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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

A crua palavra. Un dialogo con Marcelo Dascal

In Uncategorized on 8 November 2014 at 7:09 PM

Regia di Corrado Punzi.

 

La violenza dell’anti-cambiamento

In Uncategorized on 28 October 2014 at 6:04 PM

Lives spent in the fear of renewing end with the awareness that the forced attempt to maintain a condition of “chronic passivity” has been in vain. Changing is necessary, it is in the natural process of things, unlike the illusion that our own identity should always be the same without evolving. This is a real violence towards ourselves, perhaps a weak and momentary nourishment for our ego, that stops everyone in front of any novelty, inside or outside of us.

Consider Eveline, the protagonist of the fourth tale of Dubliners, who, instead of going away from a sad and monotonous life with her lover, chooses to submit to the fury of change. Even staying in Dublin, eroded by regret about a possible escape from her home and leaving aside her dream of a new life, she undergoes her epiphany. Eveline screams in the silence her condition of immobility but no one listens to her. She screams her desperation and her “chronic passivity.” A change is happening, but in a completely negative sense.

Could it be the same change Winnie is waiting for in Samuel Beckett’s Happy Days? Maybe not. In this case the anguish of a woman shows a humanity marked by the impossibility to do something except within small spaces and without obtaining any result. Nevertheless, impossibility is imposed by external conditions and by the illusion that the best achievement could be accomplished only with marriage. This is a status quo imposed by the society that creates the illusion of living another “divine day.” And maybe also another day waiting for Godot, emblem of the so long awaited change that will never come. In this work of Beckett’s, which is the pillar of the “Theatre of the Absurd,” there is not a real temporal structure: nothing changes but everything is repeated cyclically, almost in an insignificant panta rei. The protagonists expect the change but they do not do anything: they simply wait for something that will change their due and unwanted existence. Another day waiting for Godot and his “promised land” that will never come, but will remain awaited.

Both Winnie and the protagonists of Waiting for Godot contemplate suicide as the only extreme way to change, when it would be easier to change less drastically. Even suicide itself becomes a too-easy escape.

Is it possible to compromise between the violence of immobility and the fury of change?

È possibile “smettere” di trasformarsi, interrompere un cambiamento? Secondo il senso comune “Cambiare è necessario”. La necessità di cambiare non è però un concetto così scontato. Vivere è, di per sé, innovazione: mutano i tratti, la voce, i sistemi neuronali evolvono, si cresce. Lo stesso vale per i tratti del proprio io: cambiano le opinioni, le idee, le convinzioni e le credenze e spesso in maniera così enigmatica da rendere impossibile percepire il momento esatto in cui lo fanno. Cosa spinge allora molte volte a voler “restare fermi”?

È importante capire che l’illusione di restare sempre uguali a sé stessi è solo un nutrimento debole per il proprio ego (considerando il cambiamento, da questo momento in poi, una metamorfosi del pensiero). Ciò che spesso si nasconde dietro questa illusione è la paura. È indubbio che la paura sia motivante, ma in senso opposto: chiedere a sé stessi la stabilità non solo rende qualsiasi imprevisto come qualcosa da evitare ma, in quanto tale, anche un possibile turbamento. Vivere diventerebbe immobilità assoluta.

Emblema di questa staticità forzata potrebbe essere Eveline, la protagonista del quarto racconto di Gente di Dublino. L’autore non lascia parlare lei ma la sua interiorità, attraverso la tecnica del flusso di coscienza[i], ponendo la vicenda su un livello molto profondo e intimo. Eveline, di fronte alla possibilità di fuggire con il proprio fidanzato da una vita triste e monocorde a Dublino, sceglie di restare nella casa dov’è nata per mantenere unito il nucleo familiare. Questa scelta non è però spontanea: sul letto di morte della madre, la ragazza aveva promesso di prendersi cura del padre e del fratello. Alla volontà incerta di scappare, con tutti i dubbi su un mondo mai assaporato, si aggiunge il senso di colpa di non essere in grado di mantenere la promessa fatta, preda di una società paralizzata dalla morale cattolica e dalla crisi politica. Eveline preferisce così assoggettarsi alla volontà altrui: non sceglie il cambiamento, lo subisce. Pur restando a Dublino e abbandonando il sogno di una vita migliore, patisce la propria epifania. La ribellione diventa paralisi. L’apatia raggelante diventa rabbia. Eveline subisce una metamorfosi assoluta, ascoltando le urla che la circondano e l’urlo che cova dentro, inascoltato: è inghiottita dalla folla che, come lei, vorrebbe scappare. Non è più persona, perde la propria identità per diventare parte e manifesto di un’umanità che non riesce a scappare: urla la sua disperazione, urla la sua condizione di “inerzia cronica”. Il cambiamento evitato, non potendo trasformare, distrugge. Contestualizzando il racconto, Eveline è uno dei tanti manifesti del Modernismo, una corrente culturale nata all’inizio del Novecento che si proponeva non solo come alternativa al classicismo ma anche come boicottaggio ai dettami legati al romanticismo, correnti “inadeguate” al periodo storico di allora. Un senso di inadeguatezza di fondo che brucia anche nel racconto di Joyce e che non permette all’epifania di compiere una metamorfosi in positivo. Ciò che veniva enfatizzato dal romanticismo, l’introspezione dei sentimenti, lascia il posto ad un’introspezione quasi neorealistica, il flusso di coscienza: l’uomo non ha ordine nel proprio pensiero, segue le idee e i ricordi che i sensi gli portano alla mente, spesso senza un rapporto causa-effetto. Ciò che queste opere si propongono è, in definitiva, molto semplice: è impossibile riuscire a comprendere tutto ciò che gravita attorno al pensiero umano; la paura del cambiamento non ha una sola causa e, per quanto se ne possano studiare le varianti, non saranno mai tutte.

Che dire poi di Winnie, la protagonista del dramma Giorni Felici?

«Né peggio né meglio…nessun cambiamento…nessun dolore…o quasi…è già una gran cosa…» (Beckett 1961: 3). Winnie è sposata con Willie ormai da tempo e vive una condizione decisamente “particolare”: è infatti intrappolata dalla vita in giù in una sorta di scoglio. La donna, anche se bloccata per metà del corpo, continua meccanicamente ad agire come se vivesse nella normalità: si rifà il trucco, si lava i denti e tira fuori dalla borsa che ha accanto molti oggetti, tra cui una pistola. Tutto farebbe pensare ad un tentativo di suicidio imminente ma, almeno nel susseguirsi meccanico delle sue parole, Winnie afferma di vivere tanti giorni felici. Parlando esprime la sua ragione d’essere e la ragione d’essere di suo marito, il quale a sua volta compie una serie di gesti meccanici e risponde di tanto in tanto a monosillabi. Parlando, vive. Questo forte legame alla vita tuttavia non la risparmia dal continuare a sprofondare nella montagna (nel II atto, della donna si vedrà solo la testa). Questo blocco altro non è che l’illusione “corporea” della propria felicità, l’impedirsi di vedere la propria crisi psichico/personale e la crisi di un matrimonio. Torna l’elemento dell’urlo rivelatore. «Sento delle grida. Non senti mai delle grida tu, Willie?» (Beckett 1961: 20). Ancora una volta, come in Eveline, Winne diventa manifesto dell’umanità segnata dall’impossibilità di agire, se non entro piccoli spazi e senza arrivare a nessun risultato. È protagonista però di un blocco più drammatico di quello vissuto da Eveline: un blocco fisico, dettato da fattori esterni, una sovrastruttura delle speranze e delle illusioni della donna (un matrimonio fallito, l’incapacità di comunicare), talmente radicate da risultare più potenti delle realtà e, quindi, più violente. Tutto questo in una cornice critica verso la morale degli anni Sessanta, che vedeva nella realizzazione di ciascuno, specie della donna, solo la creazione della famiglia, “l’apparire”, piuttosto che l’essere.

Esiste però anche un’umanità che pretende il cambiamento ma non ne è motore, si aspetta semplicemente un deus ex machina, un imprevisto trasformatore, un’evoluzione della propria esistenza dovuta e non voluta. Un altro giorno in cui aspettare Godot e la sua “terra promessa” che, lasciandosi solo aspettare, non arriverà mai. In Aspettando Godot è evidenziata una nuova dimensione non considerata fino ad ora: il tempo o, meglio, la sua ciclicità. I protagonisti Estragone e Vladimiro sono due barboni che aspettano da tempo indefinito un certo Godot il quale, non presentandosi mai, manda un messaggero affinché li avvisi che arriverà il giorno seguente. I due, pur affermando più volte di voler andare via, restano immobili e continuano ad aspettare, proponendo di tanto in tanto il suicidio. Di fronte ad un’azione, in definitiva, non compiuta perde valenza anche il linguaggio. Perché i due non vanno via? Curiosità per ciò che è stato loro promesso o semplice angoscia di fronte alla prospettiva di un cambiamento vero, cioè la scelta di andare via? Il fatto che siano stati scelti due barboni non è casuale: di fronte ad un’aspettativa di vita migliore essi sono disposti ad aspettare in eterno oppure, come Winnie, a suicidarsi: sono catatonici, intontiti, non hanno consapevolezza di sé e della propria volontà.

Nei personaggi di Beckett l’unica via di fuga dall’immobilità è il suicidio, proposto ma probabilmente sempre evitato. Nella palese possibilità di cambiare non c’è una presa di coscienza ma solo un’estremizzazione della propria immobilità che può essere interrotta solo con la morte. Il barlume di consapevolezza della propria condizione statica è presente, come epifania, solo nel racconto di Joyce. Tuttavia, seguendo Eveline, la consapevolezza non è compensata da un’ulteriore spinta alla trasformazione, un’epifania “nell’epifania”, sempre per paura, autocommiserazione o per accomodamento alla propria situazione. Nella sua lucidità, è l’unico personaggio che sarebbe in grado di cambiare il corso della propria vita ma decide di non farlo.

Cambiare è sicuramente un rischio: gli esempi letterari sopra citati, anche se in maniera estrema, dimostrano che interrompere un’evoluzione del proprio io sia non solo impossibile ma dannoso. Fare il salto, per quanto rischioso, è sempre nel bene e nella dimostrazione della propria identità: sperare di non cambiare per un senso inconscio di identità stabile è un errore, una violenza verso sé stessi. Tanto cambia tutto. Sempre. Perché negarci questa possibilità? Solo allora ci concederemo di progredire.

Roberto Greco

Roberto Greco è nato a Casarano nel 1992. Dopo il Liceo Classico, nel 2011, si iscrive alla Facoltà di Scienza e tecniche psicologiche presso l’Università del Salento. Sperimenta quanti più interessi possibile, che gli occupino il tempo tra una corsa in palestra e lo studio, tra cui la fotografia, la grafica, la tecnologia, l’amore spasmodico per il cinema e la letteratura, la filosofia e, ovviamente, la psicologia. Questa è la sua prima collaborazione per Yod Magazine.

Riferimenti bibliografici

Beckett, S. 1952. Aspettando Godot. Torino: Einaudi.

Joyce, J. 1914. Gente di Dublino. Bussolengo: Demetra.

Beckett, S. 1961. Giorni felici. Torino: Einaudi.

