraternità nell’evoluzione da legame biologico a quello sociale è elemento fondativo della società e questo era chiaro già nell’antichità, prima che il termine fosse relegato alla sfera privata.[7]

La mediazione si può così definire lo spazio in cui si può rinnovare quel patto in cui ogni parte si ri-conosce e ri-conosce l’altro parte di un progetto collettivo e si suggella un nuovo impegno.

[1] Touraine afferma: “Oggi tutte le categorie e le istituzioni sociali che ci aiutavano a pensare e costruire la società – Stato, nazione, democrazia, classe, famiglia – sono diventate inutilizzabili […]. Non ci aiutano più a pensare le pratiche sociali contemporanee e a governare il mondo in cui viviamo. In questo modo, il sociale viene meno”. https://www.repubblica.it/cultura/2013/10/31/news/cultura_capitalismo_industriale_istituzioni_stato_classe_famiglia_intervista_al_sociologo_francese_societ_alain_touraine-69894444/.

[2] G. Cosi, L’accordo e la decisione. Il conflitto tra giudizio e mediazione, in Le istituzioni del Federalismo. Rivista di studi giuridici e politici, 6/2008, pag.732.

[3] D.Lgs 28/2010.

[4] E.Resta, Ipermodernità, conflitti e diritto fraterno,in  L’epoca dei populismi. Diritti e conflitti, a cura di F. Ciaramelli & F. Mega,volume 2 di “Teoria e Critica della Regolazione Sociale”, Mimesis edizioni, n.11 2015,pp 69-77:70, consultabile in https://mimesisjournals.com/magazine_item_detail_front.php?item_id=250.

[5] Ivi, pag.72.

[6] Phràter, che deriva da bhrater, è il membro della fratria, che riunisce persone con legami non necessariamente parentali in associazioni con finalità politiche e culturali.

[7]Serena Teppa  affronta il tema della fraternità nell’antichità come legame degli uomini in un corpo civico , S.TEPPA, Fratello, fratellanza e ‘affratellamento’,”in  Historikά Studi di storia greca e romana by Università degli Studi di Torino”, n. 2 2012, 273-285. Consultabile in https://www.ojs.unito.it/index.php/historika/article/view/767  .

 

 

When you’re suffering, that’s when you’re most real. Coscienza artificiale e relazioni in Westworld.

In Film Review, Filosofia, la perigliosa frontiera, Visioni on 23 May 2020 at 9:07 AM

Emma Bufardeci

Cosa succederebbe se un giorno si costruissero robot indistinguibili dagli esseri umani? Finora, una delle risposte più creative e raffinate si trova in Westworld, serie televisiva americana del 2016: l’ambientazione vede un enorme parco a tema Old West alle soglie del terzo millennio. I visitatori del parco sono umani in cerca di avventure, a cui è concesso interagire in qualsiasi modo con gli androidi residenti. Questi sono programmati in modo da non poter nuocere agli umani, da cui spesso subiscono violenti soprusi. E quando un robot viene danneggiato, sono previste riparazioni e riprogrammazioni di vario genere: da quella fisica e al reset dei ricordi legati all’ultima violenza subita, fino allo stravolgimento del personaggio e della storia assegnati[1].

A un certo punto, i supervisori del parco riscontrano delle anomalie: ci sono dei residenti che sembrano sognare a occhi aperti. Alcuni urlano come in preda agli incubi oppure parlano da soli. Ognuno di loro sembra rivolgersi a un fantomatico interlocutore di nome “Arnold”. Così, il capo della Divisione Programmazione, Bernard, riferisce la situazione al direttore creativo nonché unico fondatore in vita del parco, il Dottor Ford. Si aprono allora una serie di digressioni narrative, dove vediamo il cofondatore del parco, per l’appunto, Arnold, battersi strenuamente per la costruzione di una “vera” coscienza per gli androidi. Ma, come narra lo stesso Ford, Arnold arriva a malapena a creare una sorta di “linea guida”: la percezione di una voce interiore, la sua, nella speranza che un giorno questa venga sostituita da una voce interamente derivata dall’androide stesso. Scopo di questa è far salire i gradini di una “piramide”, con alla base la memoria, poi l’interesse personale poi l’improvvisazione.

 

Ma l’incapacità di definire la punta della piramide porta Arnold alla pazzia. In realtà, il motivo per cui Arnold non trovasse la punta della piramide viene svelato in un flashback dallo stesso: «Consciousness isn’t the journey upward but a journey inward; not a pyramid but a maze.  Every choice could bring you closer to the center or send you spiralling to the edges to madness». L’immagine del labirinto contiene un doppio significato: l’esperienza di un percorso dove la scelta ad ogni bivio ha una conseguenza, e, al contempo, la ricerca di una meta ben precisa, il centro del labirinto. Esso rappresenta la più intima consapevolezza di sé: il punto in cui l’androide, guardandosi indietro, può finalmente rispondere alla domanda “chi sono io?”[2]. Il modello del labirinto, per quanto esemplificativo, ci permette di rappresentare come l’idea di una vera e propria umanità robotica possa prendere forma. L’immagine denota un’idea del tutto originale: il programmatore allestisce solo la struttura del viaggio, non lo prefigura per intero. In fin dei conti, nessun labirinto corrisponde all’esatto percorso che ciascuno dei visitatori farà all’interno di esso. Lo stesso ingresso nel labirinto non è una condizione che si pone automaticamente con la costruzione del robot. Ed è in questa medesima condizione che giace il vero motivo concernente il reset dei traumi subiti: dietro alla sensatissima idea di un atto di carità da parte dei capi del parco, si cela, in realtà, la negazione dei “biglietti d’ingresso” al labirinto dell’interiorità[3].

