Giovanni Scarafile

Malgrado tutto. Dialogo sulla festa

In Direttore, editoriale, Filosofia, Uncategorized on 10 September 2017 at 7:19 PM

Giovanni Scarafile

 

 

 

Riccardo – Quest’anno, finalmente, proprio una bella estate, anzi un’estate fantastica.

Gianni – Sono contento. Dai, racconta

R. – Abbiamo girato un sacco. Ogni sera, un posto diverso. Alla ricerca delle cose migliori.

G. – Fammi un esempio, sono curioso

R. Le feste, non abbiamo voluto farci mancare nulla. Quell’atmosfera, l’aria frizzante, la gente allegra. E poi, le bancarelle. Non hai idea le bancarelle..

G. – Cioè?

R. – Ogni sera ce n’erano a perdita d’occhio. Di tutti i tipi. E tanta gente

G. – Ah, ecco, tanta gente..

R. – Sì, una meraviglia. Non c’era spazio per camminare, pensa

G. – Eh sì, una vera meraviglia..

R. – Ma è bello!, non essere il solito

G. – Il solito che?, scusa

R. – Il solito musone. Una sera avresti dovuto vedere la fila per il crostone di pane con crema ai fegatini! Poi, c’era uno stand con dei cosciotti di maiale con castagne che erano la fine del mondo.

G. – Insomma, avete passato un’intera serata a mangiare, spostandovi come anime in pena di stand in stand?

R. Beh, no.. C’era pure la musica. Bella. Allegra. Musica solare degli anni ’70.

G. Ah, ecco. Così in effetti cambia tutto.

Seduti ai tavolini di un bar di piazza S. Oronzo, a Lecce, in attesa che il cameriere si accorgesse di noi, io e Riccardo ci aggiornavamo sulle ultime novità. Niente avrebbe fatto credere che fosse la metà di settembre. Né il sole, né i turisti che continuavano a passarci davanti a frotte. Tutto simile all’estate appena trascorsa. Sembravamo immersi in un luogo senza tempo. Unica eccezione, l’abbronzatura di Riccardo. Uniforme, assoluta, insuperabile. La giudicai crudele nella sua perfezione. Mentre Riccardo si era alzato per intercettare il cameriere, non riuscii a non pensare a quanto mi aveva appena raccontato. Lo trovai bizzarro. Per quanto trascorrere un’intera serata in luoghi affollati, facendo a gomitate per mangiare qualcosa, non sia il mio ideale, non faccio fatica a riconoscere che in fondo è una questione di gusti. Tuttavia, anche questa considerazione mi lasciava insoddisfatto. Sentivo che qualcosa mi sfuggiva.

“Fatto!”, disse Riccardo, sedendosi. “Ho ordinato due bitter bianchi, così abbiamo pensato pure alla tua gastrite”.

G. – Bravo! Senti un po’, che altro avete fatto?

R. – Tante cose, difficili da ricordare… Anche se, la piscialetta è insuperabile.

G. – Cosa?!

R. – Sì, una sera abbiamo fatto il pieno..

G. – Ma di cosa? Non sto capendo..

R. – Della piscialetta, no?

G. E che sarebbe?

R. Ma dove vivi!! È una specie di focaccina che fanno qui, nel Salento

G. Mai sentita..

R. è perché non ti muovi mai, stai sempre chiuso in casa. La piscialetta è una cosa tradizionale, che abbina cultura e tradizione e soprattutto è buona, buonissima. Poi c’era pure la sagra del polipo e pure lì ci siamo fatti neri

G. Immagino..

Guardavo Riccardo con leggero sgomento. Quell’elenco univoco di situazioni goderecce, cifra di un’estate fantastica, mi facevano venire il dubbio che si trattasse di uno scherzo cui mi stavo prestando involontariamente. Possibile che non vi fosse null’altro da registrare come significativo di una bella estate? A costo di farmi del male, decisi di andare avanti con le domande. Prima o poi, sarebbe venuto fuori un dettaglio di altro genere.