[i] Il flusso di coscienza è una tecnica narrativa che consiste nella libera espressione dei propri pensieri in forma scritta nel modo in cui essi appaiono nella mente, prima di essere riorganizzati in maniera logica e grammaticalmente corretta/scorrevole. Questa tecnica è stata utilizzata da un filone di scrittori del Novecento, i modernisti, tra cui spiccano James Joyce e Virginia Woolf. Il corrispettivo italiano più simile a questa tecnica si trova in Italo Svevo, ne La coscienza di Zeno.

Dinamiche del cambiamento

In Uncategorized on 21 September 2014 at 7:59 AM

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Intervista ad Omar Gelo

di Roberto Greco

 

1. Definisca, secondo la sua ottica, il concetto di cambiamento.

In generale, il cambiamento ha a che fare con la modificazione di uno stato al passare e in funzione del tempo (con il tempo, dunque, inteso non esclusivamente come contenitore del cambiamento, ma come fattore che lo influenza): in altri termini, il cambiamento è un fenomeno dinamico. Io sono solito inquadrare questo concetto dalla prospettiva della teoria dei sistemi dinamici, introdotta al grande pubblico da Heinz von Foerster con il suo libro Teoria generale dei sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni (1983). Essa si basa sull’idea fondamentale che il cambiamento sia una caratteristica imprescindibile dei sistemi viventi (per cui, quindi, vivere coincide con cambiare) e che vi siano due modalità attraverso le quali cambiamo. Una modalità più superficiale, il cambiamento di primo ordine, consiste nelle piccole modificazioni a cui andiamo incontro per rimanere stabili al passare del tempo (una sorta di cambiamento “conservativo”, attraverso il quale manteniamo la nostra stabilità in modo dinamico [“stabilità dinamica”], riconducibile al concetto piagetiano di “assimilazione”); l’altra modalità più profonda, il cambiamento di second’ordine: coincide con cambiamenti profondi del nostro modo di funzionare e si realizza solo attraverso una intensa destabilizzazione prima che noi possiamo, eventualmente, riorganizzarci (un cambiamento “trasformativo”, attraverso il quale raggiungiamo nuovi e diversi livelli di ordine dopo essere passati attraverso intense fasi di disorganizzazione [“ordine attraverso fluttuazioni”], riconducibile al concetto piagetiano di “accomodamento”). La teoria dei sistemi dinamici afferma che gli esseri viventi oscillano continuamente e dialetticamente tra queste due forme di cambiamento (e cioè, tra la “tendenza alla stabilità” e “l’apertura al cambiamento”), nonostante tendano a trascorrere la maggior parte del tempo all’interno della dimensione di cambiamento assimilativo (di primo ordine) che ne garantisce l’identità necessaria alla sopravvivenza.

2. Che rapporto esiste tra cambiamento e adattamento da una prospettiva psicologica?

Per rispondere a questa domanda farò sempre riferimento alla teoria dei sistemi dinamici applicata alla psicologia. Adattarsi, considerando la prospettiva evoluzionistica, coincide con il modificarsi al passare del tempo in modo da soddisfare le esigenze che l’ambiente ci pone. Cosa molto interessante per gli esseri umani è che l’ambiente a cui ci si deve adattare non è solo esterno ma anche interno (quello che, genericamente, chiamiamo “mente”). Adattarsi consiste dunque nel modificarsi continuamente (secondo modalità assimilative o accomodative) con il fine di produrre risposte sempre più funzionali alle modificazioni a cui andiamo incontro, modificazioni provenienti sia dall’ambiente esterno che interno. Dalla prospettiva della teoria dei sistemi dinamici, si fa riferimento al concetto di “auto-organizzazione” per indicare il cambiamento adattivo che i sistemi complessi realizzano oscillando dinamicamente tra tendenza alla stabilità e apertura ai cambiamenti; l’auto-organizzazione rappresenta la forma più complessa di adattamento prodotta dalla selezione naturale.

3. E dalla prospettiva psicobiologica?

Per rispondere a questa domanda utilizzerò alcuni concetti spiegati dal biologo e filosofo Gerald Edelman il quale, nel suo libro Sulla materia della mente (1992), fa riferimento al concetto di “darwinismo neurale”. Partendo dalla teoria evoluzionistica, Edelman afferma che il cambiamento consiste in una modificazione dei circuiti neuronali che sottostanno a diverse funzioni (corporee, affettive, cognitive); quando questa modificazione è relativamente stabile nel tempo, si può parlare di apprendimento. Per apprendere qualcosa è necessario dunque modificare le strutture neuronali esistenti, che rappresentano le “competenze” (corporee, affettive, cognitive) di cui già disponiamo. Uno dei concetti fondamentali della moderna neurobiologia è che l’attività dei neuroni si modifica sulla base delle esperienze che facciamo: più esperienze di un certo tipo facciamo, più determinate mappe neuronali andranno a “facilitarsi”. La facilitazione implica che, con riferimento all’ipotetico percorso che un impulso elettromagnetico segue all’interno dei miliardi di percorsi possibili, aumenti la probabilità che un determinato impulso segua un certo percorso piuttosto che un altro. Questo fenomeno rappresenta la base neurobiologica dell’apprendimento ed è collegato ad un concetto fondamentale della teoria dei sistemi, quello di “attrattore”. Gli attrattori sono degli stati in cui il sistema tende ripetutamente e con più probabilità a (ri)trovarsi: sono dunque responsabili del suo comportamento dinamicamente stabile. L’apprendimento, da una prospettiva psicobiologica, può essere considerato come l’abilità del nostro cervello, da una parte, consolidare gli attrattori neuronali già esistenti (cioè, di facilitare sempre più circuiti neuronali già a disposizione del nostro repertorio, secondo le modalità del cambiamento di primo ordine) e, dall’altra, di favorire l’emergenza di nuovi attrattori neuronali (cioè, di consentire l’emergenza di mappe neuronali qualitativamente nuove, secondo le modalità del cambiamento del cambiamento di secondo ordine). Come si evince, dunque, anche il cambiamento/adattamento neuronale è regolato dai principi sistemi di di auto-organizzazione.

4. È possibile, idealmente, evitare di cambiare?

Come dicevo prima, no: è impossibile evitare di cambiare. Non cambiare implica la morte: smettiamo di cambiare nel momento in cui moriamo; moriamo nel momento smettiamo di cambiare. Come già detto, nel corso del cambiamento di primo ordine (superficiale, conservativo), il sistema esibisce delle oscillazioni minime attorno a modalità preferenziali di funzionamento, mentre nel cambiamento di secondo ordine (profondo, trasformativo), il sistema esibisce l’emergenza di una modalità di funzionamento qualitativamente nuova, questo dopo essersi destabilizzato (destrutturandosi o disorganizzandosi). Ora, a livello fenomenologico (cioè, a livello dell’esperienza soggettiva vissuta), la sensazione di “non cambiare”, secondo la teoria dei sistemi dinamici, si ha nei momenti in cui andiamo incontro a cambiamenti assimilativi (cambiamento di primo ordine). Assimiliamo, cioè, vari aspetti dell’esperienza con il fine di rimanere organizzati intorno a determinate configurazioni già esistenti. In altre parole, anche quando possiamo avere la sensazione di non cambiare, in realtà stiamo cambiando, ma con il fine di rimanere il più possibile uguali a noi stessi.

5. Perché, nonostante sia assodato che dobbiamo cambiare per poterci adattare, l’uomo cerca e/o ha bisogno per molti aspetti di “rimanere uguale a sé stesso”?

In termini temporali, gli esseri umani (come la maggior parte dei sistemi complessi aperti) trascorrono la maggior parte del tempo ad esibire cambiamenti conservativi di primo ordine, che ne garantiscono la stabilità (da non confondere con staticità, che equivarrebbe alla morte del sistema). Il sistema è stabile nel momento in cui si adatta continuamente (dinamicamente) all’ambiente. Perché questo? Perché la sopravvivenza è collegata fondamentalmente all’abilità di manifestare pattern di comportamento permanenti. Come già detto, quando gli stimoli provenienti dall’esterno e/o dall’interno non sono più facilmente assimilabili dalle strutture di cui disponiamo, questa stabilità (dinamica) può essere interrotta da momenti di instabilità critica, creando così i presupposti per l’emersione di un nuovo comportamento. Tuttavia, il bisogno di stabilità “è sempre un passo avanti” nei confronti dell’apertura al cambiamento: per poter sopravvivere, dobbiamo essere sì aperti e predisposti a modificarci anche profondamente, ma il nostro bisogno di restare stabili ha sempre un minimo di priorità in più. Questa è una questione fondamentale, che a livello psicologico si manifesta in quella che noi chiamiamo identità: il rimanere “uguali a noi stessi” nonostante i cambiamenti a cui possiamo andare incontro nell’arco di una intera vita.

6. Alla luce di quanto detto, che rapporto esiste allora tra il cambiare e il rimanere sé stessi?

Bella domanda. Rimanere sé stessi implica, da una prospettiva psicologica, l’abilità di poter metaforicamente tracciare, al passare del tempo, un filo rosso che collega il modo in cui siamo in diversi momenti della vita. Questo filo rosso è il trait d’union che rappresenta ciò che c’è di “stabile” in ogni uomo, che gli permette di riconoscersi e di essere riconosciuto. L’apparente paradosso è che, per rimanere stabili, è necessario che gli esseri umani siano in grado di andare incontro, quando necessario, a dei cambiamenti profondi. L’idea di base è che un cambiamento profondo (e cioè la ristrutturazione di un qualunque schema comportamentale, cognitivo, affettivo, ecc.) non ci fa diventare diversi in toto, ma in relazione a un micro-aspetto a cui quella configurazione comportamentale, cognitiva, o affettiva fa riferimento; in altri termini: anche quando cambiamo in modo profondo, è solo una piccola parte di noi che cambia profondamente, mentre il resto rimane dinamicamente stabile. Potrà quindi emergere un comportamento qualitativamente nuovo in un determinato dominio, ma questo all’interno di un contesto più ampio e generale in cui noi abbiamo la percezione di “rimanere sempre gli stessi”.

7. Cosa può determinare, nella vita di tutti giorni, un cambiamento tale da “allontanare” una persona da quello che possiamo definire benessere?

La prima cosa che mi viene in mente è il concetto di trauma. Il trauma è un’esperienza talmente dirompente da lasciare un segno: per dirompente si intende un’esperienza talmente poco assimilabile dal soggetto e dalle strutture che esso ha e usa per dare senso alla realtà, da creare una disorganizzazione, disorganizzazione a cui il soggetto non riesce a far fronte in modo adattivo, andandosi successivamente a stabilizzare attorno ad un nuovo attrattore, disadattivo però. Bisogna osservare che, mentre un trauma rappresenta un’esperienza disorganizzante di tipo “acuto” – cioè, di un’intensità tale da poter avere conseguenze deleterie anche se presentatasi un’unica volta – esistono numerose altre esperienze di entità minore che possono arrivare a spingere il sistema a riorganizzarsi in modo disattivo “sommandosi” tra di loro al passare del tempo. E’ opportuno osservare qui che quella che viene comunemente chiamata psicopatologia rappresenta un caso particolare di sofferenza mentale, che non si presenta però in episodi isolati e/o sporadici, ma diventa un vissuto prevalente e caratterizzante del soggetto. In merito a ciò è importante sottolineare che la psicopatologia, dalla prospettiva della teoria dei sistemi dinamici, non rappresenta momenti di instabilità: gli esseri umani, infatti, non sono in grado di tollerare l’instabilità per lunghi periodi (ore, a volte giorni, ma non di più) per cui, dopo un periodo di instabilità ci riorganizziamo sempre attorno a nuovi schemi dinamicamente stabili. La questione è se questa riorganizzazione è di tipo adattivo o meno. Nel caso della psicopatologia, la riorganizzazione che segue la destrutturazione di un sistema è di tipo disfunzionale. Dunque, la psicopatologia consiste in schemi affettivi, cognitivi e comportamentali stabili ma, al tempo stesso, disfunzionali. È qui che risiede il paradosso della psicopatologia, per cui, anche se stiamo male, non riusciamo a cambiare, in quanto lo schema che sostiene quel malessere è stabile.

