Giovanni Scarafile

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Malgrado tutto. Dialogo sulla festa

In Direttore, editoriale, Filosofia, Uncategorized on 10 September 2017 at 7:19 PM

Giovanni Scarafile

 

 

 

Riccardo – Quest’anno, finalmente, proprio una bella estate, anzi un’estate fantastica.

Gianni – Sono contento. Dai, racconta

R. – Abbiamo girato un sacco. Ogni sera, un posto diverso. Alla ricerca delle cose migliori.

G. – Fammi un esempio, sono curioso

R. Le feste, non abbiamo voluto farci mancare nulla. Quell’atmosfera, l’aria frizzante, la gente allegra. E poi, le bancarelle. Non hai idea le bancarelle..

G. – Cioè?

R. – Ogni sera ce n’erano a perdita d’occhio. Di tutti i tipi. E tanta gente

G. – Ah, ecco, tanta gente..

R. – Sì, una meraviglia. Non c’era spazio per camminare, pensa

G. – Eh sì, una vera meraviglia..

R. – Ma è bello!, non essere il solito

G. – Il solito che?, scusa

R. – Il solito musone. Una sera avresti dovuto vedere la fila per il crostone di pane con crema ai fegatini! Poi, c’era uno stand con dei cosciotti di maiale con castagne che erano la fine del mondo.

G. – Insomma, avete passato un’intera serata a mangiare, spostandovi come anime in pena di stand in stand?

R. Beh, no.. C’era pure la musica. Bella. Allegra. Musica solare degli anni ’70.

G. Ah, ecco. Così in effetti cambia tutto.

Seduti ai tavolini di un bar di piazza S. Oronzo, a Lecce, in attesa che il cameriere si accorgesse di noi, io e Riccardo ci aggiornavamo sulle ultime novità. Niente avrebbe fatto credere che fosse la metà di settembre. Né il sole, né i turisti che continuavano a passarci davanti a frotte. Tutto simile all’estate appena trascorsa. Sembravamo immersi in un luogo senza tempo. Unica eccezione, l’abbronzatura di Riccardo. Uniforme, assoluta, insuperabile. La giudicai crudele nella sua perfezione. Mentre Riccardo si era alzato per intercettare il cameriere, non riuscii a non pensare a quanto mi aveva appena raccontato. Lo trovai bizzarro. Per quanto trascorrere un’intera serata in luoghi affollati, facendo a gomitate per mangiare qualcosa, non sia il mio ideale, non faccio fatica a riconoscere che in fondo è una questione di gusti. Tuttavia, anche questa considerazione mi lasciava insoddisfatto. Sentivo che qualcosa mi sfuggiva.

“Fatto!”, disse Riccardo, sedendosi. “Ho ordinato due bitter bianchi, così abbiamo pensato pure alla tua gastrite”.

G. – Bravo! Senti un po’, che altro avete fatto?

R. – Tante cose, difficili da ricordare… Anche se, la piscialetta è insuperabile.

G. – Cosa?!

R. – Sì, una sera abbiamo fatto il pieno..

G. – Ma di cosa? Non sto capendo..

R. – Della piscialetta, no?

G. E che sarebbe?

R. Ma dove vivi!! È una specie di focaccina che fanno qui, nel Salento

G. Mai sentita..

R. è perché non ti muovi mai, stai sempre chiuso in casa. La piscialetta è una cosa tradizionale, che abbina cultura e tradizione e soprattutto è buona, buonissima. Poi c’era pure la sagra del polipo e pure lì ci siamo fatti neri

G. Immagino..

Guardavo Riccardo con leggero sgomento. Quell’elenco univoco di situazioni goderecce, cifra di un’estate fantastica, mi facevano venire il dubbio che si trattasse di uno scherzo cui mi stavo prestando involontariamente. Possibile che non vi fosse null’altro da registrare come significativo di una bella estate? A costo di farmi del male, decisi di andare avanti con le domande. Prima o poi, sarebbe venuto fuori un dettaglio di altro genere.

G. – Dai, dimmi qualche altra cosa. Possibile che non abbiate trovato qualcosa di più poetico?

R. Pensandoci un po’ su. –  Beh, sì. La panissa.

G. Non ne ho mai sentito parlare. È un’antica abbazia?

R. Nooo, che vai a pensare?!! È un piatto della cucina piemontese a base di riso, fagioli e salame.

Smisi di ascoltare. Purtroppo, Riccardo non si stava prendendo gioco di me. Era sincero e niente avrebbe potuto scuoterlo dalle sue certezze. Distolsi per un attimo lo sguardo da lui, per guardare sulla mia sinistra l’anfiteatro romano dove un gruppo di ragazzi, forse studenti, cercava di mettersi in posa per una foto di gruppo. Fu così che mi tornò alla mente un libricino di Josef Pieper, dedicato al senso della festa. Tentando di recuperare i dettagli di quella lettura, tornai a guardare Riccardo, che intanto sorseggiava il suo aperitivo. Il cameriere si allontanava dal nostro tavolino, dopo aver posato gli aperitivi, ed io non mi ero accorto di niente. Ora guardavo Riccardo aprire la bocca e parlare –  forse della panissa –  ma io non lo sentivo. Non sentivo più alcun suono. Era il segnale che il mio organismo stava mandandomi che non avrei potuto tollerare oltre una ulteriore sequenza di insulsaggini.

G. – Sai, Ricca’, la cosa strana?

R. – No, qual è?

G. – Se ogni giorno è festa, non c’è più festa.

R. – Cioè? Che vuoi dire?

G. – Voglio dire che la festa ha un senso se è l’eccezione rispetto ad un quotidiano vissuto come ferialità, come tempo del lavoro. In questa prospettiva, la festa è l’altro rispetto al lavoro. Insomma, la festa, per essere autenticamente tale, deve essere alternativa al lavoro, ma in qualche modo lo implica. Non può eliminarlo del tutto. Se ciò avvenisse, verrebbe meno il senso stesso della festa.

R. – Vabbè, ma io ero in ferie.

G. – Sì, d’accordo. Ma non sto parlando proprio di te. Sto facendo un ragionamento in generale.

R. – No, dai, non cominciare a fare discorsi complicati. Godiamoci ‘st’aperitivo in santa pace..

G. – è che mi pare esistere un modo per godersi veramente la festa più vero rispetto ad altri, tutto qua.

R. – Se è così, la cosa mi interessa.

Josef Pieper

G. – Beh, proprio la constatazione – come in fondo tu hai potuto verificare quest’estate – che ogni giorno c’è una festa rischia di farci perdere di vista il senso della festa e questo è un bel problema.

R. – Francamente, non vedo dove sia il problema.

G. – Il senso della festa non si esaurisce nel godimento di ciò che viene festeggiato. Quel senso, se inteso in modo corretto, conduce al di là della festa.

R. – Già, ma se conduce al di là della festa, come dici tu, significa che la festa è finita?

G. – Ma no. Significa che la festa può farci vedere, può farci considerare delle cose che altrimenti non avremmo visto. Per fare questo, però, la festa non può essere qualcosa di totalizzante ed onnicomprensivo.