G. – Dai, dimmi qualche altra cosa. Possibile che non abbiate trovato qualcosa di più poetico?

R. Pensandoci un po’ su. –  Beh, sì. La panissa.

G. Non ne ho mai sentito parlare. È un’antica abbazia?

R. Nooo, che vai a pensare?!! È un piatto della cucina piemontese a base di riso, fagioli e salame.

Smisi di ascoltare. Purtroppo, Riccardo non si stava prendendo gioco di me. Era sincero e niente avrebbe potuto scuoterlo dalle sue certezze. Distolsi per un attimo lo sguardo da lui, per guardare sulla mia sinistra l’anfiteatro romano dove un gruppo di ragazzi, forse studenti, cercava di mettersi in posa per una foto di gruppo. Fu così che mi tornò alla mente un libricino di Josef Pieper, dedicato al senso della festa. Tentando di recuperare i dettagli di quella lettura, tornai a guardare Riccardo, che intanto sorseggiava il suo aperitivo. Il cameriere si allontanava dal nostro tavolino, dopo aver posato gli aperitivi, ed io non mi ero accorto di niente. Ora guardavo Riccardo aprire la bocca e parlare –  forse della panissa –  ma io non lo sentivo. Non sentivo più alcun suono. Era il segnale che il mio organismo stava mandandomi che non avrei potuto tollerare oltre una ulteriore sequenza di insulsaggini.

G. – Sai, Ricca’, la cosa strana?

R. – No, qual è?

G. – Se ogni giorno è festa, non c’è più festa.

R. – Cioè? Che vuoi dire?

G. – Voglio dire che la festa ha un senso se è l’eccezione rispetto ad un quotidiano vissuto come ferialità, come tempo del lavoro. In questa prospettiva, la festa è l’altro rispetto al lavoro. Insomma, la festa, per essere autenticamente tale, deve essere alternativa al lavoro, ma in qualche modo lo implica. Non può eliminarlo del tutto. Se ciò avvenisse, verrebbe meno il senso stesso della festa.

R. – Vabbè, ma io ero in ferie.

G. – Sì, d’accordo. Ma non sto parlando proprio di te. Sto facendo un ragionamento in generale.

R. – No, dai, non cominciare a fare discorsi complicati. Godiamoci ‘st’aperitivo in santa pace..

G. – è che mi pare esistere un modo per godersi veramente la festa più vero rispetto ad altri, tutto qua.

R. – Se è così, la cosa mi interessa.

Josef Pieper

G. – Beh, proprio la constatazione – come in fondo tu hai potuto verificare quest’estate – che ogni giorno c’è una festa rischia di farci perdere di vista il senso della festa e questo è un bel problema.

R. – Francamente, non vedo dove sia il problema.

G. – Il senso della festa non si esaurisce nel godimento di ciò che viene festeggiato. Quel senso, se inteso in modo corretto, conduce al di là della festa.

R. – Già, ma se conduce al di là della festa, come dici tu, significa che la festa è finita?

G. – Ma no. Significa che la festa può farci vedere, può farci considerare delle cose che altrimenti non avremmo visto. Per fare questo, però, la festa non può essere qualcosa di totalizzante ed onnicomprensivo.

R. – Scusa, ma che cacchio significa totalizzante e onnicomprensivo?

G. – In parole povere, significa che ci sono degli argomenti che possono essere colti veramente se si apre lo sguardo, se si prova a guardare oltre. È una cosa che scrive Josef Pieper in un libro che dovresti leggere.

R. – No, per carità. Mi vedi a leggere un libro di filosofia?

G. – In effetti, non ti vedo. Ma forse potrebbe essere utile

R. – Io invece credo di no. Insomma, che cosa c’entra la filosofia con la festa? Possibile che i filosofi si debbano mettere in mezzo a tutto? É tanto semplice ammettere che ci sono tanti tipi di feste e che ognuno è libero di scegliersi la festa che vuole tutte le volte che vuole? Che c’è di male?

G. – Quello che tu dici non è sganciato da una concezione più generale, ma anzi la esprime.  L’idea secondo cui esistono diverse scelte dotate di uguale valore è una idea vecchiotta. Proprio mentre pensi di agire, rivendicando con orgoglio la distanza da qualsiasi atteggiamento riflessivo, ci sei invischiato dentro. Con la differenza, che non lo sai.

R. –   Sarà come dici tu, ma io mi trovo benissimo.

G. – Non sei l’unico. È una cosa che riguarda la gran parte delle persone.

R. – E quindi, qual è il problema?

G. – Ricca’, tu sostieni una cosa chiamata “relativismo”.

R. – è grave?

G.  – Il problema del relativismo è che, mentre sostiene che tutte le scelte e tutte le opzioni teoriche hanno uguale valore, deve, per poter esistere ed essere considerato valido, fondarsi sull’idea che almeno una di queste opzioni, la sua, sia più valida delle altre. Se ciò non fosse, dal punto di vista logico, l’intero castello crollerebbe.