8. Cosa può determinare, nella vita di tutti giorni, un cambiamento tale da “riportare” il benessere in una persona?

Per fronteggiare una situazione stabile di malessere, è necessario facilitare la riorganizzare delle proprie configurazioni di funzionamento ad un livello più complesso e maggiormente adattivo (come accade, ad esempio, nei contesti clinici): questo purtroppo non è sempre realizzabile e il fatto che sia realizzabile o meno dipende in parte dall’entità dell’evento disorganizzante, in parte dalle risorse del soggetto. Se il malessere o la sofferenza mentale sono determinati da eventi che destrutturano determinati schemi stabili di funzionamento, portando ad una disorganizzazione del sistema e facendo riassettare il sistema intorno a nuovi schemi disadattivi, ciò che è necessario per un “percorso inverso” (ad esempio, terapeutico) non potrà prescindere dal medesimo meccanismo. In terapia, ad esempio, capita correntemente di osservare la disorganizzazione degli schemi stabili disadattivi del paziente al fine di promuovere la riorganizzazione del sistema attorno a nuovi schemi, stavolta, adattivi. La diminuzione della qualità della propria vita passa attraverso delle fasi di crisi e di instabilità che portano a schemi stabili disadattivi di funzionamento; per poter migliorare la qualità della propria vita, all’interno di un percorso terapeutico e non, bisognerà ugualmente passare attraverso fasi di destabilizzazione che però, in questo caso, permetteranno l’emersione di nuovi schemi maggiormente adattivi, garantendo un maggior adattamento.

 

 

Bibliografia di riferimento

Von Bertalanffy, L. 1983. Teoria generale dei sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni. Milano: Mondadori.

Edelman, G.M. 1992. Sulla materia della mente. Milano: Adelphi

Gelo, O. C.G. 2014. Understanding biographical ruptures and transitions: A dynamic systems approach to life-course development in A. Joerchel, A., Bentka B., (Eds.). Biographical ruptures and their repair: Cultural transitions in development. Charlotte: Information Age Publishing

Piaget, J. 2000. L’epistemologia genetica. Bari: Laterza.

Omar Gelo è ricercatore confermato di Psicologia Dinamica e Professore aggregato di Psicologia Dinamica e di Laboratorio di Verifica dell’Intervento presso l’Università del Salento. Già Assistant professor di Scienze Psicoterapeutiche presso la Sigmund Freud University – Vienna, dove diviene anche il coordinatore del programma internazionale del dottorato in Scienze Psicoterapeutiche.

 

Nello scrivere, nel narrare

In Uncategorized on 21 July 2014 at 4:05 PM

Dialogo con Erri De Luca e Livio Romano

di Roberta Pizzi

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Nel mio personalissimo peregrinare fra letture, spesso senza orientamento e senza bussola, mi sono avvicinata alle opere di diversi scrittori. Alcune mi accompagnano nel quotidiano, come eco di sottofondo o come controcanto, altre si sono perse nel trascorrere del tempo, altre sono divenute parte di me e mi hanno dato un modo nuovo di guardare il mondo, come nuovi occhiali che rendano più chiara la visione delle cose. La navigazione a vista spesso non porta in nessun luogo, fa girare in tondo e perdere l’approdo certo, ma qualche volta crea rimandi, incontri fortuiti o destinati. E allora si inseguono le orme di un autore come si farebbe in una caccia al tesoro per trovare la strada e il premio, si ripercorrono i sentieri tracciati dalle scritture, con l’attesa di quello che ancora è da scoprire e conoscere. Le parole scavano e incidono come l’acqua la pietra, e il solitario esercizio di lettura si fa silenzioso dialogo con un autore, sperimentazione di altro da sé, cambiamento lento e conquista.

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Erri De Luca. Ritratto di Roberta Pizzi

“Coltivate le amicizie, incontrate la gente. Voi crescete quanto più numerosi sono gli incontri con la gente, quante più sono le persone a cui stringete la mano” diceva don Tonino Bello, e prendere un libro in mano è stringere mani nuove, abbracciare incontri e coltivare amicizie.

Di tutte le letture amo ogni aspetto che mi sia dato di cogliere. La parola scavata, incisa, netta, terribile in senso sacro, di Erri De Luca; quella elegante, forbita, arguta e agile di Livio Romano, sono le due scritture con cui mi sono confrontata in questo immaginario dialogo a distanza.

  1. Nella narrazione è più pressante il desiderio di comunicare o quello di esprimersi, di “dire qualcosa” o di “dire sé stessi”?

Erri De Luca: Scrivo per ricordarmi e raccontarmi una storia. Dal tempo trascorso mi affiora ogni tanto un dettaglio, un momento. Scrivendolo diventa tempo ripassato insieme. Non c’entra per me esprimermi né imprimermi. Conta per me tenermi compagnia. Da lettore è lo stesso: una storia deve riuscire a starmi accanto, valere il mio tempo di lettura. Ci sono grandi scrittori, loro opere solenni che mi sono cadute dalle mani per mancato scambio.

Livio Romano: Parlo del mio caso. Sì: una fortissima propensione alla comunicazione, al raccontarsi, prima che al raccontare. Al mettere al centro di una scena narrativa un proprio io trasfigurato, mistificato, ideale, forse, perfino. Pure se poi quell’io che talvolta fa capolino nei miei romanzi è dotato di un’autoironia feroce che è propria sì della mia persona, ma che tende a trasmettere l’idea che, pur salendo su uno scanno e prendendo la parola, quell’io fatica moltissimo a prendersi sul serio.

Detto ciò, la mia scrittura è percorsa anche, e soprattutto, da una forte tensione ideale, civile. Uno dei moventi principali che mi spingono a raccontare una storia è l’indignazione, la voglia di mettere alla berlina quelli che il mio personale sistema di valori considera i cattivi.

  1. Cosa cambia, se qualcosa muta, nella persona dello scrittore/narratore quando si mette a scrivere? È opportuno o necessario che qualcosa cambi perché si abbia narrazione? Si deve diventare altro da sé per narrare storie?

Erri De Luca: Per me si tratta di raggiungere il tono di voce di un io narratore che raccoglie la storia dal suo punto di vista, all’ interno della vicenda stessa. Non ho la distanza della terza persona, dello scrittore che fa svolgere una storia di altri, da lui diretta. Dispongo invece di un narratore interno che la sta pronunciando. C’entra perciò l’ udito nella mia scrittura. Devo diventare un ascoltatore.

Livio Romano: Il narratore vero è colui il quale sa decentrarsi, sa vestire i panni di uno nessuno e centomila personaggi, come si dice. Succedono fenomeni curiosi quando vesti i panni di un personaggio molto lontano da te, quando lo fai agire, parlare. A volte scopri che ti è simpatico, che provi per lui una compassione umana che ti porta a non mandarlo all’Inferno dei cattivi (the writer is a God, pure si dice, a indicare la possibilità che uno scrittore crei, faccia, disfaccia a suo totale ed esclusivo piacimento la vita nuova che mette in scena). Scopri, dunque, che quell’essere abominevole tiene dentro dei tratti che sono tuoi propri e non te n’eri mai accorto. Poi io son d’accordo nel potere salvifico, terapeutico della scrittura. Diceva Tondelli che si scrive non per ricordare bensì per dimenticare. Io non ho mai più riletto i libri che ho fatto e pubblicato in 20 anni. Philip Roth l’ha fatto solo a 80 anni, prima di decidere di smettere per sempre. Storia raccontata, affidata ai lettori, agli ermeneuti, distaccatasi da te insieme con la vita che ci hai messo dentro. Ho deciso di chiudere una grande storia d’amore dopo aver scritto un romanzo su quell’amore, per esempio.

  1. La conoscenza che posso avere dell’altro (lettore) passa prima attraverso la conoscenza che ho di me (come primo lettore). Sembra banale, è questo il processo attraverso cui si costruisce una esperienza di lettura che conduce alla ideazione di una immagine del lettore cui ci si rivolge?

Erri De Luca: Non ho nessuna immagine della persona che prenderà il mio libro, miracolosamente proprio quello, in mezzo al gran bazar degli scaffali. La conosco solo per caso dopo, quando quella persona mi fa sapere della sua lettura, di una sua accoglienza.

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Livio Romano. Ritratto di Roberta Pizzi

Livio Romano: La conoscenza dell’altro: esattamente. Conoscenza proprio in senso biblico. Amore per il prossimo, per l’umanità intera: è la ragione per cui scriviamo storie, per cui raccontiamo le vite delle persone. Mente chiunque dichiari che scrive per se stesso. Ogni narrazione, orale o scritta o cinematografica o teatrale, ha bisogno di un pubblico perché venga ad esistere. Io scrivo esclusivamente perché mi si legga, perché la gente si arrabbi insieme a me con i felloni che faccio agitare nelle pagine, o si commuova, o rida –soprattutto rida. Tuttavia non ho un’immagine del lettore ideale della storia. Non più. Né, quando ce l’avevo, me ne lasciavo influenzare adottando piccole o grandi censure o, al contrario, dilatamenti degli avvenimenti. Ho imparato che le tue storie finiranno in mano alla gente più incredibile e lontana, della quale magari tu non avresti sospettato neppure l’esistenza. Tutto ciò, non lo nascondo, è piuttosto inebriante.

  1. Spesso la formazione di uno scrittore non è canonica, molti scrittori affermano di essersi “ritrovati a scrivere nonostante” percorsi di studio di altra natura; è forse questo che contribuisce a dare maggiore ricchezza al tessuto della narrazione di uno scrittore?

Erri De Luca: Uno scrittore più ne ha passate più ne contiene.

Livio Romano: Tutto sacrosanto. Io ho fatto studi giuridici e nella vita insegno inglese ai bambini. Non ho una formazione letteraria pure se ho fatto un eccellente liceo. E amo soprattutto gli scrittori che provengono da altri percorsi –nel senso che mi accorgo di prediligerli. Penso solo all’ingegner Gadda o al chimico Franzen. In Italia, poi, da sempre una folla di giuristi ha capacità narrative fuori dal comune. Ho una mia teoria. Il logos giuridico è chiaro, cristallino, cartesiano, sillogistico. Non si presta a eccessive divagazioni. Una palestra di rigore, insomma. Dopo la laurea in legge ho fatto una decina di esami a Lettere. Mai come in quel periodo ho scritto roba orrenda. Alberto Rollo di Feltrinelli mi convocò a Milano per parlare del mio nuovo libro. A pranzo mi rivelò che fu mosso dalla bruttezza della sinossi che gli avevo spedito. Sembrava scritta da una penna diversa rispetto a quella che aveva buttato giù il romanzo, mi disse. Abbandonai lettere. Giulio Mozzi una volta rispose a una mia lettera nella quale dichiaravo che mi sentivo ignorantissimo, che forse mi sarei dovuto mettere a studiare retorica, linguistica, analisi del testo: “Invece che cumuli di quella roba, pensa a cumulare centinaia di serate a parlare con la gente in osteria”, mi rispose. Sembra ovvio, ma per uno come me abituato da sempre solo a studiare fu una rivelazione.