R. – Scusa, ma che cacchio significa totalizzante e onnicomprensivo?

G. – In parole povere, significa che ci sono degli argomenti che possono essere colti veramente se si apre lo sguardo, se si prova a guardare oltre. È una cosa che scrive Josef Pieper in un libro che dovresti leggere.

R. – No, per carità. Mi vedi a leggere un libro di filosofia?

G. – In effetti, non ti vedo. Ma forse potrebbe essere utile

R. – Io invece credo di no. Insomma, che cosa c’entra la filosofia con la festa? Possibile che i filosofi si debbano mettere in mezzo a tutto? É tanto semplice ammettere che ci sono tanti tipi di feste e che ognuno è libero di scegliersi la festa che vuole tutte le volte che vuole? Che c’è di male?

G. – Quello che tu dici non è sganciato da una concezione più generale, ma anzi la esprime.  L’idea secondo cui esistono diverse scelte dotate di uguale valore è una idea vecchiotta. Proprio mentre pensi di agire, rivendicando con orgoglio la distanza da qualsiasi atteggiamento riflessivo, ci sei invischiato dentro. Con la differenza, che non lo sai.

R. –   Sarà come dici tu, ma io mi trovo benissimo.

G. – Non sei l’unico. È una cosa che riguarda la gran parte delle persone.

R. – E quindi, qual è il problema?

G. – Ricca’, tu sostieni una cosa chiamata “relativismo”.

R. – è grave?

G.  – Il problema del relativismo è che, mentre sostiene che tutte le scelte e tutte le opzioni teoriche hanno uguale valore, deve, per poter esistere ed essere considerato valido, fondarsi sull’idea che almeno una di queste opzioni, la sua, sia più valida delle altre. Se ciò non fosse, dal punto di vista logico, l’intero castello crollerebbe.

R. – Non ci ho capito nulla..

G. – Non è complicato: per poter sostenere che tutte le cose hanno uguale valore, il relativismo ha bisogno che almeno una di queste cose non sia equivalente alle altre, non abbia cioè lo stesso valore delle altre..

R. – .. si trovi su un gradino più alto, diciamo.

G. – Esatto, bravo! Questa cosa che deve trovarsi su un gradino più alto, cioè che deve valere più delle altre è il relativismo stesso. Mentre afferma che tutto ha uguale valore, il relativismo nega che tutto ha uguale valore. Capito ora?

R. – Mi sembra di sì. Ma da questo cosa deriva?

G. – Deriva una cosa semplice: che puoi continuare quanto vuoi a credere che ciò che pensi sia vero, solo che stai credendo ad una cosa senza fondamento.

R. – Cazzarola.. A questo non avevo mai pensato.. Ma come siamo arrivati qua? A proposito di che cosa?

G. – Siamo arrivati qua perché ci stavamo chiedendo se tutte le feste si equivalgano ed io ti stavo parlando di un libretto che ho letto qualche tempo fa.

R. – Beh, e che dice questo libretto?

G. – Pieper, l’autore del libretto, spiega che la festa è un modo per raggiungere l’autenticità.

R. – Ah, sì, la vita autentica, come il libro di quel teologo, come si chiama..

G. – Mancuso

R. – Ecco sì, Mancuso. Me l’hanno regalato, ma non l’ho letto.

G. – Mancuso dice che anche la condizione sociale, le stesse relazioni possono diventare luoghi dell’inautenticità quando sono la casa della menzogna. Vivere nella menzogna può essere qualche volta comodo, poi però arriva un momento nella vita in cui ti guardi indietro e, nonostante tutti gli eventuali successi che puoi aver raggiunto, ti accorgi che non rimane niente di vero. Quando sei arrivato al punto in cui la menzogna è tutta la tua vita, allora..

R. – Allora, è proprio un casino.. Ho fatto bene a non leggere ’sto libro, che tristezza, Madonna santa!

G. – Non è che il libro sia triste è che fa un’analisi di alcune situazioni..

R. – No, no, parlami di questo libretto che hai letto tu che parla della festa.

G. – Ah, sì, ecco, secondo Pieper nella vita si può vedere più o meno bene, più o meno profondamente nelle cose. Vedere di più o vedere di meno non sono la stessa cosa, no?

R. – Beh, sì, c’è una bella differenza.

G. – Questa capacità di vedere meglio le cose, non è soltanto una capacità dell’intelletto. C’è dentro anche una disponibilità a cercare un accordo, chiamalo sentimento, con quello che vedi. É un concetto di cui aveva scritto anche Teilhard de Chardin “essere di più è unirsi di più … la unità cresce solo se è sorretta da un accrescimento di coscienza”. Insomma, nelle cose che ci stanno di fronte è possibile cogliere un valore aggiunto.

R. – Quindi, se ho capito, parlare di valore aggiunto è come dire che non tutte le vie si equivalgono e che c’è una via più umana rispetto alle altre?

G. – Sì, è così, bravo! A questo aggiungi, che, secondo Pieper, questa via è raggiungibile partendo dalla festa.

R. – Non ho capito però dove si arriva seguendo questa via.

G. – Se ci si allena a distogliere lo sguardo dalle cose mutevoli per cercare ciò che resiste ad ogni mutamento, ciò che i filosofi chiamano l’essenza delle cose, allora si è acquisita una disponibilità alla contemplazione.

R. – Contemplazione?!! Ma allora è una cosa da preti!

G. – Senti, mi sono scocciato. Basta, non parliamone più. Qualsiasi cosa ti dica, mi sembra che ti rimbalzi sopra.

R. – Eeeehh, come siamo suscettibili! No, veramente, mi interessa. Qual è il senso del discorso di Pieper?

G. – Secondo questo filosofo, è possibile festeggiare in senso autentico non partendo dal motivo di una festa. Il motivo è sì importante, ma non è la cosa più importante.

R. – E qual è la cosa più importante?

G. – La cosa più importante è raggiungere, tramite ciò che prima chiamavamo contemplazione, un consenso con il mondo. Lui dice un “consenso universale, che si estende al mondo intero, alla realtà delle cose e alla stessa esistenza umana”.

R. – Senti Gia’, non è per prenderti in giro, ma a parte il fatto che ho parecchi dubbi su questa cosa della contemplazione, non vedo come si possa concordare con questa teoria. Insomma, ammesso e non concesso che si riesca attraverso la contemplazione a vedere il senso di tutte le cose, tu veramente credi che si possa essere d’accordo con il senso, cioè che si possa gioire con il senso delle cose?

G. – Spiegati meglio, per favore.

R. – Ma, dico, siamo matti?! A me sembra che la realtà sia in generale negativa. Come si può pensare, ragionando seriamente, di potersi accordare con la realtà? Di gioire con la realtà nella realtà? C’è forse bisogno di fare un elenco delle cose che non vanno in questo mondo?

G. – In effetti, di questo parla Pieper quando dice “celebrare una festa significa: celebrare per un motivo speciale e in modo inusuale l’approvazione del mondo già data da sempre”.

R. – Senti, questa teoria non è credibile, razionalmente parlando.

G. – Effettivamente, c’è un elemento di fiducia, di affidamento verso la bontà del senso del mondo. Per vedere, per sentire questa fiducia, bisogna allenare lo sguardo e questo lo si può fare solo se si recupera il senso autentico della festa.