R. – Non ci ho capito nulla..

G. – Non è complicato: per poter sostenere che tutte le cose hanno uguale valore, il relativismo ha bisogno che almeno una di queste cose non sia equivalente alle altre, non abbia cioè lo stesso valore delle altre..

R. – .. si trovi su un gradino più alto, diciamo.

G. – Esatto, bravo! Questa cosa che deve trovarsi su un gradino più alto, cioè che deve valere più delle altre è il relativismo stesso. Mentre afferma che tutto ha uguale valore, il relativismo nega che tutto ha uguale valore. Capito ora?

R. – Mi sembra di sì. Ma da questo cosa deriva?

G. – Deriva una cosa semplice: che puoi continuare quanto vuoi a credere che ciò che pensi sia vero, solo che stai credendo ad una cosa senza fondamento.

R. – Cazzarola.. A questo non avevo mai pensato.. Ma come siamo arrivati qua? A proposito di che cosa?

G. – Siamo arrivati qua perché ci stavamo chiedendo se tutte le feste si equivalgano ed io ti stavo parlando di un libretto che ho letto qualche tempo fa.

R. – Beh, e che dice questo libretto?

G. – Pieper, l’autore del libretto, spiega che la festa è un modo per raggiungere l’autenticità.

R. – Ah, sì, la vita autentica, come il libro di quel teologo, come si chiama..

G. – Mancuso

R. – Ecco sì, Mancuso. Me l’hanno regalato, ma non l’ho letto.

G. – Mancuso dice che anche la condizione sociale, le stesse relazioni possono diventare luoghi dell’inautenticità quando sono la casa della menzogna. Vivere nella menzogna può essere qualche volta comodo, poi però arriva un momento nella vita in cui ti guardi indietro e, nonostante tutti gli eventuali successi che puoi aver raggiunto, ti accorgi che non rimane niente di vero. Quando sei arrivato al punto in cui la menzogna è tutta la tua vita, allora..

R. – Allora, è proprio un casino.. Ho fatto bene a non leggere ’sto libro, che tristezza, Madonna santa!

G. – Non è che il libro sia triste è che fa un’analisi di alcune situazioni..

R. – No, no, parlami di questo libretto che hai letto tu che parla della festa.

G. – Ah, sì, ecco, secondo Pieper nella vita si può vedere più o meno bene, più o meno profondamente nelle cose. Vedere di più o vedere di meno non sono la stessa cosa, no?

R. – Beh, sì, c’è una bella differenza.

G. – Questa capacità di vedere meglio le cose, non è soltanto una capacità dell’intelletto. C’è dentro anche una disponibilità a cercare un accordo, chiamalo sentimento, con quello che vedi. É un concetto di cui aveva scritto anche Teilhard de Chardin “essere di più è unirsi di più … la unità cresce solo se è sorretta da un accrescimento di coscienza”. Insomma, nelle cose che ci stanno di fronte è possibile cogliere un valore aggiunto.

R. – Quindi, se ho capito, parlare di valore aggiunto è come dire che non tutte le vie si equivalgono e che c’è una via più umana rispetto alle altre?

G. – Sì, è così, bravo! A questo aggiungi, che, secondo Pieper, questa via è raggiungibile partendo dalla festa.

R. – Non ho capito però dove si arriva seguendo questa via.

G. – Se ci si allena a distogliere lo sguardo dalle cose mutevoli per cercare ciò che resiste ad ogni mutamento, ciò che i filosofi chiamano l’essenza delle cose, allora si è acquisita una disponibilità alla contemplazione.

R. – Contemplazione?!! Ma allora è una cosa da preti!

G. – Senti, mi sono scocciato. Basta, non parliamone più. Qualsiasi cosa ti dica, mi sembra che ti rimbalzi sopra.

R. – Eeeehh, come siamo suscettibili! No, veramente, mi interessa. Qual è il senso del discorso di Pieper?

G. – Secondo questo filosofo, è possibile festeggiare in senso autentico non partendo dal motivo di una festa. Il motivo è sì importante, ma non è la cosa più importante.

R. – E qual è la cosa più importante?

G. – La cosa più importante è raggiungere, tramite ciò che prima chiamavamo contemplazione, un consenso con il mondo. Lui dice un “consenso universale, che si estende al mondo intero, alla realtà delle cose e alla stessa esistenza umana”.