  1. Vi sono scrittori che affermano scrivere nel tempo tra la notte e l’alba, o che non possono scrivere se non in un dato luogo, o al contrario scrivono ovunque. Quanto è importante, se davvero lo è, nel mestiere del narratore il contesto, il luogo e il tempo in cui si scrive?

Erri De Luca: Per me scrivere non è un mestiere né un lavoro. E’ il tempo festivo e migliore. Non sono l’impiegato della mia scrittura, non mi timbro il cartellino di inizio e quello di fine. Sc rivo per mio purissimo sfizio, nell’ora e nel luogo qualunque, in ogni caso a penna e su quaderno, lontano da tavoli e scrivanie.

Livio Romano: Io scrivo dappertutto. Treni aerei stanze d’albergo biblioteche, perfino in auto. La scrittura è quasi sempre un tempo rubato. Chiedilo ai narratori. Ti risponderanno quasi tutti così. Perché di libri non si vive in Italia, e perché se hai un lavoro e una vita regolari, figli, commissioni: non può che esser così. Occorre il silenzio, questo sì. O anche il discreto chiasso di una grande città che corre mentre tu ticchetti sul pc. Ho scritto pagine di grande comicità in un’austera sala da tè di Basilea con vista Reno, e pagine di dolente angoscia nella tranquillità della mia casa in campagna. Un tempo prediligevo la notte, d’estate, all’aperto. Sto diventando grande, non ce la faccio più a esser lucido da mezzanotte alle quattro del mattino. Prediligo la mattina (per me diventato il momento più creativo, più sensuale, paradossalmente onirico) e il tardo pomeriggio. Tuttavia vivere per un tempo continuativo in un luogo inevitabilmente forgia la tua scrittura, e non solo per la musica che gira intorno, per le parlate che ascolti. È proprio il paesaggio e l’architettura che si insinuano nel tuo modo di organizzare il periodo, nella tua sintassi, nonché nel lessico che utilizzi, e nelle atmosfere che cerchi di restituire. Ogni scrittore è consapevole del valore delle proprie cose. Ebbene, io credo che la cosa migliore che abbia mai scritto sia il racconto Gigi che chiude Mistandivò, il mio libro d’esordio. Un raccontino perfetto, asciutto, denso di brume e insieme di speranza. Lo scrissi sepolto nella nebbia della bassa mantovana in cui vivevo da mesi, durante una settimana in cui nevicò, e lo scrissi –lo ricordo solo ora che lo racconto- a mano perché non disponevo di un computer. Avevo con me il fedele Palazzi del 1929 e nient’altro.

Il senso, nel cambiamento.

In Uncategorized on 12 July 2014 at 7:48 AM

Il concetto di “cambiamento” sfugge ad una definizione precisa, come se l’essenza della parola avesse debordato, superando il limite imposto dalle sue stesse lettere. Nonostante ciò, ognuno di noi riesce a fornire esempi esaurienti di cosa significhi per lui il cambiamento: cambiare idea, cambiare auto, cambiare partner, cambiare noi stessi. Il cambiamento diventa una sorta di processo che coinvolge «qualcosa che ha delle caratteristiche precise e, in un determinato momento, perde quelle caratteristiche e ne assume delle altre».

Dalla nostra nascita e approssimativamente ogni anno, il 98% degli atomi che compongono il nostro organismo cambia: ciò significa che, letteralmente, non siamo più le stesse persone che eravamo un anno fa. Questo cambiamento biologico, fisiologico, programmato, preserva la struttura dell’organismo, non coinvolge l’essere e la sua essenza ed è necessario per la sopravvivenza dell’organismo stesso. Così come per gli esseri umani, ogni cosa che nel corso del tempo conservi una simile struttura interna è coinvolta da questa tipologia di cambiamento (ovviamente in diverse misure): provo a chiamarlo Cambiamento non essenziale, cioè che non riguarda l’essenza dell’essere, ma solo la sua struttura.

Tuttavia, a questa prima tipologia se ne accosta un’altra, che possiede caratteristiche molto diverse, quasi opposte: si tratta di ciò che definirei il Cambiamento essenziale. Anomalo, non regolato, non coinvolge la struttura, è improvviso ma soprattutto può non essere adattivo.

Se il cambiamento non essenziale è un viaggio in treno, il cambiamento essenziale è svegliarsi mentre si sta cadendo in mare. Nel nostro quotidiano questo tipo di cambiamento è avvertibile in modo macroscopico: il diventare genitore o anche il solo rapportarsi all’eventualità che ciò si possa verificare, un lutto, un evento reale o solo in potenza, qualunque cosa ci coinvolga in maniera assoluta, inserendo (o eliminando) nuovi elementi all’interno del nostro essere, ci cambia.

Il rapporto con l’arte in tutte le sue forme ci mette davanti a questo tipo di fenomeno: un quadro, un film, una musica, un racconto, ci provocano, sfidano la nostra integrità, il nostro essere, si lasciano guardare, ci attraggono, ci conquistano con un atto a volte d’amore, a volte di violenza. E anche nell’arte, soprattutto nella letteratura, troviamo esempi di come un cambiamento essenziale possa essere violento, irruente ed inaspettato. A volte la “rottura” con il nostro vecchio essere può essere definitiva, altre volte ci si riadatta non senza difficoltà, si cerca un nuovo equilibrio e si prova a riconciliarsi con il nuovo io.

la_casa_di_foglie

Will Navidson è il protagonista del romanzo d’esordio Casa di foglie dello scrittore Mark Z. Danielewski. Si tratta di un personaggio ispirato non a caso alla figura di Kevin Carter, vincitore del Pulitzer per uno scatto che testimoniava la carestia in Sudan, morto suicida a 33 anni con una lettera in cui si leggeva che «non riusciva più sostenere la depressione, la mancanza di soldi e la persecuzione dei ricordi degli omicidi e dei cadaveri e del dolore che aveva visto, dei bambini affamati». Nel romanzo di Danielewski, Will è un fotografo documentarista di fama mondiale che decide di trasferirsi, insieme alla sua famiglia, in una nuova casa nella tranquilla campagna della Virginia, dove spera di recuperare il matrimonio e uscire dalla crisi artistica in cui si ritrova da tempo.

È proprio la “casa” la protagonista del romanzo, il rifugio, il posto dove ci si sente più al sicuro che ex abrupto diventa quello più pericoloso. La casa si carica di valenze metaforiche. È il nostro corpo, siamo noi stessi, l’unico posto che abitiamo e che nonostante possa diventare pericoloso, terrificante, orribile, non possiamo abbandonare. E allora ci immergiamo nei suoi meandri, nelle sue stanze, nei suoi corridoi, come i protagonisti del romanzo, con torce e funi. Perché le stanze cambiano, i muri si alzano, è buio, è freddo e neppure le bussole aiutano a ritrovare la strada per uscire da quella casa, per fuggire da noi stessi. Tutto cambia, accompagnato da un ruggito. Così, dopo ogni stanza, dopo ogni angolo che superiamo, qualcosa dentro di noi cambia: e non siamo più il professore di storia dell’arte, il fotografo vincitore del Pulitzer, uno studente di psicologia. Noi eravamo tutto ciò ma siamo altro. Siamo altro perché quello che abbiamo visto, i respiri che abbiamo sentito all’interno di quei bui corridoi ci sono entrati dentro e ci accompagneranno finché non riusciremo a fare finta di non averli mai ascoltati. Will organizza una spedizione con suo fratello Tom all’interno della sua nuova casa, munito di telecamere e altre utili apparecchiature. Un manipolo di uomini li accompagna, uomini esperti, amici di Will, che hanno affrontato situazioni al limite della sopravvivenza. Ovviamente nessuno di loro potrà fare ritorno: forse perché nessuno di loro è mai partito con Will per esplorare la sua casa; forse perché neanche Will vuole farli uscire e testimoniare quello che hanno visto. Will cambia, cambia la sua casa. Di quella spedizione non rimane altro che un filmato di quattro minuti e mezzo che però non può essere visto, sebbene di esso siano state scritte centinaia di recensioni.

La Casa di foglie è un libro particolare, il cui autore svanisce tra le pagine, sostituito da personaggi incredibili che si raccontano e si nascondono gli uni dietro gli altri. Ognuno di loro ha qualcosa da dire e invita il lettore a fare sua ogni frase, ogni riferimento (fittizio o reale) che gli viene offerto. È un libro che cambia. E alla fine potremmo non essere più come prima, con il rischio di essere peggio di prima.

Allora perché cambiare? Perché non è sufficiente il cambiamento che affrontano le nostre cellule, le nostre molecole e i nostri atomi nel corso della nostra esistenza?

Affrontiamo il cambiamento in ogni sua incarnazione, con la consapevolezza che la lotta con noi stessi sarà dura, continua, pericolosa, e che potremmo non uscirne vittoriosi.

Cambiare è pericoloso, utile, necessario, sregolato, anomalo.

Synopsis of the article in English.

The concept of “Change” eludes a precise definition, as if the essence of the word overflows, exceeding the limit imposed by his own letters: it’s like a kind of process that involves “something that has specific characteristics and, at a given time, it loses those characteristics and assumes others.”
From our birth and approximately every year, the 98% of the atoms that make up our body changes, which means that, literally, we are no longer the same people we were a year ago. This change is biological, physiological, programmed, protects the structure of the organism and is necessary for the survival of the organism itself. Just as for humans, everything in the course of time that retain a similar internal structure is affected by this kind of change: I name this kind of change “not essential” , a change that does not affect the essence of being, but only its structure.
However, there is another kind of Change, which has very different characteristics: the “essential change” is abnormal, unregulated, does not involve the structure and could not be adaptive.
If the “not essential change” is like a train journey, the “essential change” is like to wake up while you are falling into the sea.
The relationship with the art in all its forms puts us in front of this kind of phenomenon : a painting, a movie, a music , a story; they provoke us , challenge our integrity , our essence and we are attracted, we are conquered by an act of love and, sometimes, violence. Especially in the literature, we find examples of how a change can be violent , impetuous and unexpected . Sometimes the “break” with our old being may be definitive and sometimes we search for a new balance and we try to reconcile us with the new “me”.