R. –  Io penso invece che siccome il mondo non va, in senso generale, si deve ogni tanto allontanarsi da questo mondo, prendersi una pausa. È questo il senso vero della festa.

G. – Io penso che ci sia da fare i conti con una sensibilità sismografica.

R. – E che sarebbe?

G. – Mah, è un po’ quello che ti dicevo agli inizi. Ci sono delle cose che possono essere viste integralmente se si guarda più lontano rispetto alle cose stesse. La festa è una di queste cose. Se non si acquisisce uno sguardo diverso sulla realtà, è difficile raccapezzarsi. Solo così la festa è festa, malgrado tutto.

R. – Sì, vabbè, lo sguardo diverso, la sensibilità sismografica. Mah… Forse hai ragione tu, non so. A me sembrano solo teorie, complicazioni inutili. E poi, diciamocela tutta, vuoi mettere ’sto Pieper con la sagra della municeddha?!

 

[Questo testo è l’editoriale del numero di YM Della Festa]

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L’invenzione dell’identità

In Uncategorized on 1 September 2017 at 10:44 PM

Roberto Mordacci

L’immagine mente. Lo sappiamo. Eppure non mente: lì, su quella lastra neutra c’è Magritte, ritratto da Duane Michals. Il titolo originale dice Magritte in his garden, double exposed.

Dunque è Magritte. È ritratto nel suo stile: un uomo con la bombetta, un’ambientazione surreale, un’immagine che potrebbe essere qualcos’altro. Per questo ho aggiunto Ceci n’est pas Magritte: è perfettamente coerente con la foto, con il personaggio, con l’acuta interpretazione di Michals.

Ma costui non è Magritte: è il suo personaggio, la sua icona, la sua contraddizione. Non è, non può essere l’uomo Magritte: è la sua arte, il suo messaggio, la sua proiezione. L’uomo Magritte sarà altra cosa, non può ridursi ad una parte della sua produzione artistica, avrà altri volti, altre contraddizioni, sarà umano, insomma.

E invece quell’uomo è Magritte, proprio lui: molti di noi lo conoscono quasi solo per alcune delle intensissime e famose foto che Duane Michals gli ha scattato.

Non conosceremmo il suo volto altrimenti, non sapremmo attribuirgli un’identità precisa, il nome Magritte ci suonerebbe astratto e ambiguo. Quell’immagine, invece, è scultorea nella sua chiarezza, è precisamente l’essenza di Magritte, o meglio quello che per molti di noi è essenzialmente Magritte, anche a prescindere da altre immagini. E anche a prescindere da quant’altro Magritte sia e sia stato nella sua vita.

Se mi chiedete «chi è Magritte?», io potrei rispondere così: con un suo quadro e questa immagine. Non avreste bisogno d’altro per sapere tutto su di lui, o meglio quel che tutti sanno di Magritte. Può darsi, come amano rivelarci i critici d’arte, che ci sia anche «un altro Magritte», per esempio quello poco noto del periodo «vache», ma ciò che per noi è e resterà sempre Magritte è questo: l’uomo surrealista, l’immagine impersonale e inconfondibile della bombetta, lo spiazzamento prodotto da ogni sua opera.

Così facendo facciamo torto all’uomo Magritte? Certamente. Ma questa è la sua identità. Certo, è l’«identità sociale», ma per quanto ci riguarda è quasi tutto ciò che ne sappiamo. Dei segreti di Magritte non sapremo mai nulla. Eppure per noi lui non è un signor nessuno. È Magritte, accidenti: una grande personalità, una grande identità personale. Anche se la sua «vera» identità (posto che esista), il suo nucleo profondo resta per noi insondabile.

L’identità è precisamente questo mistero, questa insondabilità che il ritratto fotografico, anziché svelare, infittisce. Ritrarre una persona, o addirittura se stessi, con una macchina fotografica parrebbe il modo più diretto di rappresentarne l’identità, senza deformazioni. Ma tutti sappiamo quanto impersonali siano, alla fine, le foto tessera delle carte d’identità e purtroppo nemmeno un grande fotografo riuscirà mai a dirci «chi siamo veramente». Questa ricerca, questa pretesa di conoscerci e di rispondere, finalmente, all’oracolo di Delfi grazie il mezzo fotografico non ci conduce da nessuna parte: la fotografia non è in grado di portarci più oltre di qualsiasi altro mezzo. Solo un pazzo potrebbe credere di specchiarsi in una fotografia. E per altro, anche gli specchi mentono.

Questo non dipende solo dal fatto che, come è noto, la fotografia non è affatto un mezzo «neutro», una semplice riproduzione del reale priva di pre- interpretazioni e pre-giudizi. Che sia così è addirittura ovvio e semplicemente bisogna diffidare di coloro che presentano le loro fotografie come mere immagini di fatti o persone. Non c’è sguardo senza interpretazione e questo vale a maggior ragione per lo sguardo fotografico.

Vi è una fondamentale ambiguità nell’uso del mezzo fotografico per definire o rappresentare un’identità: la pretesa ovvia di rispecchiare l’altro nella sua individualità essenziale (il ritratto), di rappresentare se stessi senza infingimenti né veli (l’autoritratto) o di documentare eventi storici e culture lontane (l’attività di reportage) non può essere presa ingenuamente sul serio. Ognuno ormai sa che, come e più che la pittura o la scultura, la fotografia occulta mentre mostra, distorce mentre riflette, oscura mentre illumina. La scelta delle luci, del taglio e della situazione medesima definisce il contenuto dell’immagine almeno quanto l’oggetto stesso; di molte immagini fotografiche si può dire che sono stranamente «sfocate» anche quando sono tecnicamente perfette: esse non rendono giustizia a ciò che raffigurano, lo nascondono dietro a un velo invisibile che, a volte, solo l’autore conosce. Molti fotografi testimoniano nella loro ricerca lo sforzo di superare questo diaframma, di rendere al meglio e con onestà l’oggetto, pur nella consapevolezza del limite del proprio sguardo. Ma sarebbero disonesti se non riconoscessero che proprio il loro sforzo è il segno inequivocabile dell’insuperabilità di quel diaframma fra la realtà e l’inquadratura, fra l’individuo e il suo ritratto, fra l’evento e il suo documento.

In molti casi è tanto meglio, allora, saltare a piè pari oltre questa ambiguità, e proporre direttamente, esplicitamente un’interpretazione o addirittura, come fa Duane Michals, un concetto, un messaggio, una trama: nessun intento documentale, piuttosto l’intenzione di parlare, di dire ciò che le immagini e la realtà stessa non dicono. Anche per questo, forse, le foto di Michals sono spesso accompagnate dalle parole, foss’anche solo il titolo.

[Continua a leggere, sostenendo YM]

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Stay ridicolous!

In Uncategorized on 3 May 2017 at 7:01 AM

Giovanni Scarafile

Ricordate le parole “Stay hungry, stay foolish” con cui Steve Jobs, nel 2005, invitava i giovani laureati dell’Università di Standford a non rinunciare ai propri sogni?

Si potrebbe forse aggiungere uno “Stay ridiculous” a quell’autorevole esortazione.