R. – Senti Gia’, non è per prenderti in giro, ma a parte il fatto che ho parecchi dubbi su questa cosa della contemplazione, non vedo come si possa concordare con questa teoria. Insomma, ammesso e non concesso che si riesca attraverso la contemplazione a vedere il senso di tutte le cose, tu veramente credi che si possa essere d’accordo con il senso, cioè che si possa gioire con il senso delle cose?

G. – Spiegati meglio, per favore.

R. – Ma, dico, siamo matti?! A me sembra che la realtà sia in generale negativa. Come si può pensare, ragionando seriamente, di potersi accordare con la realtà? Di gioire con la realtà nella realtà? C’è forse bisogno di fare un elenco delle cose che non vanno in questo mondo?

G. – In effetti, di questo parla Pieper quando dice “celebrare una festa significa: celebrare per un motivo speciale e in modo inusuale l’approvazione del mondo già data da sempre”.

R. – Senti, questa teoria non è credibile, razionalmente parlando.

G. – Effettivamente, c’è un elemento di fiducia, di affidamento verso la bontà del senso del mondo. Per vedere, per sentire questa fiducia, bisogna allenare lo sguardo e questo lo si può fare solo se si recupera il senso autentico della festa.

R. –  Io penso invece che siccome il mondo non va, in senso generale, si deve ogni tanto allontanarsi da questo mondo, prendersi una pausa. È questo il senso vero della festa.

G. – Io penso che ci sia da fare i conti con una sensibilità sismografica.

R. – E che sarebbe?

G. – Mah, è un po’ quello che ti dicevo agli inizi. Ci sono delle cose che possono essere viste integralmente se si guarda più lontano rispetto alle cose stesse. La festa è una di queste cose. Se non si acquisisce uno sguardo diverso sulla realtà, è difficile raccapezzarsi. Solo così la festa è festa, malgrado tutto.

R. – Sì, vabbè, lo sguardo diverso, la sensibilità sismografica. Mah… Forse hai ragione tu, non so. A me sembrano solo teorie, complicazioni inutili. E poi, diciamocela tutta, vuoi mettere ’sto Pieper con la sagra della municeddha?!

 

[Questo testo è l’editoriale del numero di YM Della Festa]

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L’invenzione dell’identità

In Uncategorized on 1 September 2017 at 10:44 PM

Roberto Mordacci

L’immagine mente. Lo sappiamo. Eppure non mente: lì, su quella lastra neutra c’è Magritte, ritratto da Duane Michals. Il titolo originale dice Magritte in his garden, double exposed.

Dunque è Magritte. È ritratto nel suo stile: un uomo con la bombetta, un’ambientazione surreale, un’immagine che potrebbe essere qualcos’altro. Per questo ho aggiunto Ceci n’est pas Magritte: è perfettamente coerente con la foto, con il personaggio, con l’acuta interpretazione di Michals.

Ma costui non è Magritte: è il suo personaggio, la sua icona, la sua contraddizione. Non è, non può essere l’uomo Magritte: è la sua arte, il suo messaggio, la sua proiezione. L’uomo Magritte sarà altra cosa, non può ridursi ad una parte della sua produzione artistica, avrà altri volti, altre contraddizioni, sarà umano, insomma.

E invece quell’uomo è Magritte, proprio lui: molti di noi lo conoscono quasi solo per alcune delle intensissime e famose foto che Duane Michals gli ha scattato.

Non conosceremmo il suo volto altrimenti, non sapremmo attribuirgli un’identità precisa, il nome Magritte ci suonerebbe astratto e ambiguo. Quell’immagine, invece, è scultorea nella sua chiarezza, è precisamente l’essenza di Magritte, o meglio quello che per molti di noi è essenzialmente Magritte, anche a prescindere da altre immagini. E anche a prescindere da quant’altro Magritte sia e sia stato nella sua vita.

Se mi chiedete «chi è Magritte?», io potrei rispondere così: con un suo quadro e questa immagine. Non avreste bisogno d’altro per sapere tutto su di lui, o meglio quel che tutti sanno di Magritte. Può darsi, come amano rivelarci i critici d’arte, che ci sia anche «un altro Magritte», per esempio quello poco noto del periodo «vache», ma ciò che per noi è e resterà sempre Magritte è questo: l’uomo surrealista, l’immagine impersonale e inconfondibile della bombetta, lo spiazzamento prodotto da ogni sua opera.