Will Navidson, the protagonist of House of Leaves, debut novel by the American author Mark Z. Danielewski, is a world-renowned documentary photographer who decides to move with his family into a new home in the Virginia countryside.
The house is the main character of the novel , is the refuge , the place where you can feel more secure, that suddenly becomes the most dangerous place. The house (our body) may become dangerous , terrifying, horrible, but we cannot abandon it. We dive into its rooms , in its corridors , like the characters , with torches and ropes. The rooms are changing , the walls go up, it’s dark , it’s cold, we’re trying to find a way to escape from ourselves . Everything changes, with a threating  roar. So after every room, every corner we Change : and we are no longer a professor of art history, the Pulitzer Prize-winning photographer , a student of psychology. We are everything else but us . Will organizes an expedition with his friends and his brother in his new house , with cameras, torches and ropes. A handful of experienced men. None of them can return , maybe because none of them has ever started with Will to explore his home, perhaps even because Will don’t wants to get them out and testify what they saw . Will Change , as his house changes. The “House of Leaves ” is a particular book , where the author fades between pages , replaced by amazing characters telling and hiding behind each others. It is a changing book, a book that changes.  And in the end we may not be the same as before , with the risk of being worse than before.
So why do we change ? Why do not we change just our cells , our molecules and atoms during our existence ?
the struggle with ourselves will be tough , continuous, dangerous , and we could not come out victorious .
Change is dangerous, useful, necessary , uncontrolled, abnormal.

—–

Matteo Jacopo Zaterini nasce a Maglie in provincia di Lecce 28 anni fa. Dopo un primo fallimentare approccio ad un improbabile percorso universitario a Roma, torna nel Salento dove decide di iscriversi e ultimare gli studi presso la facoltà di Scienze e tecniche psicologiche nella locale Università. Appassionato di cinema, letteratura russa e videogiochi, attualmente lavora per la “Oistros Edizioni” al cui interno ha collaborato, in veste di segretario di produzione, con il regista Sergio Spina.

 

Il calcio e quell’idea distorta di Patria

In Uncategorized on 27 June 2014 at 5:07 PM

Luca-Rolandi

Va bene che si tratta di fenomeno sociale e globale ma ormai il calcio ha travalicato ogni limite di decenza. Lo dice un grande appassionato, giornalista e tifoso moderato ed equilibrato che ama la disciplina. A quattro giorni dall’eliminazione dell’Italia dal mondiale finalmente si sta cambiando tema di dibattito e di contesa, giornali, televisioni, rete e opinione pubblica sono concentrato su altro….forse molti lo erano anche prima.

La retorica nazionale della sconfitta e prima della partita decisiva dell’unità della patria richiamata da allenatore e dirigenti è parsa fuori luogo. Ma leggendo e scorrendo agenzie e notizie provenienti dal resto del mondo pare che anche altrove sia così, tranne qualche rara, saggia ed edificante eccezione. Basterebbe rileggere le incredibili dichiarazioni del presidente contadino dell’Uruguay in difesa di Suarez, in preda ai bollenti e canini spiriti dell’infante che morde.

Insomma ancora una volta credo abbia  avuto ragione il grande Churchill quando affermava riferendosi alla nostra amata comunità : “Gli italiani perdono partite di calcio come se fossero guerre e perdono guerre come se fossero partite di calcio”.

Luca Rolandi

LUCA ROLANDI. Giornalista e dottore di ricerca in Storia sociale e religiosa, è autore di saggi su personaggi e vicende del movimento cattolico in Italia. Ha lavorato a Rai Educational, nelle redazioni di “La Stampa”, “Il Secolo XIX” e “Il Sole 24 Ore”. E come ufficio stampa e coordinatore di siti Internet a grandi eventi internazionali tra i quali i Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006. Attualmente è redattore del portale d’informazione globale sulla Chiesa cattolica VaticanInsider.LaStampa.it.

 

Coscienza universitaria e interdisciplinarità

In Uncategorized on 23 June 2014 at 5:34 PM

Antonio

DIALOGO CON ANTONIO D’ALESSANDRO

DI GIOVANNI SCARAFILE

Da studente universitario di filosofia, accarezzai l’idea di abbandonare gli studi. Ricordo i pensieri di quei giorni. Ero insoddisfatto perché quel tipo di studio mi sembrava del tutto autoreferenziale. Che cosa ne era delle urgenze del mondo in ciò che ci veniva proposto di studiare? Lo studio che mi era proposto era dimentico del mondo nella stesso modo in cui quel professore di cui parlo in Reti di parole era dimentico degli studenti che aveva di fronte in aula[1]. Nel suo significato più autentico e più ricco di implicazioni, lo studio – avrei scoperto dopo – può essere ben altro. È la massima espressione di quella carità intellettuale di cui, ieri come oggi, vi è urgente bisogno.

In quegli anni, nel mio paese, ero solito frequentare un anziano, brillante ed indimenticabile esponente del cattolicesimo democratico, Gilberto De Nitto[2], il quale mi suggerì la lettura di Coscienza universitaria di Giovan Battista Montini. Quel libro ha cambiato la mia vita. In esso erano delineate le caratteristiche di una spiritualità della ricerca, caratteristica primaria ed irrinunciabile di ogni autentico percorso di studio. Era esattamente quella dimensione che mancava alla proposta che mi veniva fatta dall’Università di uno studio che ritenevo “arido” per il fatto di essere esclusivamente orientato al risultato (gli esami da conseguire).

Scoprii presto che la FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) era la casa comune di altri giovani che condividevano i miei stessi sentimenti. Fu così che conobbi Patrizia Pastore ed Antonio d’Alessandro, incaricati regionali della FUCI per la Puglia. Di quell’incontro ho ricordi indelebili. Di Patrizia, il sorriso coinvolgente; di Antonio, l’acutezza dello sguardo. Insieme a loro, ho compiuto una parte fondamentale della mia vita in università. Ho incontrato altri amici, rimasti sempre nel cuore. Ho conosciuto luoghi, come Camaldoli, l’eremo in provincia di Arezzo, carichi di storia, di significato e di presenza umane, Emilio Contardi in primis, vere stelle polari delle nostre esistenze.

Mi sono soffermato su questi ricordi personali perché essi sono lo sfondo sottostante le domande rivolte ad Antonio d’Alessandro, oggi affermato docente all’Università Sapienza, ingegnere elettronico di successo, coordinatore di numerosi progetti di ricerca in tutto il mondo.

Incontrando i miei studenti, confrontandomi con loro, mi chiedo spesso che cosa ne sia di quegli autori per noi così significativi. Per questo, il dialogo con Antonio è accompagnato dalla speranza che i più giovani possano accostarsi al significato eterno di quei Maestri, citati in queste pagine, che così profondamente hanno segnato la nostra generazione.

  1. Negli anni della vita universitaria, sei stato tra i dirigenti della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). Che cosa ricordi di quegli anni? Quanto è stata importante quell’esperienza per la tua professione?

I ricordi di quel periodo sono ormai impressi in modo indelebile nella mia memoria e lo saranno fin quando le mie facoltà mentali mi accompagneranno. Le persone, i luoghi, gli incontri, lo stupore nei confronti di nuove esperienze amicali e intellettuali, i dibattiti, le discussioni, le letture, i viaggi.

La mia vita professionale è intrisa dell’esperienza fucina in quanto mi ha aiutato a scoprire la passione per la ricerca, a capire la necessità di offrire il proprio contributo sempre in modo originale attraverso l’approfondimento serio delle questioni con senso critico. Mi ha insegnato il rispetto verso il proprio superiore senza esserne succube, sapendo spiegare le proprie convinzioni attraverso il dialogo. Mi ha insegnato il sentirsi parte di una comunità, la necessità delle regole della convivenza civile anche in un Dipartimento universitario, saper formare e tenere un gruppo. Credo che l’esperienza fucina mi abbia anche insegnato che in genere e soprattutto in Università bisogna guardarsi dall’avere un “maestro unico” (il professore della tesi o tutore di dottorato o il cosiddetto ordinario di riferimento) ma che invece esistono diversi bravi maestri. Ho capito che bisogna guardare alle persone per quello che sono e possono insegnarti al di là di superficiali pregiudizi.

La FUCI mi ha aiutato a sviluppare capacità organizzative e di coordinamento che tutt’ora oggi fanno parte della mia esperienza di docente impegnato anche nell’organizzare congressi scientifici. L’organizzazione del 49° congresso FUCI a Bari nel 1989 con Patrizia, ora mia moglie, allora incaricata regionale con me, è stata un’esperienza straordinaria di lavoro di gruppo con tanti amici fucini pugliesi.

Uno dei miei incarichi oggi è quello di Presidente della Società Italiana Cristalli Liquidi, una comunità di scienziati fisici, chimici e ingegneri il cui lavoro di guida e coordinamento attinge senza dubbio all’esperienza fucina di Presidente di gruppo e di incaricato regionale.

  1. Nel confronto con la cultura umanistica, la cultura scientifica viene solitamente considerata come la più in grado di essere al passo con i tempi. Da scienziato, da studioso impegnato nella concreta prassi accademica, puoi confermare questa visione?

La pubblicità di un noto marchio di prodotti informatici, recita “…..la medicina, la legge, gli affari, l’ingegneria – questi sono scopi nobili e necessari per sostenere la vita. Ma poesia, bellezza, romanticismo, amore – queste sono cose per le quali noi restiamo in vita”. In pratica il cellulare, il computer, la conoscenza scientifica in genere ci aiutano a vivere meglio, ma la letteratura, la filosofia, la cultura umanistica, aggiungerei la consapevolezza della vita spirituale (sia per credenti che per non credenti) in genere, ci insegnano a comprendere meglio noi stessi, ad amare e farci sentire vivi. Ci aiutano ad alimentare la nostra sete di sapere e la tensione nel cercare risposte al perché delle cose materiali e non. Come scienziato nego in modo assolutamente deciso che la cultura scientifica sia quella più in grado di essere al passo con i tempi rispetto alla cultura umanistica. La tecnologia offre nuovi spazi per riorganizzare la propria vita, ma la cultura umanistica è quella che ci offre gli strumenti per prendere coscienza dei nuovi tempi e per rinnovare la nostra educazione civile in grado di gestire con maturità il cambiamento determinato anche dal progresso tecnologico. La cultura scientifica e quella umanistica sono le gambe con cui l’uomo può proseguire il suo cammino nella storia. È illusorio pensare di poter fare a meno di una delle due e ciascuna alimenta l’altra vicendevolmente.

  1. Nella lingua tedesca, con il termine «beruf» si individua significativamente sia la professione sia la vocazione. Con il tuo lavoro, senti di aver realizzato la tua vocazione?

La scoperta continua del nuovo e l’esplorazione dell’ignoto ma allo stesso tempo la trasmissione delle proprie conoscenze ai più giovani in particolare sono gli aspetti principali del mio lavoro tanto impegnativi quanto affascinanti. Lascio ai miei valutatori quanto sia in grado di rispondere ai requisiti necessari, ma la passione certamente mi aiuta a cercare sempre l’entusiasmo a continuare su questa strada. Se rispondere alla mia vocazione consiste: nel continuare a provare quell’indescrivibile ebrezza di fronte ad un nuovo esperimento riuscito in laboratorio; nel ritenere indispensabile presentare i risultati della propria attività di ricerca attraverso il confronto leale e rigoroso con la comunità scientifica in una relazione ad un convegno o mediante la sottomissione di un articolo su rivista; nel provare rispetto verso gli studenti cercando di non improvvisare mai la lezione, ma cercando sempre di prepararla sforzandosi di migliorarne l’esposizione per trasmettere i concetti e le informazioni (anche se si tratta della stessa lezione che insegno da anni); amare quello stile di vita essenziale, semplice poco modano ma intriso di rapporti autenticamente sinceri e di stima con i tuoi colleghi/maestri/collaboratori/studenti che favorisce l’attività intellettuale. Allora penso di avere realizzato la mia vocazione e per questo mi sento un privilegiato.