Qualche giorno fa, ho avuto modo di parlare con Fabio, il figlio diciassettenne di un caro amico, il quale, quando è “in crisi”, viene a chiedere consigli “al vecchio filosofo con la barba bianca”, come lui scherzosamente (mica tanto) dice. Fabio mi raccontava che un mesetto addietro, ha finalmente trovato il coraggio di comunicare il suo amore a Chiara, sua compagna di banco. A dire il vero, i due ragazzi non sembrano particolarmente compatibili. Chiara è considerata dai coetanei una tipa “tosta”, ha i capelli rasati a metà e per addormentarsi ascolta i Black Sabbath; Fabio è un tipo mingherlino, piuttosto timido e quando si gioca a calcetto viene messo in porta.

Nonostante ogni ragionevole previsione, la ragazzina è rimasta folgorata da una particolare espressione pronunciata dal ragazzo che, all’apice della sua ispirazione amorosa, pare le abbia detto “Sei il mio fiorellino”.

Ascoltate quelle parole, la ragazza non solo non ha picchiato Fabio (come lui si aspettava), ma si è sciolta in inaspettate lacrime e ha confessato che anche lei provava qualcosa per lui. Il giorno dopo e per le successive settimane, memore del miracoloso effetto delle sue parole, ad ogni incontro con la nuova fidanzatina, Fabio ha pronunciato la formula magica “Sei il mio fiorellino”. Infine, qualche giorno fa, Chiara ha chiaramente detto che lei odia i fiori, manifestando così la sua insofferenza per quella ostinata botanica identificazione e gli ha intimato di sparire. “Perché quelle parole non hanno funzionato più, se io le ho ripetute sempre nello stesso modo?”, mi chiedeva ora Fabio, con sguardo supplichevole.

L’episodio di Fabio e Chiara permette di accennare proprio al valore del ridicolo. Sia in ambito lavorativo che privato, la nostra esperienza ci ha insegnato che, a volte, le nostre comunicazioni risultano particolarmente efficaci. Ce ne rendiamo conto perché il nostro interlocutore sembra effettivamente toccato dai nostri argomenti e la comunicazione non diventa una inutile contesa per difendere le proprie ragioni. È vero, non succede sempre. Ma succede.

Questo stesso risultato è stato raggiunto da Fabio nel momento in cui ha osato sfidare il ridicolo, esprimendo i suoi sentimenti, cioè la sua individualità essenziale, ciò che lui intimamente è. Se si fosse attenuto alle regole codificate nel contesto (la scuola) o se avesse fatto eccessivo riferimento alle sue previsioni sul carattere di Chiara non si sarebbe mai azzardato a pronunciare la frase “Sei il mio fiorellino!”.

Ora, il punto è che quelle parole, per quanto ingenue, condividono un destino comune con le forme del comunicare, a volte così rarefatte, che noi utilizziamo quando lavoriamo. È possibile dire qualcosa in più di tale dinamica? Come funzionano le parole, in genere? E come dovrebbe essere costituita una parola in grado di toccare l’altro? Per farla breve, va detto che all’inizio, quando una espressione comunicativa nasce, essa è massimamente originale e, come tale, comunica in modo estremamente efficace. Con l’andar del tempo, quella stessa espressione perde gradualmente la sua efficacia, soprattutto se essa viene reiterata con la segreta speranza che funzioni come la prima volta.

Per quanto riguarda il ruolo del ridicolo, è senz’altro vero che, secondo il senso comune, essere ridicoli non è propriamente un complimento. Infatti, è solitamente ritenuto ridicolo chi è buffo, chi agisce come una specie di pagliaccio e, soprattutto, in un ambiente lavorativo un tale comportamento è da evitare come la peste.

Sul luogo di lavoro, infatti, è bene mostrarsi coerenti con le indicazioni ricevute dai superiori, efficienti nel perseguire i risultati richiesti, in linea con le convenzioni adottate. Sono proprio le convenzioni – direbbero i sostenitori dell’ortodossia – a garantire il più rapido raggiungimento di un obiettivo in quanto procedure standardizzate. È difficile negare una tale evidenza.

Mircea Eliade

Eppure, l’episodio di Fabio e Chiara mostra anche un’altra via. Nello specifico, mostra che è quando si ha il coraggio di essere ridicoli, cioè di sfidare le convenzioni quando esse sono ritenute non più in grado di veicolare ciò che siamo, che possiamo comunicare con tutto noi stessi. Essere ridicoli è, dunque, una condizione per essere efficaci nella comunicazione. Questa capacità va accompagnata dall’avvertimento che non per il fatto di essere stati in grado di individuare forme efficaci di comunicazione, si deve ritenere che esse permangano nella loro validità a tempo indeterminato. Ritenere che una forma comunicativa rimanga sempre valida significa invece condannarla alla stereotipia, cioè alla insignificanza. È stato questo l’errore di Fabio al quale, tuttavia, siamo grati perché ci ha segnalato che, per comunicare efficacemente, occorre avere il coraggio di sembrare un po’ ridicoli.

Non sappiamo come la storia d’amore tra questi due ragazzi evolverà, ma sappiamo che difficilmente Chiara dimenticherà la faccia tosta di un ragazzino timido le cui parole l’hanno toccata nell’animo stesso. E noi, saremmo in grado di sfidare le convenzioni in cui talvolta ci adagiamo?

Per incoraggiare i più timidi fra noi, vengono in soccorso le parole di Mircea Eliade: «Il ridicolo solo merita di essere imitato. Perché è solamente imitandolo che si imita la vita».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se i profeti irrompessero

In credere, Letteratura, Poesia, teologia, Uncategorized on 5 March 2017 at 10:52 AM
ensor-gesu-bruxelles

J. Ensor, L’entrata del Cristo a Bruxelles (1988) | Paul Getty Museum, Malibu

«Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
lo zodiaco dei demoni
come orrida ghirlanda
intorno al capo-
soppesando con le spalle i misteri
dei cieli cadenti e risorgenti
per quelli che da tempo lasciarono l’orrore

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
accendendo di una luce d’oro
le vie stellari impresse nelle loro mani
per quelli che da tempo affondarono nel sonno

Se i profeti irrompessero
Per le porte della notte,
incidendo ferite di parole
nei campi della consuetudine,
riportando qualcosa di remoto
per il bracciante
che da tempo a sera ha smesso di aspettare

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte
e cercassero un orecchio come patria

Orecchio degli uomini
ostruito d’ortica
sapresti ascoltare?

Se la voce dei profeti
soffiasse
nei flauti-ossa dei bambini uccisi,
espirasse
l’aria bruciata da grida di martirio
se costruisse un ponte
con gli spenti sospiri dei vecchi

Orecchio degli uomini
attento alle piccolezze,
sapreste ascoltare?

Se i profeti entrassero sulle ali turbinose dell’eternità
se ti lacerassero l’udito con le parole:
chi di voi vuol fare guerra a un mistero,
chi vuole inventare la morte stellare?

Se i profeti si levassero
nella notte degli uomini
come amanti in cerca del cuore dell’amato,
notte degli uomini
avresti un cuore da donare?»

Nelly Sachs, Le stelle si oscurano, 1944-46.

nelly_sachs

Nelly Sachs (1891 – 1970), poetessa e scrittrice tedesca, Premio Nobel per la letteratura nel 1966.