Così facendo facciamo torto all’uomo Magritte? Certamente. Ma questa è la sua identità. Certo, è l’«identità sociale», ma per quanto ci riguarda è quasi tutto ciò che ne sappiamo. Dei segreti di Magritte non sapremo mai nulla. Eppure per noi lui non è un signor nessuno. È Magritte, accidenti: una grande personalità, una grande identità personale. Anche se la sua «vera» identità (posto che esista), il suo nucleo profondo resta per noi insondabile.

L’identità è precisamente questo mistero, questa insondabilità che il ritratto fotografico, anziché svelare, infittisce. Ritrarre una persona, o addirittura se stessi, con una macchina fotografica parrebbe il modo più diretto di rappresentarne l’identità, senza deformazioni. Ma tutti sappiamo quanto impersonali siano, alla fine, le foto tessera delle carte d’identità e purtroppo nemmeno un grande fotografo riuscirà mai a dirci «chi siamo veramente». Questa ricerca, questa pretesa di conoscerci e di rispondere, finalmente, all’oracolo di Delfi grazie il mezzo fotografico non ci conduce da nessuna parte: la fotografia non è in grado di portarci più oltre di qualsiasi altro mezzo. Solo un pazzo potrebbe credere di specchiarsi in una fotografia. E per altro, anche gli specchi mentono.

Questo non dipende solo dal fatto che, come è noto, la fotografia non è affatto un mezzo «neutro», una semplice riproduzione del reale priva di pre- interpretazioni e pre-giudizi. Che sia così è addirittura ovvio e semplicemente bisogna diffidare di coloro che presentano le loro fotografie come mere immagini di fatti o persone. Non c’è sguardo senza interpretazione e questo vale a maggior ragione per lo sguardo fotografico.

Vi è una fondamentale ambiguità nell’uso del mezzo fotografico per definire o rappresentare un’identità: la pretesa ovvia di rispecchiare l’altro nella sua individualità essenziale (il ritratto), di rappresentare se stessi senza infingimenti né veli (l’autoritratto) o di documentare eventi storici e culture lontane (l’attività di reportage) non può essere presa ingenuamente sul serio. Ognuno ormai sa che, come e più che la pittura o la scultura, la fotografia occulta mentre mostra, distorce mentre riflette, oscura mentre illumina. La scelta delle luci, del taglio e della situazione medesima definisce il contenuto dell’immagine almeno quanto l’oggetto stesso; di molte immagini fotografiche si può dire che sono stranamente «sfocate» anche quando sono tecnicamente perfette: esse non rendono giustizia a ciò che raffigurano, lo nascondono dietro a un velo invisibile che, a volte, solo l’autore conosce. Molti fotografi testimoniano nella loro ricerca lo sforzo di superare questo diaframma, di rendere al meglio e con onestà l’oggetto, pur nella consapevolezza del limite del proprio sguardo. Ma sarebbero disonesti se non riconoscessero che proprio il loro sforzo è il segno inequivocabile dell’insuperabilità di quel diaframma fra la realtà e l’inquadratura, fra l’individuo e il suo ritratto, fra l’evento e il suo documento.

In molti casi è tanto meglio, allora, saltare a piè pari oltre questa ambiguità, e proporre direttamente, esplicitamente un’interpretazione o addirittura, come fa Duane Michals, un concetto, un messaggio, una trama: nessun intento documentale, piuttosto l’intenzione di parlare, di dire ciò che le immagini e la realtà stessa non dicono. Anche per questo, forse, le foto di Michals sono spesso accompagnate dalle parole, foss’anche solo il titolo.

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Dai segni del cambiamento al cambiamento dei segni

In editoriale on 1 September 2017 at 10:29 PM

EDITORIALE

Giovanni Scarafile

Una pagina tratta dal Systema Naturae di Carl von Linnè

1. Carl von Linnè, celebre medico e naturalista svedese, nel 1735 pubblicò il Systema Naturae, un’opera che sarà universalmente ricordata perché in essa per la prima volta il mondo naturale viene classificato in regno animale, vegetale e minerale. Nella sua prima edizione, l’opera includeva 549 specie. Nel 1766-68, quando fu preparata l’ultima edizione, le specie erano diventate 7000 e le pagine del volume erano lievitate da 10 a 2300. Sembrerebbe un dato privo di particolare significato, eppure secondo alcuni studiosi (Weingart 2010), proprio in questo dato, è ravvisabile il passaggio dall’antico al moderno. Ma come, generazioni di studenti hanno sudato le sette camicie sui testi di Heidegger – solo per citare uno dei filosofi più famosi – per capire l’avvento della modernità, fatta coincidere con l’avvento della capacità di rappresentarsi il mondo, ed ora quello stesso paradigma sarebbe contenuto in un evento editoria- le di così poco conto?