  1. Puoi indicarci quali sono i progetti su cui sei attualmente impegnato?

 La mia attività di ricerca degli ultimi 10 anni ha riguardato lo studio teorico e sperimentale di dispositivi che elaborano segnali di luce in genere confinati nelle fibre ottiche per il trasporto dell’informazione. L’aspetto peculiare è l’impiego di materiali “esotici” come i cristalli liquidi, meglio noti per i loro impiego negli schermi piatti per TV, computer cellulari e altro. I cristalli liquidi sono una delle tante meraviglie della natura nella loro cosiddetta mesofase tra la fase liquida e la fase cristallina (guardate un po’ qui link). Sono materiali estremamente interessanti per le loro proprietà fisiche e chimiche. Come ingegnere, nei progetti nazionali ed europei cui sono stato e sono tutt’ora impegnato, cerco con i miei collaboratori di creare delle “macchine” microscopiche che sfruttano le proprietà ottiche di questo materiali per elaborare segnali di luce che viaggiano nelle fibre ottiche. Hanno il pregio tra l’altro di lavorare a bassa energia e di non dissipare calore rispetto ai corrispondenti componenti elettronici. Recentemente stiamo cercando di creare dei microcanali di cristallo liquido in cui i segnali di luce viaggiano negli stessi chip in cui possono scorrere fluidi biologici per individuarne, attraverso l’interazione luce-materia biologica, le proprietà per il riconoscimento di DNA o marker tumorali in quelle applicazioni note come lab on chip per le diagnosi precoci.

Il progetto didattico poi che mi piace menzionare è il corso di laurea magistrale di Ingegneria delle nanotecnologie insieme a diversi colleghi ingegneri (meccanici, chimici, elettronici come me) chimici e fisici. È forse il primo corso di laurea magistrale in Italia orientato a formare ingegneri in grado di progettare materiali, componenti e sistemi le cui proprietà dipendono fortemente dalle caratteristiche chimiche, fisiche e strutturali alla nanoscala (mi permetto di ricordare che “nano” è il prefisso per indicare la miliardesima parte di una unità misura).

  1. Continuando anche a lavorare all’estero ed essendo impegnato in molti progetti di ricerca, pensi che il dialogo tra saperi sia una necessità?

Dalla precedente risposta si può, credo, evincere che sia la mia attività scientifica che la mia attività didattica sono interdisciplinari intrinsecamente. Della ricerca ho già accennato e ormai tutti i progetti di ricerca più innovativi sono multi/interdisciplinari. Ormai il nuovo nasce solo dal dialogo tra le discipline. In particolare nella didattica sono impegnato con il mio corso di Optoelettronica in cui a partire dalle proprietà ottiche dei materiali cristallini semiconduttori e dalla possibilità di trasmettere informazione attraverso segnali di luce, si insegna come si progettano e realizzano microcomponenti che generano segnali di luce (laser e led), componenti che convertono luce in segnali elettrici (fotorivelatori), mezzi che trasportano (come le fibre di ottiche in vetro) segnali ottici o componenti che li elaborano. Questo insegnamento è interdisciplinare in quanto spazia dalla fisica della materia, alla fisica quantistica, all’elettronica, elettromagnetismo e ottica.

I progetti di ricerca più innovativi, come detto prima, sono multidisciplinari, ma accade sempre più frequentemente ormai che la multidisciplinarità coinvolge discipline anche profondamente molto diverse tra loro. Oltre al già citato esempio delle nanotecnologie penso al settore dell’ingegneria biomedica in cui si spazia dalla progettazione di un complesso ospedaliero con la sua rete di impianti, alla interazione tra campi elettromagnetici e materia vivente per la diagnostica come per il sistema della TAC (tomografia assiale computerizzata) o la chirurgia con l’impiego di fasci laser nelle sale operatorie. Per passare a totalmente altro basti pensare alla linguistica computazionale fondata sull’interazione tra informatica e studio della lingua e del linguaggio. La lista è molto lunga. Il problema è quello dell’interdisciplinarità dove queste discipline/competenze profondamente diverse nella metodologia, nelle tecniche e nel linguaggio devono parlarsi attraverso i ricercatori coinvolti ma qui si apre evidentemente un’altra serie di questioni.

  1. Quali sono gli aspetti positivi che hai avuto modo di vedere durante le tue ricerche negli Stati Uniti che si potrebbero adottare nell’Università italiana?

Premessa volta a modificare un po’ la domanda per cui chiedo scusa all’intervistatore: l’università come tanti altri settori della società vanno ormai pensati in contesti territoriali, politici e sociali più ampi di quello nazionale secondo me (forse perché siamo in clima di elezioni europee). Il livello nazionale ha ormai poco senso per molteplici aspetti. In sostanza il confronto va fatto tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea che spero diventi presto Stati Uniti d’Europa. Solo così il confronto è ben posto e rivaluta le stesse eccellenze che nonostante il disastroso contesto nazionale esistono nel nostro Paese.

La storia, la tradizione e i sistemi di USA e UE, sono molto diversi. Difficile pensare di trasportare un sistema nell’altro secondo me. Mi limito a segnalare tre aspetti che ritengo positivi sia dell’uno che dell’altro sistema.

Pregi degli Stati Uniti: circolazione fluida delle eccellenze e travaso delle scuole, penso al fatto che se prendi il PhD al MIT potrai far carriera accademica solo altrove; capacità di investimento rapida e massiccia con sano coinvolgimento di privati; sistema che incoraggia la formazioni di spin-off a partire dalla ricerca scientifica. Pregi dell’UE: grande capacità di networking in modo regolato e sistematico (le reti scientifiche europee finanziate in tutti i programmi quadro e il programma Erasmus sono forme istituzionali di scambio di capitale umano che gli USA ci invidiano); maggiore accessibilità economica agli studi con intervento del Welfare nell’istruzione universitaria mediamente in modo più diffuso che negli USA (seppur ancora variegato nell’UE); sedi universitarie con tradizioni quasi millenarie immerse in un contesto urbano più a misura d’uomo. In Europa gli studenti sono più integrati nel contesto cittadino e non confinati in un college. Su questo sarebbe interessante un confronto sul valore formativo di questo aspetto per la maturazione di una migliore coscienza civica nello studente.

  1. In che modo nella tua esperienza professionale hai avuto modo di sperimentare la spiritualità della ricerca?

La spiritualità della ricerca è piuttosto una tensione interiore di cui è in parte plasmata la quotidianità del lavoro Non adagiarsi mai sui risultati acquisiti, non fermarsi mai allo status quo, il cercare l’oltre, il non sentirsi mai compiuto nella propria professione, ma provare sempre la sensazione dell’essere in cammino sulla strada che ti porta a crescere e maturare sempre. Di questo cammino è sempre parte il dialogo, il confronto, il comprendere le ragioni dell’altro, anche se alcune volte ammetto è molto difficile, ma si sa i conflitti fanno parte del gioco. È un cammino che si compie ogni giorno con pazienza, accontentandosi talvolta anche di piccoli progressi. Questo vale non solo nel lavoro meramente scientifico ma anche nella vita relazionale che è parte integrante della vita accademica. Alla luce della lettura consigliatami da Patrizia de “La vita intellettuale” di Antonin-Dalmace Sertillanges, filosofo e teologo domenicano, che la Fondazione FUCI ha fatto ristampare di recente attraverso la casa editrice Studium, mi sto confrontando piuttosto con i molteplici aspetti dello stile di vita che favorisce l’attività intellettuale. Consiglio vivamente la lettura del testo che seppur datato ha molteplici spunti di riflessione interessanti e ancor’oggi attuali su cui confrontare il proprio stile di vita di studiosi.

  1. Tra le tante possibili, c’è un’idea di cambiamento in cui ti riconosci maggiormente?

Non ho gli strumenti culturali adeguati per formulare un’idea precisa, tuttavia provo a rispondere, assimilando il concetto di cambiamento a quello di rinnovamento. Credo che il cambiamento, in senso lato, come la spiritualità della ricerca, debba essere una tensione del nostro essere. Tensione che ci porta a cercare sempre di determinare il cambiamento e soprattutto a costruirlo ogni giorno attraverso le nostre azioni e le nostre scelte. Magari poi il cambiamento arriva in modo dirompente, ma se ci hai lavorato allora lo cogli e lo vivi, ma solo se hai saputo vivere il suo avvento in modo vigile e costruttivo contribuendo a determinarlo nel quotidiano. Il cambiamento può essere il traguardo di un percorso che hai seguito meticolosamente con pazienza. Come quando un maratoneta completa il suo percorso di 42,195 km. con il ritmo del suo (e non quello di un altro) passo regolare dopo essersi preparato nei mesi precedenti, arrivando sicuro e sereno al traguardo senza traumi laceranti (corro 70-80 km a settimana e ho corso finora 6 maratone, quindi penso di sapere di cosa parlo, almeno di questo!). Penso che una realtà senza alcuna forma di cambiamento, anche solo sotto forma di tensione, sia morta o destinata a morire presto. Cercare, costruire, determinare il cambiamento attraverso gesti e azioni nel quotidiano, apparentemente semplici e ordinarie ma purché di senso. Chiedendosi sempre il perché delle proprie scelte e delle proprie azioni, senza dare mai nulla per scontato. Tendere, insomma, da un lato al cambiamento come meta finale di un percorso, ma al contempo essere pronti a riconoscerlo e governare se dovesse giungere inaspettatamente. Anche quando il cambiamento arriva, credo sia importante essere pronti per un nuovo cammino con la stessa tensione verso il nuovo, convinti che “The best is yet to come” come recitano le parole della splendida canzone di Carolyn Leigh.

  1. Quanto il cambiamento è importante per la tua professione?

Il cambiamento nell’ottica del rinnovamento è così importante che senza di esso verrebbe meno il senso stesso dell’essere un ricercatore/scienziato e pure insegnante. Il cambiamento è l’essenza principale del mio lavoro. Attenzione! Non va certo inteso come cambiare rotta ogni giorno, ma va inteso, come detto nella precedente risposta, come quel cambiamento che si costruisce attraverso il percorso che porterà al nuovo fuggendo il vecchio ormai obsoleto. Questo vale anche per la didattica, aggiornando ogni anno almeno alcuni degli argomenti del proprio corso o sostituire alcuni argomenti con dei nuovi. Trovare sempre nuovi stimoli: cambiare per rinnovare e rinnovare per cambiare. Forse questo fa parte del cercare e sforzarsi di essere creativi ed efficacemente produttivi nel proprio lavoro, nei limiti dei propri talenti per quanto grandi o piccoli che siano. Forse tante realtà muoiono perché manca creatività fantasia, capacità e voglia di rinnovamento. Il rinnovamento come essenza stessa del cercare di restare vivi, di sopravvivere di fronte ai lacci della mediocrità, della pigrizia intellettuale con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno, per proseguire nel nostro cammino di crescita sia professionale sia umano e per offrire il nostro contributo non solo scientifico ma pure di senso alla società.

[1] Proprio da quel sentimento nacque La vita che si cerca. Lettera ad uno studente sulla felicità dello studio (Effatà editrice 2005), un racconto in forma epistolare, dedicato alle molteplici dimensioni che possono essere assunte dallo studio.