L’invisibile parte degli esseri

In Direttore, editoriale, Uncategorized on 3 January 2017 at 7:11 PM

Giovanni Scarafile

 

1. «Vedere significa entrare in un universo di esseri che si mostrano, ed essi non si mostrerebbero se non potessero essere nascosti gli uni dietro agli altri».

Nelle parole scritte da Merleau-Ponty in Fenomenologia della percezione si fa riferimento ad uno dei primi referti dell’attività percettiva. Per certi versi, quanto rivelato nelle parole del filosofo francese e, prima di lui, in quelle del movimento della psicologia della forma, è sorprendente per diverse ragioni.

Prima di tutto, perché quel referto riguarda il modo in cui è possibile vedere tutto ciò che ci sta intorno. L’esperienza del vedere è una attività talmente costitutiva di ciò che siamo che difficilmente si è disposti ad ammettere che possa essere diversa da come l’abbiamo sempre direttamente esperita. Il vedere è la nostra prima fonte di informazioni e se si scoprisse che le cose stanno in modo diverso rispetto a come ce le aspettiamo, allora saremmo costretti a trarne le conseguenze su molti livelli.

i-segreti-della-scogliera-di-marco-esposito-188x300L’indicazione di Merleau-Ponty sta, dunque, lì come un monito, alludendo ad un rapporto non aggirabile tra visibile ed invisibile. Il nostro vedere, dicono quelle parole, è possibile perché si istituisce una relazione tra la figura e lo sfondo. La figura è l’oggetto su cui di volta in volta dirigiamo lo sguardo. È ciò che vogliamo vedere quando vediamo. È ciò che mettiamo a fuoco. Tale visto è individuato tramite le relazioni che lo collegano a ciò che gli sta intorno.

Si tratta di dinamica inavvertita. Si compie ogni giorno in modo del tutto automatico ed è quindi inevitabile che ad essa non solo non si presti alcuna consapevole attenzione, ma che sotto silenzio cadano le sue implicazioni: alla identificabilità di qualcosa (ciò che vogliamo vedere) noi giungiamo per il tramite di ciò che si oppone a quella stessa identità in costituzione. Per dirla altrimenti, si individua l’essere per il tramite del non essere, o in termini più figurati, la luce per il tramite del buio. Queste entità, pur rimanendo opposte, sono dunque molto meno separate di quanto solitamente si pensi [1].

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Marco Esposito, autore de I segreti della scogliera.

 

2. Giuseppe Scrimieri, lo scrittore protagonista de I segreti della scogliera di Marco Esposito, si rifugia a Torre del Fiume, una località marina sulla costa salentina, per cercare di trovare l’ispirazione giusta per scrivere il suo ultimo libro.

La scelta del luogo non è casuale. Venti anni prima, infatti, il successo del romanzo precedente, ambientato nello stesso posto, era stato in gran parte dovuto alle storie surreali ed inquietanti degli abitanti del paesino. Modificare ad arte i loro nomi, tuttavia, non era stato sufficiente per evitare che si potessero riconoscere come protagonisti della storia narrata. A spiegare l’atmosfera che attende Giuseppe ci pensa lo stesso Esposito:

«Per anni, il male strisciante era cresciuto e si era alimentato sotto di loro, nutrendosi della calunnia come un parassita silenzioso. Le conseguenze del libro l’avevano portato alla luce, svelandolo in tutto il suo orrore. […]. Avevano nutrito il male tutto quel tempo, divenendo inconsapevolmente carne da macello, e ormai era quello il loro destino».

Giunto a destinazione, Giuseppe dovrà ben presto abbandonare l’ingenuità che all’inizio, forse eccessivamente, lo connotava e rendersi conto che la realtà è diversa rispetto alle attese.

Il vecchio Joe, per esempio, con cui nel passato aveva trascorso molto tempo a giocare a scacchi, ora inspiegabilmente gli riserva una accoglienza fredda e distaccata. Maria Cipressi, le vicende del cui figlio Pasquale erano state al centro del precedente libro di Giuseppe, si rivela glaciale, nonostante il garbo apparente. Nadia Cataldo, la pescivendola, con cui lo scrittore aveva avuto un fugace flirt, decide di non farsi trovare.

Nonostante tali diffidenze, Giuseppe si ambienta nella casa sulla scogli9788806129705_0_0_324_80.jpgera dove, ispirato dal mare, ritrova la liturgia della scrittura, fatta di silenzi e concentrazione. Tale ricercata solitudine, tuttavia, non lo isola dalla vita della comunità in cui è tornato a vivere. E così, gradualmente ed inesorabilmente, le vicende dei personaggi del romanzo iniziano ad incastrarsi e Giuseppe comincia a rendersi conto dell’esistenza di fili invisibili che li legano. La vicenda assume un ritmo vertiginoso nella parte finale del libro. Simile ad un lampeggiante di una sirena che, ruotando su se stesso, proietti la sua luce su ciò che gli sta intorno, la scrittura di Esposito con agilità inizia a mostrare i lineamenti di una realtà che, a lungo sopita, si risveglia lentamente. Tanto erano reali le descrizioni dei posti e delle persone nella prima parte del libro, tanto ora nella seconda parte quella accuratezza delle descrizioni lascia spazio ad una inversione delle matrici del reale. Ciò che sembrava normale, si rivela patologico.

Certo, nel libro di Esposito non mancano alcune distonie, come un caminetto acceso in piena estate e forse l’eccessiva ingenuità di Giuseppe. Tuttavia, esse non inficiano il valore di una scrittura che riesce nel difficile compito di rivelare come l’invisibile sia costitutivo delle nostre esperienze, molto più di quanto saremmo soliti aspettarci.

Varcata la soglia della plausibilità dell’invisibile, la stessa realtà assume connotati prima inimmaginabili. Ne I segreti della scogliera tale mutazione viene misteriosamente incarnata da un’anziana donna, che, riconoscibile anche per la presenza di un dente giallo lungo fino al mento, è presente nei momenti salienti in cui la vicenda si dipana. L’identità della vecchina, vestita di nero, seduta su una sedia bianca di plastica in compagnia di un grosso cane nero (richiamo a Cani neri di McEwan?) sarà rivelata solo nelle ultime pagine del romanzo.

3.

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H.P. Lovercraft

Lovercraft, Poe, King, ma anche il cinema di Argento, Cronenberg, Carpenter rappresentano la dichiarata fonte di ispirazione di Marco Esposito, il quale riesce nel tentativo di delineare un affresco della vita di una piccola comunità, ritratta nel momento in cui essa viene a contatto con un agente patogeno in grado di stravolgerne la più intima natura. In assenza di antidoti efficaci (si veda in proposito la timida figura di don Gino, il prete, alla cui assistenza spirituale la comunità di Torre del Fiume è vanamente affidata), una coltre di silenzio e forzato quieto vivere si impossessa di quella comunità, corrodendo dall’interno l’anima dei suoi abitanti.

 

Il libro di Esposito è anche una celebrazione della forza della scrittura, sia perché essa è la materia stessa della narrazione, sia perché lo stesso libro scaturisce, come spiegato dallo stesso Esposito nei Ringraziamenti alla fine del volume, dall’indomita volontà del suo autore di vedere pubblicato il suo manoscritto che lo porta nel febbraio del 2013 a dare inizio ad una felice campagna di crowdfunding.

