Giovanni Scarafile

Noi disobbediamo

In Uncategorized on 20 September 2015 at 6:22 AM

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Stefano Semplici

Questo è uno strano “manifesto”, perché non è accompagnato da nessuna firma, salvo quella di chi lo ha scritto. Non volevo importunare ancora una volta colleghi e amici per cercare di coinvolgerli nel tentativo di trasformare in pubblico dissenso e dunque in azione politica i mugugni nei corridoi, il docile ossequio a norme e procedure vessatorie e manifestamente inutili giustificato con una nobile ma sempre invisibile obiezione di coscienza, l’abitudine a cercare il compromesso dall’interno “per limitare i danni” anziché scegliere la strada del confronto a viso aperto. Penso però che tutti coloro che condividono la necessità di valutare il lavoro dei professori, ma non il modo in cui ciò è avvenuto e il modello di università che si va così consolidando, dovrebbero finalmente trovare il coraggio di far sentire la loro voce dopo l’uscita del bando per la VQR 2011-2014. Finora solo pochi lo hanno fatto. E quei pochi non bastano. Ecco perché la pagina delle firme è vuota. Io farò naturalmente quello che propongo ai colleghi. Sarò felice se altri riempiranno quel vuoto con proposte migliori.

Stefano Semplici

 

Siamo professori universitari e non abbiamo paura di essere valutati. Perché sono i “capaci e meritevoli” che hanno diritto di raggiungere i gradi più alti delle carriere del sapere, come quelli degli studi (art. 34 della Costituzione). E anche perché sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento come un bene di tutti e per tutti e non solo per il profitto di pochi. Siamo dunque incondizionatamente favorevoli all’introduzione di tutte le procedure e di tutti gli strumenti che consentano di valorizzare i migliori e di individuare ed eliminare privilegi, inefficienze e tutto ciò che ha compromesso in questi anni la qualità del nostro lavoro e la nostra stessa immagine agli occhi dell’opinione pubblica.

La Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) è stata introdotta in Italia con la promessa che si sarebbe finalmente avviato un percorso virtuoso in questa direzione. La conquista di un “posto” non deve essere considerata come l’autorizzazione ad essere i soli giudici di quel che si fa o non si fa, senza che nulla accada neppure quando non si fa nulla. È un obiettivo importante e che non deve essere messo in discussione. Esso, tuttavia, è diventato il refrain (o forse il cavallo di Troia) di un processo che ha prodotto i seguenti risultati:

  1. La marginalizzazione della “missione” della didattica, da affidare in prospettiva, con l’eccezione di piccole nicchie di eccellenza, alle università di “serie B”, che produrranno laureati “certificati” di serie B e magari trattati come tali, a prescindere dalla verifica delle loro reali capacità e competenze. Praticamente tutti gli incentivi sono stati concentrati sulla qualità dei prodotti della ricerca e se i criteri imposti per la valutazione di questi ultimi sono apparsi subito discutibili quelli infine adottati per assegnare una risibile percentuale dei cosiddetti “fondi premiali” con riferimento appunto alla didattica sono a dir poco imbarazzanti. Risultato: per i professori e per coloro che aspirano a “fare carriera” ogni ora trascorsa al servizio degli studenti rischia di apparire come un’ora di tempo perso.
  2. La radicalizzazione del principio del publish or perish, i cui nefasti effetti collaterali sono da tempo evidenziati nella letteratura internazionale, nella ancor più spietata logica del publish and kill. L’obiettivo non è fare bene il proprio lavoro e dare il proprio contributo affinché tutti possano fare altrettanto nella comunità della ricerca, ma lottare con ogni mezzo per stare 
davanti agli altri. Risultato: una guerra di tutti contro tutti, che, come dimostrano anche l’asprezza e i contenuti del confronto sui criteri e parametri per l’abilitazione scientifica nazionale e il ruolo delle riviste di “fascia A”, non aiuta affatto a combattere le “baronie” e far emergere i talenti e rischia al contrario di rafforzare i gruppi di potere e prepotenza. E basta il buon senso per capire che il divario crescente delle risorse disponibili fra la cima e la coda delle “dettagliatissime” classifiche dell’Agenzia nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) rende e renderà impossibile perfino una leale “concorrenza” e il recupero da parte di chi ha idee potenzialmente vincenti e le capacità per realizzarle.
  3. La spregiudicata utilizzazione della parola d’ordine del “merito” per realizzare una brutale riduzione del finanziamento al sistema universitario, che era già ai livelli minimi fra i paesi più avanzati. Il blocco del turn over e quello degli scatti di anzianità sono gli elementi più evidenti di questa politica, ma gli effetti di lungo periodo della contrazione delle risorse giustificata con l’argomento che esse devono essere concentrate là dove non vengono sprecate riguardano soprattutto la desertificazione universitaria di intere aree del paese, che appunto non meriterebbero di ospitare centri di ricerca e di insegnamento di “serie A”. Risultato: meno opportunità di crescere per i talenti nati nel posto sbagliato, meno laureati di qualità, meno diritto allo studio.

La VQR 2004-2010, nonostante la buona volontà spesa da molti per realizzarla nel modo migliore, è stata nei fatti (ovviamente non nelle parole della retorica pubblica) lo strumento principale utilizzato per rafforzare questa idea di università, con il sostegno più o meno esplicito di tutti i governi che si sono succeduti in questi anni. È un’idea che rispettiamo, perché per alcuni la competizione dura di tutti contro tutti è davvero il modo più efficace per promuovere il sapere. Ma non è la nostra. E siamo convinti che non sia neppure quella che corrisponde allo spirito e alla lettera della Costituzione.

La Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, inviando all’ANVUR le sue osservazioni sul bando della nuova VQR, relativa ai “prodotti” degli anni 2011-2014, ha denunciato in particolare la gravità delle conseguenze del taglio delle risorse, ne ha chiesto il recupero e, confermando il sostegno all’idea di “un sistema di valutazione ben congegnato e implementato per migliorare la qualità della ricerca”, ha ritenuto corretto avvertire la stessa ANVUR e il Ministero che “solo a tale condizione di recupero delle risorse tagliate sarà possibile garantire la collaborazione del sistema universitario allo svolgimento del nuovo esercizio VQR 2011-2014”. Non possiamo che prendere atto del silenzio del Governo su questo punto e pensiamo che, purtroppo, quello confermato da questo bando NON sia un sistema di valutazione ben congegnato.

Per questo riteniamo, con amarezza, che sia davvero arrivato il momento di DISOBBEDIRE e di non fare quello che dal bando viene richiesto. Non è vero che si tratta di un destino ineluttabile, perché la VQR è semplicemente irrealizzabile senza la collaborazione dei professori universitari. Questa VQR, perché noi VOGLIAMO essere valutati e dare così anche in questo modo ai cittadini la certezza che i loro soldi sono spesi bene. Una procedura di valutazione diversa e alla quale ben volentieri ci sottoporremmo potrebbe prevedere per esempio la semplice verifica di soglie e parametri adeguati a garantire che in tutte le università si svolga una almeno dignitosa attività scientifica, abbandonando l’ossessione delle graduatorie e puntando decisamente a promuovere la qualità diffusa del sistema universitario (obiettivo da non confondere con l’idea che tutti debbano necessariamente fare nello stesso modo le stesse cose). Eventuali fondi premiali per le “eccellenze” dovrebbero comunque essere sempre “aggiuntivi” rispetto a quelli necessari per il normale funzionamento degli atenei. Non ci sarebbe comunque spazio per gli aspiranti fannulloni e resterebbe alla politica, come è giusto che sia

e sulla base di una informazione oggettiva e fondata, la responsabilità di altre e più complesse decisioni.

Questa disobbedienza, che non mette dunque in questione il principio della valutazione ma solo la sua applicazione, che ha prodotto e produrrà conseguenze che consideriamo inaccettabili, può avere successo solo se sarà una scelta condivisa .

Chiediamo alla CRUI di confermare la sua posizione e annunciare che le università italiane non parteciperanno alla VQR 2011-2014, almeno fino a quando Governo e Parlamento non avranno dato una risposta concreta e definitiva sul recupero delle risorse.

Chiediamo al CUN di esprimersi in modo inequivocabile sulla posizione della CRUI e sulla possibilità di considerare “ben congegnato” l’attuale sistema della VQR, assumendosi le sue responsabilità se ritiene di doverlo sostenere e indicando, in caso contrario, le azioni da intraprendere in alternativa a quella che stiamo proponendo e che ha il vantaggio di non togliere nulla ai nostri studenti e al nostro impegno per la ricerca.

Chiediamo alle società scientifiche di invitare i loro soci a ritirare la loro eventuale disponibilità a far parte dei Gruppi di Esperti della Valutazione, in modo da bloccare l’intera procedura fino a quando non ne siano stati ridefiniti obiettivi e modalità.

Chiediamo ai singoli docenti e ricercatori di esplicitare la loro adesione a questa protesta, annunciando pubblicamente l’intenzione di acquisire l’identificativo ORCID, come previsto tassativamente dal bando della nuova VQR, ma di non elencare in ordine di preferenza i prodotti di ricerca attraverso lo strumento informatico messo a disposizione dal CINECA. Almeno fino a quando, una volta verificata l’indisponibilità della maggior parte dei colleghi a scegliere la via del rifiuto, ciò non venisse imposto come condizione imprescindibile per l’invio degli stessi da parte delle rispettive istituzioni.

Siamo consapevoli di non poter chiedere di più, perché la disobbedienza solo di pochi si tradurrebbe automaticamente in un danno non solo per loro ma anche per le comunità alle quali appartengono. È un’astuzia diabolica del sistema. Se saremo tanti, potremo però superarla e costringere Governo e Parlamento a cambiare rotta. In caso contrario, la responsabilità sarà solo nostra. Della nostra pigrizia, della nostra rassegnazione, della nostra incapacità di scegliere il coraggio delle parole chiare e distinte. Chiediamo in ogni caso a chi vorrà aggiungersi a noi l’impegno a non prestare nessuna ulteriore forma di collaborazione, lasciando a chi sostiene questa VQR o comunque non ritiene di doversi opporre ad essa almeno l’onere di farla funzionare.

Chiediamo infine ai nostri studenti di non considerare questo problema come “un affare dei professori” e di dare la loro risposta sui tre punti che abbiamo sollevato. Presentando i risultati della prima VQR, l’ANVUR li ha indicati, insieme alle loro famiglie, fra i soggetti che potranno trarre vantaggio da questo sistema. Per noi è importante sapere se sono d’accordo.

 

YOD MAGAZINE ringrazia il prof. Stefano Semplici per aver dato il permesso alla pubblicazione di questo scritto, apparso originariamente su Roars.it

 

 

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