[2] Gilberto De Nitto (1924 – 1997). Esponente di spicco del cattolicesimo democratico nel Salento, antifascista, amico personale di Giuseppe Lazzati, molto vicino ad Aldo Moro, Giuseppe Dossetti, Emilio Colombo. Uomo mite, instancabile animatore culturale e testimone dell’umiltà evangelica.

Antonio d’Alessandro. Dottore di Ricerca in Ingegneria Elettronica presso il Politecnico di Bari, è professore associato presso l’Università Sapienza dove insegna Optoelettronica e Fotonica. Per oltre due anni dal 1992 al 1994 ha svolto la sua attività di ricercatore presso i laboratori della ex-Bellcore (oggi Telcordia) nel New Jersey (USA), come postdoctoral Member of Technical Staff, fornendo significativi contributi scientifici sullo sviluppo di filtri/switch acusto ottici e modulatori elettroottici integrati in guide diffuse in niobato di litio, per sistemi di comunicazioni WDM. Dal 1994 svolge la sua attività didattica e scientifica presso il Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” ove è responsabile del Laboratorio di Optoelettronica. Coordina numerosi progetti di ricerca internazionali

Editoriale “YM. Cambiamento”

In Uncategorized on 12 June 2014 at 4:19 PM

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“Cercare di cambiare le abitudini delle persone e il loro modo di pensare è come scrivere nella neve durante una tormenta. Ogni 20 minuti dovete ricominciare tutto da capo. Solo con una ripetizione costante riuscirete a creare il cambiamento”

Donald L. Dewar

 

 

L’immagine di copertina di questo volume di YM, accuratamente selezionata da Roberta Pizzi, ci aiuta, insieme alla frase di Donald L. Dewar, a cogliere in modo appropriato il senso del cambiamento sul quale ci siamo soffermati. Il cambiamento non nasce ex abrupto. La matrice del cambiamento consiste in un rapporto dinamico tra due dimensioni: la prima costituisce una sorta di nucleo stabile intorno a cui ruotano dimensioni variabili il cui ondeggiare è possibile proprio in virtù del raccordo con ciò che rimane all’apparenza immobile. Il cambiamento viene a lungo preparato, dunque, in una continua ed ininterrotta osmosi con il mondo circostante. Inoltre, quando il cambiamento è avviato, non è detto che sia definitivo. Senza un centro, quel cambiamento rischia di disperdere il suo potenziale di novità. Ci siamo interrogati su questa dinamica. Alcuni di noi riflettono sul senso e sul significato del cambiamento, aiutati da esperti della psicologia, della letteratura, degli studi sulle lingue; altri hanno messo a tema ambiti (l’urbanistica, gli studi di genere, l’interdisciplinarità) le cui dinamiche attuali possono essere interpretate con efficacia proprio alla luce della categoria del cambiamento. Ne viene fuori un quadro composito, che presenta alcune costanti di grande interesse. Per questo motivo, vorrei ribadire come ancora una volta mi sembra valido il richiamo alla convergenza tra più approcci disciplinari, specificità della proposta editoriale di YM. 

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Alcuni scritti presentati in questo volume si segnalano per il modo in cui sanno introdurre il lettore all’interno di questioni di per sé articolate e complesse e che, proprio in ragione di tale fisionomia, risultano terreno di colture di polemiche senza fine. Da questo punto di vista, Maurizia Pierri è esemplare nel fornire lucidamente elementi utili per orientarsi negli studi di genere, facendo chiarezza, con impressionante acume scientifico, sugli aspetti ideologici talvolta sottesi alle questioni affrontate. Segnalo, infine, quattro giovani autori che scrivono per la prima volta per YM: Sara Pierri, Matteo Zaterini, Roberto Greco e Riccardo Dell’Atti. Ciascuno da una prospettiva differente, hanno colto un aspetto importante del tema del cambiamento. Infine, un ringraziamento particolare a Erri De Luca per aver voluto accettare il nostro invito a rispondere ad alcune domande sul tema della scrittura.

 Ringrazio tutti per il lavoro svolto. Il dialogo continua sul nostro blog: http://www.yodmagazine.com

 

Giovanni Scarafile 

direttore@yodmagazine.com

 

Twittering Meditations

In Uncategorized on 12 June 2014 at 2:14 PM

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Our relationship to a work of art always transcends the limits of the aesthetic medium that conveys it; that relationship resists all efforts at interpretation and, when a work of art impacts on us successfully, our relationship with the work achieves the intensity with which we live our other affective experiences

Ultimately, the truth we experience in all beautiful things is the expression of the excellence of our own selfhood; it is the process through which we come to know ourselves better and it enlarges us to a sense of generosity in which no human concern is left foreign to our concerns.

“Homo sum, humani nihil a me alienum puto,” wrote Terrence in a play called Heauton Timorumenos (The Self-Tormentor). It means no human concern should be foreign to a man; we should be able to empathize with all human states of mind. Much later Sabatier de Castres (1770) argued that this is the key principle of tragic action, the state of mind to which tragedy raises us. However, given that human life is ultimately governed by unconquerable forces, and that we view our destinies through a glass darkly, isn’t life as we live it the greatest of all tragedies?

Il faut donc montrer, dans la tragédie, un homme qui represent en soi vivement l’humanité, ses passions, ses emportements, ses faiblesses et ses malheurs, et le presenter du côté qui peut faire naïtre la pitié et la terreur.[1]

No set of commandments or moral obligations can alleviate man’s existential suffering. It is only through art, through the imitation of life and the forces that compel us to action, that man can achieve moral enlightenment and autonomy.

Through art, we learn that the only enduring change in our existence is not the one that creates an illusion of progress but the one that makes us complete — i.e., in the contemplation of the whole.

“The moral life of man forms part of the subject-matter of the artist, but the morality of art consists in the perfect use of an imperfect medium.”[2]So wrote Oscar Wilde in the preface to The Picture of Dorian Gray. But reflect on it and you will see that the morality of art and the morality of life are one and the same!

“Du sollst der werden, der du bist,—”[3]This is our only moral imperative! Yet I have heard complaints that neither Nietzsche nor Pindar told us how to become such as we are. To these people I answer: love prevented them from prescribing mankind another set of commandments.

From man is a political animal to the imperative that every man should become an activist in a cause he does not yet completely understand but must endorse. — This is the consequence of a culture whose morality has drowned in a sea of commandments.

From being-in-the-world-with-others to electing the other as the governor of your intentions. — This is the consequence of a culture intoxicated by commandments.

Forgetfulness of the individual and of the radiance of the world, artifice and the everlasting minority of man, — these are the consequences of a culture whose artistic genius has been crippled by commandments.

One must look at life with eyes of wonder, committed to nothing but to existence itself to learn that the highest morality is that which unites thought and feeling and emancipates us from the useful.

“Homo sum, humani nihil a me alienum puto,” wrote Voltaire in a letter of condolence to J. Bernoulli “je me crois né pour sentir comme pour penser.”[4] It is time for us to reclaim this maxim and make it our own.

References:

Wilde, Oscar. “The Picture of Dorian Gray.” Penguin Popular Classics, 1994.

Nietzsche, Friedrich. Die fröhliche Wissenschaft. In: Projekt Gutemberg-DE: http://gutenberg.spiegel.de/buch/3245/6

Sebatier de Castres, Antoine. Action de la tragédie, in: Dictionnaire de Litérature, I, Paris 1770.

Juliana de Albuquerque Katz

@the_stardust

juliana.albuquerque@yodmagazine.com

[1] Sebatier de Castres, Antoine.  Action de la tragédie, in: Dictionnaire de Litérature, I, Paris 1770, p. 23.

[2] Wilde, Oscar. The Picture of Dorian Gray, p.5.

[3] Nietzsche, Friedrich. Die fröhliche Wissenschaft, #270.

[4] Voltaire, François-Marie. Correspondance, édition Th. Besterman, II (janvier 1739-décembre 1748), Paris 1977, 187-188.

Juliana de Albuquerque Katz is a philosophy student at Tel Aviv University. She specializes in German Classic Philosophy and its contemporary developments. Particularly fond of literature and cinema, the author finds a source of inspiration in the works of Hölderlin, Charles Bukowski, Michelangelo Antonioni and Ingmar Bergman. Scribbler, photographer and academic, Juliana’s latest intellectual experiments can be read on Yod and accessed on Twitter (@the_stardust).

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Le differenze delle eclissi

In Uncategorized on 2 June 2014 at 3:32 PM

According to the common opinion, the male and the female are the founding model of the couple, family, and society. Today, however, this model is no longer the only one, and is questioned by other sexual paradigms that represent, in another form, the concept of “human nature”. By “human nature,” I refer to all natural combinations; that is to say, to  all the changes and differences living in female and male. Let me clarify the horizon of my reflection that fits into a frame that keeps the difference of male and female as the main models; adding to them, at the same time, the vastness of a planet, the LGBTQI, which requires an intelligent comparison without prejudice to affirm the equal dignity and equality of all human beings, without any kind of racial, religious and sexual discrimination.

I merely point out that a notable number of the world’s population is born with features that do not belong to the traditional sexual binarism, female and male. The cause, as many scholars argue, should be traced to a genetic code and/or endocrine profile and/or primary and secondary sex characteristics that do not fit into the binary definition. This planet is also named as intersex but unlike the other planets, LGBTQI, perhaps best known of the intersex realm, is still hidden and poses enormous social, cultural and political questions.

According to Veronesi the problem is that the trend that is emerging will continue to grow in the future, as new forms of sexuality spread. In his view, from the biological and genetic point of view, the “indeterminate sex” would be an accentuation of bisexuality. The question, then, we ask ourselves is: If in the dominant culture only two genders exist in nature, what happens to the  others, particularly those transsexual or intersex? Must they remain invisible forever? The horizon that opens asks disturbing questions not only for law, ethics, and politics, but also religions. This reflection comes from the desire to give visibility to a minority of subjects still forgotten, with the aim to build the foundation for a society that can catholically defend the rights of all human beings.

Il noto dizionario Treccani definisce il termine eclissi/eclisse in questi termini: «Temporanea invisibilità di un astro per interposizione di un altro. Eclisse solare, quando la Luna nasconde il sole. Eclisse lunare, quando la Terra si interpone fra Luna e Sole con oscuramento della Luna». In un caso o nell’altro ciò che in questo fenomeno si verifica è il nascondimento, l’oscuramento di un astro, o per effetto di un altro astro, o per il movimento di un pianeta. Nei termini informatici, invece, è l’avvertimento che il mio computer segnala con MOSTRA ICONE NASCOSTE quando, per esempio, nasconde temporaneamente dai programmi ufficiali quelli che apro con minore frequenza. Mi servo della metafora dell’eclissi (o del mio pc) e della differenza fenomenica che in queste situazioni si verifica, per mostrare quello che, a mio avviso, è un evento sociale ancora nascosto all’interno della riflessione religiosa cristiana e, in particolare, di quella cattolica. Entrando  maggiormente “in media res”, ovvero al centro della questione, intendo riferirmi ad alcune tematiche particolarmente delicate per il magistero teologico e, in generale, per la società civile: come, per esempio, la diffusione delle coppie di fatto, i matrimoni misti, le famiglie monoparentali, la riformulazione della stessa famiglia in seguito ai fenomeni migratori, e ancora gli uteri in affitto, le coppie non sposate, single o omosessuali. Alcuni mesi fa, ha sollevato aspre critiche il provvedimento del Tribunale dei minori di Bologna di dare in affidamento temporaneo una bimba di tre anni ad una coppia di omosessuali. A partire dalle unioni fra persone dello stesso sesso, nello specifico, intendo riferirmi qui ad alcune forme di sessualità minori e/o eclissate.