In conclusione, mentre i personaggi de I segreti della scogliera si congedano, tornando nell’ombra, noi siamo abitati da una certezza nuova: quella invisibilità, infatti, non è tanto una destinazione lontana, frutto della fervida fantasia di un giovane scrittore, ma – in virtù della stretta interconnessione tra visibile ed invisibile – un esito sempre attuale, a seconda dello sguardo di noi lettori. De te fabula narratur.

 

[1] Uno dei modi più convincenti e profondi di pensare le conseguenze di un tale rapporto è dato dagli scritti di Virgilio Melchiorre. In particolare, si vedano i volumi Essere e parola: idee per una antropologia metafisica, Vita e Pensiero, Milano 1992; Figure del sapere, Vita e Pensiero, Milano 1994 ed il saggio Il metodo fenomenologico di Paul Ricoeur, introduzione all’edizione italiana di Finitudine e colpa.

 

La filosofia nelle organizzazioni

In Uncategorized on 22 December 2016 at 9:40 AM

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Giovanni Scarafile

1. Il SAS Institute è una società statunitense produttrice di software, dichiarata da Fortune la migliore azienda del mondo per l’attenzione riservata ai suoi dipendenti. I lavoratori del SAS Institute non hanno un limite ai giorni di malattia, possono pranzare e cenare con le proprie famiglie ed hanno un medico a loro disposizione 24 ore su 24. Ogni mese, inoltre, il CEO incontra i dipendenti nell’ambito di un evento chiamato Conversation over Coffee, per discutere di ogni eventuale problematica emersa nell’ambiente di lavoro [1].

Dagli asili per i figli dei dipendenti di Google, al programma di finanziamento degli studi per i dipendenti di Starbucks, gli esempi relativi alla promozione delle istanze dei lavoratori sono molteplici, anche se – superata la meraviglia iniziale – non sfugge che in molti casi si tratti di abili strategie funzionali al miglior perseguimento del profitto più di autentica attenzione alle persone. Indipendentemente dalla valenza che possiamo loro attribuire, tali dinamiche segnalano una trasformazione in atto nei contesti lavorativi, dove si affaccia, talvolta in modo prepotente, la possibilità di un lavorare bene, per il tramite del coinvolgimento delle risorse della filosofia.

Ad indagare i molteplici aspetti di una tale trasformazione interviene La filosofia nelle organizzazioni (Carocci 2016), il volume di Stefania Contesini, filosofa e counselor filosofica, da anni impegnata a riflettere su queste tematiche. In termini generali, il merito del libro è di fornire la cornice teorica ed alcuni strumenti di metodo perché la filosofia possa essere ritenuta credibile come sapere di riferimento affianco agli approcci teorici, ritenuti – a torto o a ragione – più accreditati.

2. La consulenza filosofica rientra nell’ambito della filosofia applicata. A scanso di equivoci, tuttavia, un tale applicabilità non è sinonimo di secondarietà in relazione ai compiti della stessa filosofia. In altri termini, sarebbe errato concepire i contesti come meri contenitori di idee pensate eminentemente in un altrove puro ed incontaminato. In ambito filosofico, la riscontrabile persistenza di tale pregiudizio è principalmente ascrivibile alla confusione tra rigore ed esattezza. Spesso, infatti, si tende a far coincidere la filosofia tout court con la sua distanza dal reale. Secondo questo modello, più questa distanza è accentuata più la filosofia può cogliere esattamente l’essenza delle cose. È senz’altro vero che la filosofia è sapere dell’immutabile. Tale constatazione, tuttavia, non fa della filosofia un sapere esatto. L’esattezza, propriamente detta, infatti, è più appropriatamente riferibile alle scienze il cui oggetto è statico, mentre nel caso della filosofia l’oggetto di pertinenza – pur nei limiti e con tutte le riserve insite in una tale attribuzione – è dinamico. In tal senso, andrebbe ricordata l’indicazione di Rickert secondo il quale, a differenza dei saperi particolari il cui obiettivo è di produrre conoscenze specialistiche di singoli ambiti del reale, la filosofia è quel sapere al cui interno deve essere assegnata una posizione anche all’io, cioè all’uomo. In virtù di tale specifica configurazione, l’ambito di pertinenza del filosofare non può che essere pensato come dinamico, senza con questo incorrere nell’errore di ritenere che tale dinamicità sia sinonimo di mancanza di rigore.

Del resto, già Aristotele nel libro V dell’Etica Nicomachea, con il riferimento al regolo di Lesbo, l’unità di misura flessibile, simile al metro oggi utilizzato dai sarti, aveva proposto una delle più efficaci metafore per indicare la specificità di un sapere filosofico che rimane universale ed oggettivo in virtù della sua specificità di conformarsi ai contesti, per quanto non lineari essi possano essere. L’applicabilità è valore aggiunto, dunque. Del resto, l’idea di giustizia, senza l’equità, che della giustizia rappresenta la declinazione ai casi particolari per il tramite della phronesis, rischierebbe di diventare una idea disincarnata e decontestualizzata. In anni più recenti rispetto ad Aristotele, e sulla scia del movimento della Rehabilitierung der praktischen Philosophie, è stato Gadamer in Verità e metodo, a ricordare che «il sapere morale non può mai, per principio, avere il carattere di un sapere insegnabile tutto compiuto prima dell’applicazione» [2].

L’operatore morale, cioè, può trovare il valore non prescindendo dalla situazione in cui quello stesso valore dev’essere perseguito. Il contesto, dunque, costituisce non un ambito derivato, ma essenziale per lo stesso costituirsi del sapere morale. Conseguentemente, anche la filosofia che si confronta con i contesti non può essere sdegnosamente derubricata ad una esercitazione, secondaria rispetto ad una presunta attitudine filosofica pura.

Stefania Contesini, autrice del volume La filosofia nelle organizzazioni

Stefania Contesini, autrice del volume La filosofia nelle organizzazioni

3. All’interno delle organizzazioni, le prime richieste rivolte al filosofo sono di individuare e fornire strumenti operativi originali per conseguire nel modo più efficace possibile gli obiettivi che il management si pone. Ovviamente, già nella definizione di una tale richiesta, è operante una sorta di retorica del management che, in base al presunto valore taumaturgico assegnato alle soluzioni prêt-à-porter, intende canalizzare le competenze filosofiche in una direzione specifica. Se, dunque, una delle condizioni poste al filosofo è di essere concreto e non astratto, perché è solo al livello della concretezza che si pongono i fatti, il lavoro del filosofo nelle organizzazioni mira invece, senza demonizzare gli strumenti, a far cogliere il valore di una risemantizzazione delle stesse nozioni di astratto e concreto. Con l’avversione per la teoria, spiega Contesini, «si perde di vista il fatto che ognuno di noi agisce sulla base di teorie, o abbozzi e frammenti di esse, che rimangono spesso impliciti e che costituiscono quel sapere tacito attraverso cui formuliamo i nostri giudizi sul mondo e prendiamo le nostre decisioni».

Nella esaltazione dei fatti, contrapposti alla teoria, si dimentica «il loro intrinseco legame con il pensiero che li significa, con le emozioni che li qualificano e con la comunicazione che li scambia e li trasforma». Il risultato paradossale è che «le aziende, nonostante la loro dichiarata avversione per l’astratto, finiscono per praticare l’astrazione molto più di quanto non credano».