In realtà, l’avere più dati porta con sé l’esigenza di organizzare quei dati. Paradossalmente, più dati significa meno dati da gestire, se sei in grado di escogitare un metodo per maneggiare le informazioni. L’aumento dei dati a disposizione, sperimentata da Linnè, non è allora solo una questione quantitativa. È il gate attraversando il quale il metodo della concettualizzazione matematica degli oggetti comincia ad essere riferito ad altri campi del sapere.

2. Siamo propri sicuri che una tale estensione da un campo all’altro funzioni? Chi ce lo garantisce? Quali antidoti esistono? Domande del genere devono essersele poste coloro che hanno assistito a questa evoluzione, nient’affatto scon- tata. La scienza inizia a rivendicare una validità su ambiti sempre più vasti e, come contrappeso, viene delineandosi il ruolo arbitrale di coloro cui è demandato il compito di vigilare.

E così, gli scritti, gli articoli, i libri diventano sempre più specializzati. Non ci si rivolge più al pubblico, ma ai colleghi studiosi. È il periodo in cui sorgono le società scientifiche interne a ciascu- na disciplina. Secondo Hermann von Helmholtz, noto medico e fisiologo tedesco, vissuto alla metà dell’Ottocento: «Ogni singolo ricercatore è indotto a sce- gliere una sempre più piccola area come suo luogo di lavoro e può soltanto man- tenere una conoscenza incompleta delle aree vicine» (Weingart 2010: 7). L’ideale dell’unità del sapere non scompare del tutto, ma esso comincia ad apparire come chi si ostini a ballare il twist mentre ascolta i ritmi tipici dell’electro-house. Essere fuori tempo, potremmo anche dire.

3. Le forme della comunicazione scientifica (prosa e struttura degli articoli scientifici, per esempio) non sono decisi dal caso, né sono eterni. Essi scaturiscono dai particolari bisogni di un periodo. Nell’editoriale Preparation of Abstracts, pubblicato nel 1920 sull’Astrophysical Journal, Gordon Scott Fulcher, uno studioso noto soprattutto per le sue ricerche sulla viscosità, suggeriva il metodo di far precedere ciascun articolo scientifico da un abstract, “preparato dall’autore e consegnato con il manoscritto”. L’inserimento di un abstract è diventato per noi del tutto consueto, ma non era così quando Scott Fulcher scriveva. La sua idea, che avrebbe di fatto rivoluzionato il modo scientifico di pubblicare un articolo, era una novità assoluta e scaturiva dalla necessità di consentire agli scienziati di individuare velocemente il tipo di contenuto più confacente alle proprie ricerche, escludendo articoli meno pertinenti.

4. Esaminando in una ricerca pluriennale un campione significativo di articoli scientifici scritti dal 1600 al 1900, Alan Gross, Joseph Harmon e Michael Redy hanno provato ad individuare la linea selettiva seguita dalle forme di espressione. Per descrivere tale progressione occorre fare riferimento ai tre elementi costitutivi di un contributo scientifico. Si tratta dello stile, della presentazione e dell’argomentazione.

a) Lo stile indica ogni caratteristica di un testo il cui focus è formato dalla sin- tassi delle frasi o dalla scelta delle parole.

b) La presentazione indica i modi in cui il testo è organizzato ed in cui sono mostrati i dati in esso contenuti.

c) L’argomentazione indica l’insieme dei mezzi impiegati per supportare le affermazioni.

Dalla disamina di centinaia di articoli scientifici dal 1600 al 1900 emerge un triplice referto:

  1. nel corso dei secoli ed in modo costante, lo stile si adatta per consentire alla mente del lettore di concentrarsi sulle cose;
  2. nel corso dei secoli ed in modo costante, si assiste allo sviluppo di stile e presentazione per far fronte ad una crescente complessità;
  3. nel corso dei secoli ed in modo costante, le rappresentazioni visive sono progressivamente integrate con gli argomenti.

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