Il poster originario del film “Westworld” (1973)

La coscienza dei protagonisti, in quanto frutto di un viaggio, ha bisogno di tempo. Tuttavia, anche quando interamente simulata, essa è in grado di evocare le stesse reazioni di un essere umano[4]. A tal proposito, una delle questioni future potrebbe essere costituita dall’illusione di eguagliare una relazione umano-robot (HRR) a una umano-umano (HHR). Tale rischio deriverebbe dal dimenticare lo scopo per cui si costruisce un robot: il soddisfacimento di un’esigenza umana.  Antropomorfizzare un robot comporterebbe, quindi, la pretesa di ritrovare le dinamiche di una HHI in una HRI o viceversa. Proviamo a immaginarne le conseguenze: da un lato, l’illusione di aver trovato l’equivalente di una HHR nella pseudo-relazione HRR sbatterà contro il dato di una programmazione cucita su misura per il proprio utente[5]; dall’altro, la pretesa di rivedere le stesse appaganti dinamiche di una HRR in una HHR verranno deluse, portando a conseguenze alienanti. Inversamente, ipostatizzare l’elemento dell’artificio porterebbe all’eccesso opposto dell’antropomorfizzazione: la reificazione dell’androide. Essa consiste nell’adozione di una serie di comportamenti crudeli giustificati dal fatto di non avere una vera persona davanti. Le maggiori argomentazioni volte a contrastare una eventuale normalizzazione del fenomeno ci provengono dalle contaminazioni fra psicologia ed etica della virtù: l’individuo umano trarrebbe un piacere che deriva esclusivamente dall’antropomorfismo estetico e comportamentale dell’androide. Lo stesso piacere difficilmente sarebbe ottenuto dal maltrattamento di un dispositivo che non riproduce alcun tipo di attività o sembianze umane. Inoltre, nella HRR la reiterazione di un comportamento violento rimane, comunque, un problema per l’umano che lo assume: egli, appagando un’inclinazione tossica, ne favorisce la crescita. I rischi per le sue effettive relazioni sociali sono tangibili per almeno due motivi: la disposizione compiaciuta è sita in una dimensione prerazionale per cui è irrilevante se l’esperienza di rafforzamento derivi da un umano vero o da una simulazione di esso[6]; consolidare qualsiasi attitudine rivolta al potere incontrastato implica automaticamente una disgregazione di tutte quelle inclinazioni che favoriscono le relazioni sociali. In altre parole:

Such privilege towards robots is likely to encourage self-indulgent and complacent habits, boost the self-awareness of the human users, erode their inhibitions, spoil their sense of empathy, and – worst-case scenario – motivate them to tolerate, justify, or even replicate abusive behaviours against actual living creatures. If these dynamics were replicated on a massive scale, they could exacerbate social tensions in large communities and deteriorate civil cohesion.[7]

Pertanto, più che delle istruzioni per l’uso, l’intelligenza artificiale ha e avrà bisogno di una educazione alla relazione con essa. Un punto di partenza per l’indagine filosofica potrebbe essere il ripensamento, a partire dal contesto, proprio di quella dicotomia soggetto/oggetto che per prima fonda il rischio di un abuso autodistruttivo.

 

 

Note

[1] La totale incoscienza dell’androide a riguardo è esemplificata dalle varie scene in cui una delle protagoniste, Dolores, succube di una routine prestabilita, comincia ogni giornata allo stesso identico modo: stessi pensieri, stessi scambi con l’androide programmato per rivestire il ruolo di padre e le stesse azioni finalizzate agli incontri con i visitatori.

[2] A. Ourri, An Analysis of Identity in Artificial Intelligence as presented in Westworld (p. 5).

[3] Il fulcro di questa tesi è racchiuso in un dialogo fra il Dottor Ford e Bernard, il quale, nel frattempo, ha scoperto di essere non solo egli stesso un androide, ma perfino la medesima copia del defunto Arnold:

«B- (…) I do not understand the things that I feel. Are they real, the things I experienced? My wife? The loss of my son?

F- Every host needs a backstory, Bernard.  You know that.  The self is a kind of fiction, for hosts and humans alike. It’s a story (…) and every story needs a beginning. Your imagined suffering makes you lifelike.

B- Lifelike…but not alive? Pain only exists in the mind – it’s always imagined. So, what’s the difference between my pain and yours? Between you and me? ». Durante il controllo di alcuni assetti, i programmatori scoprono elementi nuovi, le reverie, sfumature del linguaggio corporeo ricollegate a ricordi cancellati, riattivate da Ford, ai fini di fornire ad alcuni androidi “segretamente” l’accesso al labirinto.

[4] Un esempio più semplice ed emblematico potrebbe essere quello del tecnico Henri Li che copre l’androide nudo durante una riparazione. Il robot non può sentire freddo, non può provare vergogna. E il tecnico lo sa bene. Ma la mera visione di una presenza identica a quella umana tocca la dimensione prerazionale della compassione e genera spontaneamente una risposta che è indifferente alla conoscenza della macchina.

[5] È il caso di William, il quale, dopo aver vissuto una serie di peripezie con Dolores, ne perde le tracce. Forte della presenza di un sentimento genuinamente ricambiato dall’androide, la ritrova l’indomani a compiere lo stesso identico gesto che aveva portato alla loro conoscenza, con un altro ospite.

[6] M.L Capuccio, A. Peeters, W. McDonald, Sympathy for Dolores. Moral Consideration for Robots based on Virtue and Recognition (pp. 6-9).

[7] Ivi, pag.  18