4. A questo punto, la filosofia può mettere in campo almeno cinque grandi competenze.

1) Competenze di concettualizzazione. Corrispondono all’abilità di assumere una distanza dalla immanenza fusionale, la corrente continua che ci lega alle cose, per fare in modo che le cose stesse ed il nostro modo di riferirci ad esse possano diventare oggetto di uno sguardo critico;

2) Competenze di argomentazione. È una vera e propria «postura etica», corrispondente al confronto di ragioni mediante le forme espressive utilizzate per comunicare. È anche vero – e puntualmente segnalato dall’Autrice – che questo genere di competenze nelle attuali prassi lavorative, sempre più connotate dall’incremento della velocità con cui produrre risultati e dalla riduzione dei tempi a disposizione, rischiano di sembrare desuete. A maggior ragione, il ricorso al loro uso costituisce una scelta qualificante per un approccio autenticamente filosofico.

3) Competenze di giudizio. Non solo la capacità di unire universale e particolare, ma anche di considerare, rendere tematica e confrontare i criteri in base ai quali si giudica.

4) Competenze di valutazione morale. Corrispondono al necessario orientamento comportamentale in una determinata situazione: «Valutare razionalmente la moralità di un’azione significa metterla in questione, cioè effettuare un’indagine critica delle argomentazioni che vengono presentate a sostegno dell’azione medesima».

5) Competenze di sensibilità morale. Consistono nel fare uso e corretto riferimento al mondo degli affetti, considerate dall’autrice alla stregua di precondizioni per la vita etica. L’Autrice sembra così prendere le distanze dall’etiche sentimentalistiche che considerano il sentimento «la fonte normativa del giudizio morale».

Dopo il loro richiamo, tali competenze vengono calate nel contesto delle organizzazioni in modo da coinvolgere le persone in «scenari culturali nuovi, chiamate a recidere, anche se per poco, il rapporto diretto con il quotidiano e a sperimentare un effetto di estraniamento, di spiazzamento cognitivo ed emotivo». Scopo di tale distanziazione è di consentire un reingresso nelle situazioni lavorative alla luce di un nuovo sguardo sull’esistente. Ovviamente, una tale operazione non può riguardare solo i singoli, coinvolti in un percorso di formazione, ma deve trovare la disponibilità delle stesse organizzazioni al cui interno i singoli operano, «perché se è vero che le persone sono in grado di fare massa critica e modificare dal basso le prassi lavorative, è altrettanto vero, e purtroppo più ricorrente, che una cultura organizzativa dissonante ha un forte potere inibitore rispetto a qualsiasi cambiamento si chiede ai soggetti».

5. Un ulteriore aspetto esaminato dall’A. sono le soft skills, competenze trasversali a più figure professionali, fondamentali per la corretta gestione del ruolo lavorativo. Assertività, autovalutazione ed ascolto fanno parte di tali competenze. Ad ognuna di esse, l’Autrice dedica specifici paragrafi, ricostruendone la genesi e gli sviluppi possibili. Nel caso dell’ascolto, non si tratta soltanto di individuare una serie di pratiche in cui esso può essere praticato. Richiamando il pensiero di Jean-Luc Nancy, Contesini ricorda come l’ascolto sia tensione verso un senso possibile, anche se non immediatamente dato. L’effettivo accoglimento della proposta filosofica dell’ascolto, con i tempi richiesti da una sua attuazione, è anche il discrimine per distinguere quei contesti lavorativi in cui l’intervento del filosofo non sia vissuto come semplice operazione di maquillage da parte del management. Riconoscere tali istanze di subordinazione della filosofia è fondamentale anche per scongiurare e disinnescare il sempre operante snobismo dei puristi del pensare i quali, ricordando Foucault, ritengono che la formazione nelle organizzazioni sia funzionale al mantenimento degli equilibri di potere sussistenti. Di fronte ai due approcci confliggenti, l’esaltazione del management da un lato e la rivendicazione della specificità di una presunta filosofia pura dall’altro, l’A. cerca una terza via, non prima di aver opportunamente segnalato che il rifiuto sdegnato ad occuparsi dei contesti tristemente consegna questi ultimi all’anomia vera e propria. Scrive, in proposito, Contesini: «lavorare per un miglioramento di capacità e atteggiamenti non esime dal continuare a battersi per realizzare, con altri metodi e interventi, quei cambiamenti in grado di portare maggiore equità, diritti e sicurezza nell’ambito lavorativo».

6. Muovendo dall’ottimo libro di Stefania Contesini, in conclusione, sia consentito di riflettere in termini più generali sulla stessa consulenza filosofica.

Essa sembra fronteggiare una sorta di cortocircuito: per poter essere accolto, il counseling richiede nei destinatari quell’attitudine all’ascolto la cui palese assenza è lo stesso presupposto per l’invocazione del counseling. Da tale inaggirabile prospettiva, sembrerebbe allora che ogni possibile proposta di counseling sia destinata, a causa dell’assenza di una grammatica comune con i suoi potenziali beneficiari, a sortire effetti blandi nelle realtà alle quali si rivolge.

In altri termini, il rischio è che si convincano della bontà della consulenza filosofica coloro che ne sono già convinti. Lo spazio della persuasione razionale mediante cui si cerca con buoni argomenti e fondate ragioni di convincere i propri interlocutori può non essere sufficiente.

Più convincente appare l’indicazione contenuta nella parole di Adam Smith, il quale ne La ricchezza delle nazioni [4] aveva osservato che «non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi ci aspettiamo la nostra cena, ma dal lor rispetto nei confronti del loro stesso interesse. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità ma al loro amor proprio, e non parliamo loro delle nostre necessità ma della loro convenienza». Di fatto, quelle parole suggeriscono un paradigma diverso che, certo, non rinunciando alla persuasione razionale e all’attitudine all’ascolto degli interlocutori, faccia leva sulla loro convenienza: «Perseguendo il proprio interesse – osserva ancora Smith – un individuo spesso fa progredire la società più efficacemente di quando intende davvero farla progredire». Nel richiamo alla convenienza, il filosofo ed economista scozzese individua un movente interno, effettivamente presente negli interlocutori e non semplicemente auspicato.

A mio avviso, oggi noi ci troviamo in una posizione per certi versi analoga. Il cambiamento che cerchiamo richiede risorse e leve che non possono essere soltanto auspicate o ritenute esistenti di fronte all’evidenza della loro assenza. A maggior ragione, quindi, la formulazione di proposte cogenti costituisce ancora di più un ideale regolativo irrinunciabile con il quale il counseling non può fare a meno di confrontarsi quale condizione della sua stessa efficacia.

 

 Riferimenti bibliografici

 

  1. D. D’Acquisto, 5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici, http://www.ninjamarketing.it/2015/06/10/5-grandi-aziende-che-hanno-reso-i-propri-dipendenti-felici/, visitato il 12 dicembre 2016.
  2. H-G. Gadamer, Verità e metodo, Milano, Bompiani 1992.
  3. Rickert, Filosofia, valori teoria della definizione, a cura di M. Signore, Milella, Lecce 1987.
  4. A. Smith, La ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 2005.

 

Kierkegaard: vivere nella realtà negata

In Uncategorized on 11 August 2016 at 12:16 PM

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Igor Tavilla

Stig Dalager, L’uomo dell’istante. Un romanzo su Søren Kierkegaard, tr. it. a cura di Ingrid Basso, Iperborea, Milano 2016

«La vita può essere capita solo all’indietro [ma va vissuta in avanti]». Questa sentenza, tratta dal Diario di Søren Kierkegaard, sembra aver ispirato la scelta di Stig Dalager di percorrere a ritroso la biografia del filosofo danese, a partire dagli ultimi giorni di vita trascorsi presso il Frederickshospital di Copenaghen dove Kierkegaard si ricovera dopo essere stato colto da un malore per strada. Costretto a letto da un’infermità di cui nessuno riesce a diagnosticare la causa, il filosofo appare già rassegnato alla morte e più che attendere a un lucido bilancio della propria esistenza, rivive una serie di ricordi che affiorano alla coscienza tra il sogno e la veglia.

Come nota Ingrid Basso, traduttrice e curatrice del romanzo, Dalager propone al lettore il ritratto inedito di un uomo fragile, incapace di reggersi sulle proprie gambe, con una testa troppo pesante in proporzione al corpo, indice di una contraddizione profonda tra la dimensione dell’ideale, alla quale Kierkegaard si è consacrato, e il piano concreto di realtà. Più che una condizione transitoria, la ‘malattia’ si presenta dunque come la cifra che contrassegna dolorosamente l’intera esistenza del filosofo danese, e al cui debole lume si consuma la storia d’amore con Regine Olsen – la giovane donna che il filosofo abbandona dopo appena un anno di fidanzamento, ma a cui non smetterà mai di pensare come all’unico amore della sua vita.

La decisione di rompere con Regine matura, com’è noto, dalla sofferta consapevolezza che la malinconia, di cui Kierkegaard si sente prigioniero, avrebbe inevitabilmente reso infelice l’amata e trasformato il matrimonio in una continua e quotidiana tortura. Pur di restituire a Regine la propria libertà, Kierkegaard cerca dunque di passare ai suoi occhi per una canaglia e un poco di buono, ma la fidanzata, che subodora questa macchinazione, si rifiuta di lasciarlo. Alla fine, dovrà arrendersi di fronte all’irremovibile fermezza di lui, malgrado gli sforzi compiuti per convincerlo a restare. Anche quando, però, la relazione si è ormai ufficialmente interrotta, l’attrazione tra i due non si esaurisce. I loro sguardi continueranno a incrociarsi lungo le strade della cittadina danese, fino alla partenza di Regine per le Indie Occidentali al seguito del marito Fritz Schlegel.

La ragione profonda di questa condotta apparentemente incomprensibile risiede nell’incapacità di Kierkegaard di amare la giovane fidanzata hic et nunc, nella pienezza dell’istante. Il filosofo può soltanto ricordare e cantare l’amore – come la forza seduttiva dell’epistolario s’incarica di dimostrare – e può farlo a una condizione: che l’amata sia lontana. Infatti, da vero poeta, quale egli si considera, l’unico elemento in cui si sente a proprio agio è l’idea, cioè la realtà negata: il fantasma della realtà. A quest’ultima s’interessa, semmai, solo per trarne spunti da offrire alla sua fervida immaginazione, come accadeva quando era bambino e, mano nella mano con il padre Michael Pedersen, compieva lunghe passeggiate virtuali tra le quattro mura dell’appartamento di Nytorv.

La stessa produzione letteraria e le categorie che improntano la filosofia del Danese risultano pertanto segnate dalla sua tormentata esperienza interiore. Così, se attraverso l’aut-aut Kierkegaard certifica l’impossibilità di armonizzare le contraddizioni del proprio essere, la categoria del singolo ipostatizza l’isolamento in cui egli si trova confinato. Allo stesso modo, la malattia per la morte (descritta nell’omonima opera del 1849) rappresenta la disperazione – che Kierkegaard ben conosce – di volere essere se stessi e non poterlo diventare, mentre l’angoscia è il sentimento paralizzante della libertà di potere che pure il filosofo ha dolorosamente sperimentato in prima persona. In quest’ottica, anche gli autori fittizi, ai quali Kierkegaard aveva attribuito la paternità delle proprie opere allo scopo di promuovere nel lettore una scelta responsabile di vita, finiscono per apparire, in realtà, come altrettante maschere dietro le quali si agita una personalità frammentata e in conflitto con se stessa.

Sapendosi privo del coraggio necessario per diventare marito e riconoscendosi inadatto a svolgere il servizio pastorale, a Kierkegaard non resta che interpretare la propria impotenza come un segno profetico, ritenendosi chiamato da Dio a un compito speciale: risvegliare l’esigenza della fede nei propri contemporanei. Non siamo troppo lontani dalla spiegazione genealogica del cristianesimo, alla cui origine Nietzsche poneva il risentimento dell’uomo debole nei confronti della vita. Nell’opera di Dalager – su cui ci sembra aver inciso in misura determinante la monumentale e documentatissima biografia di Joakim Garff (Castelvecchi 2013) – il cristianesimo si presenta infatti come un elemento tutto sommato secondario, indotto dall’educazione paterna e via via radicalizzato nella polemica con l’autorità religiosa del tempo. A tale proposito è dato notare come, nelle quasi quattrocento pagine di cui consta il romanzo, Kierkegaard non prenda mai in mano la Bibbia («il libro – aveva fatto dire al famoso ‘qualcuno’ degli Stadi sul cammino della vita – che leggo più spesso, sta sempre sul mio tavolo») e non si raccolga in preghiera nemmeno una volta. Il filosofo si dimostra, al contrario, un distratto frequentatore di chiese, completamente assorbito dalla propria vicenda amorosa, persino quando proclama la parola di Dio dal pulpito di Kastelskirke.

Un romanzo su Kierkegaard non poteva che essere anche un romanzo su Copenaghen, la città in cui il filosofo ha trascorso l’intera esistenza e alla quale lo legava un rapporto simbiotico paragonabile a quello che univa Socrate ad Atene. Passeggiare all’aria aperta, percorrere in carrozza i viali della capitale e chiacchierare con la gente del popolo offriva, per altro, a Kierkegaard un valido diversivo per sfuggire alla propria malinconia. Il lirismo dei paesaggi, descritti da Dalager con la semplicità e l’immediatezza del ‘colpo d’occhio’ (questo il significato etimologico del termine danese øjeblik, ‘istante’) fa da controcanto a una prosa sorvegliata ma scorrevole, che il lettore italiano ha il piacere di leggere nella traduzione esperta di Ingrid Basso. Il ricorso insistito al flash-back, la forza misurata dei dialoghi, l’uso della soggettiva libera indiretta, la studiata alternanza di interni ed esterni, la scansione del romanzo in lunghi piani sequenza anziché in capitoli, contribuiscono a rendere la biografia di Dalager un interessante ‘esperimento’ cinematografico, dove la vita di Kierkegaard scorre sotto i nostri occhi come un’ininterrotta successione di istanti mancati su cui la morte stende infine il suo pietoso sipario.