Secondo l’opinione comune, il maschile e il femminile rappresentano il modello fondante della coppia, quello indicativo, regolativo, normativo della famiglia, e anche della società. Oggi però questo modello non è più l’unico ed è messo in discussione da altri paradigmi sessuali che rappresentano, in altra forma, il concetto di “natura umana”. E per natura, come tenterò di dire più avanti con l’aiuto della biologia, della filosofia, e delle altre scienze, sono implicate politicamente tutte le naturali combinazioni (non dunque “contro la natura”) ovvero tutte le mutazioni e le  differenze, e sottolineo le differenze che “in atto” (per ricordare qui anche Aristotele) non sono più e solo il femminile e il maschile. Come già segnalava in Nonostante Platone, la pensatrice in movimento Adriana Cavarero, filosofa sempre disposta a farsi contaminare da altri linguaggi, «quando si parla di una delle caratteristiche del pensiero italiano della ‘differenza sessuale’ mi riferisco all’aderenza — sempre cercata, se non sempre realizzata — della teoria con le pratiche politiche» (Ronchetti-Cavarero 2011: 139). Ora non intendo qui porre provocazioni o alimentare equivoci, piuttosto è mia intenzione chiarire, in primo luogo, l’orizzonte della  mia riflessione che si inserisce in una cornice che mantiene sì la differenza dei due astri principali (il maschile  e il femminile come modelli esemplari), ma ad essi, aggiunge la vastità di un pianeta, quello LGBTQI, che benché si interponga, come la Terra,  in questo binario di Sole e Luna, non è ancora ben conosciuto. Un acronimo, LGBTQI che appartiene ad un lessico e a delle narrazioni che ad alcuni potrebbero risultare irritanti. Come segnala Cavarero riferendosi alle narrazioni: «La lingua dell’esistente assume la condizione carnale del “questo e non altro” in tutta la sua percepibile concretezza. A partire, con la nascita, dalla “nuda realtà della nostra apparenza fisica originaria” ciascuno di noi e chi appare agli altri nella sua unicità e distinzione» (Cavarero 1997: 32). Un acronimo planetario che esige un confronto serrato, intelligente e senza pregiudizi neppure della Chiesa che non smette mai di affermare la pari dignità di tutti i figli di Dio, l’uguaglianza di tutti gli uomini, senza discriminazione alcuna di natura razziale, religiosa e sessuale. In secondo luogo,  vorrei dialogare con voi, a partire da questa ampia e differente Weltanschaung (da questa visione del mondo dove nessuno deve rimanere nascosto e neppure eclissato), al fine di evidenziare i punti di criticità, le difficoltà di uno stare al/nel mondo, dove ancora molte soggettività attraversano quotidianamente la sofferenza di sentirsi ed essere considerate “secondo natura” soggettività differenti. E non mi riferisco qui solo a un diffuso bullismo omofobico, bensì anche a uno transfobico, molto più pericoloso. Dal 2008, anno del primo report, a oggi sono stati 1.374 gli omicidi censiti in più di 60 nazioni. È il Brasile a detenere il triste primato (539 assassinii), seguito dal Messico (144) e dalla Colombia (76). Per quanto riguarda l’Europa, l’Italia con 26 omicidi è il secondo paese, dopo la Turchia (34), per numero di persone trans ammazzate negli ultimi quattro anni! L’Italia  è anche il paese che ha ratificato la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne esprimendo una riserva sull’uso del concetto di “genere” nel testo della Convenzione. L’Italia esclude quindi le donne trans dai soggetti che possono beneficiare degli effetti di questo importante trattato internazionale.

Vorrei ora precisare lo status quaestionis a partire dall’interrogativo: Femmina e Maschio Dio li creò? Mi limito a ricordare che la distinzione più ovvia a livello sociale e culturale è quella tra femmina e maschio. Eppure, un numero degno di nota della popolazione mondiale nasce con caratteristiche che non afferiscono al binarismo sessuale tradizionale, femmina e maschio. La causa, come sostengono molti studiosi, va rintracciata in un codice genetico  e/o endocrino e/o con caratteristiche sessuali primarie e secondarie che non rientrano nella definizione binaria.

La posta in gioco qui è molto alta e non può concludersi con l’affermazione: Femmina e Maschio Dio li creò!!! All’interno di questo orizzonte, faccio qui riferimento a tre voci interessanti. La prima è quella della ricercatrice bolognese Beatrice Busi che rivendica, in Modificazioni. MGF (mutilazioni genitali femminili), il ruolo fondamentale assunto dalle teorie Queer. Il temine Queer Theory venne coniato per la prima volta in Italia dalla professoressa di storia della coscienza presso l’Università della California,  Teresa De Lauretis, dalla quale segue il seguente racconto:

Quando coniai l’espressione “queer Theory” per un convegno sull’omosessualità tenutosi presso la mia sede universitaria nel 1990, il termine “queer” (strano, strambo, bislacco) era da più di un secolo usato in senso dispregiativo per designare una persona omosessuale, ma era già stato ripreso e riscattato dal movimento di liberazione gay e veniva usato con orgoglio da uomini e donne dichiaratamente o apertamente omosessuali. Nel definire il tema dell’incontro che stavo organizzando con quelle parole invece di, per esempio, “sessualità lesbica e gay”, volevo aprire una vertenza e mettere in discussione, per prima cosa, l’idea che l’omosessualità maschile e quella femminile fossero, indipendentemente dal genere, una medesima forma di sessualità e, in secondo luogo, che questa fosse identificabile solo per contrasto con l’eterosessualità (che però gli studi femministi avevano abbondantemente dimostrato distinta in maschile e femminile) (Bernini 2013: 192).

Scrive Busi: “Proprio a partire dall’esperienza gay, lesbica, trans e intersessuale, le teorie Queer hanno radicalmente contestato la violenza del riduzionismo insito nei binarismi, valorizzando invece le dislocazioni prodotte dai processi di soggettivazione personale e politica”.

La seconda è, invece, quella della sociologa toscana Michela Balocchi, autrice di Intersex. Dall’ermafroditismo ai “Disturbi dello sviluppo sessuale”. Balocchi qui analizza la dimensione dei corpi sessuati e mette in discussione le stesse definizioni di femminile e di maschile, il genere, le identità di genere, gli orientamenti sessuati.

La terza è quella dello studioso milanese Lorenzo Bernini, professore di Filosofia Politica presso l’ateneo scaligero.Nel suo saggio Maschio e femmina Dio li creò? Il sabotaggio transmodernista del binarismo sessuale, l’autore espone le critiche mosse da M. Mieli, M. Foucault e J. Butler alla logica binaria che  caratterizza la rappresentazione moderna della sessualità. E dichiara : «Seguendo strategie argomentative differenti, questi autori hanno mostrato che la concezione moderna dell’identità sessuale è un’architettura inospitale: attraverso le loro riflessioni sulle minoranze sessuali, mi interrogherò sulla possibilità di far saltare in aria anch’essa» (Bernini 2010: 10).

Il pianeta, per restare all’interno della metafora utilizzata dell’eclisse,  viene nominato anche come INTERSEX ma a differenza degli altri pianeti, LGBTQI, forse più noti, quello INTERSEX, è ancora sotterrato e pone problematiche  sociali, culturali e politiche enormi. Come ricorda la biologa americana Fausto-Sterling su 1000 nati 17 presentano una qualche caratteristica di intersessualità; nella stessa direzione conducono le ricerche di Preves che assicura una incidenza del 2% e di Dreger che rileva una percentuale di un terzo ogni 2000 nati (Balocchi 2012: 76-84).

Anche l’oncologo Veronesi in un’intervista pubblicata sulle pagine di Repubblica, il 2 settembre 2013, osserva che, anche in Italia, l’incidenza di soggetti nati con anatomia atipica è in aumento. Vale la pena di riprendere questa sua conclusione: “La Scienza ha dimostrato che esiste un legame profondo fra stile di vita e pensiero, assetto ormonale e sessualità. Sappiamo che il cervello elabora dei bisogni per la sopravvivenza e, attraverso l’ipotalamo, all’interno del cervello, li  comunica all’ipofisi, che è la regista del sistema ormonale perché, a sua volta, stimola tutte le ghiandole endocrine, comprese le gonadi, cioè gli organi riproduttivi. Nella donna le ovaie; nell’uomo i testicoli. E cosa accade? Accade che i testicoli  producano gli spermatozoi e gli ormoni maschili, principalmente testosterone, che inducono aggressività, mentre l’ovaio produce gli ovociti e gli ormoni femminili, estrogeni e progesterone, che inducono invece all’amorevolezza. Per questo motivo il cambiamento dei ruoli familiari e sociali dei due generi nel tempo ha prodotto una modificazione nella stessa biologia umana. Più un uomo si avvicina a ruoli che non richiedono particolare mascolinità, come avveniva nell’antichità, tipo cacciare,  uccidere, combattere altri uomini, faticare per procurarsi il cibo, meno la sua ipofisi riceverà stimoli dall’ipotalamo e, giorno dopo giorno, i testicoli rallenteranno la loro funzionalità. Lo stesso discorso vale per la donna, costretta invece a  sviluppare aggressività per imporsi socialmente, fare carriera, comandare persone,  assumersi responsabilità; per cui l’ovaio tende a ridurre la produzione di estrogeni, su istruzione dell’ipotalamo. Il risultato è che le differenze di genere si attenuano e si attenua di conseguenza l’attrazione reciproca, che in natura avviene sempre fra poli opposti”. Potrebbe sembrare che Veronesi critichi l’emancipazione femminile dicendo che PER COLPA della caduta degli stereotipi di genere nascono più bambini intersex, in realtà secondo Veronesi il problema è che il trend che sta emergendo continuerà a crescere nel futuro sviluppando nuove forme di sessualità sempre più ampie. Ma non è l’unica evidenza. Perché, a suo avviso, da un punto di vista biologico e genetico, il “sesso incerto” è un’accentuazione della bisessualità.

“Tutti siamo – conclude l’oncologo –  potenzialmente bisessuali: i maschi  hanno le mammelle e la loro prostata è una specie di utero, mentre le donne hanno la clitoride che è una sorta di pene. Negli individui di sesso incerto, o intersex, c’è una discrepanza fra il genere scritto nei cromosomi, XX per la femmina e XY per il maschio, e gli organi genitali. In circa il 50% dei casi questa doppia identità sessuale alla nascita è dovuta al difetto genetico di un enzima che produce un eccesso di testosterone nel feto. Se il futuro bimbo è femmina, avviene una mascolinizzazione dei genitali: la clitoride è lunga come un pene e la vagina è quasi inesistente”.

Anche la biologa-filosofa Fausto-Sterling precisa che, a suo avviso, esistono in natura almeno cinque sessi, quello maschile, un altro femminile, quello dell’ermafrodita e gli ultimi due, quello del pseudo ermafrodita maschio e quello del pseudo ermafrodita femmina (Cf. Fausto-Sterling1993).

La domanda che, dunque, ci poniamo è la seguente: se nella cultura dominante esistono per natura solo due generi, gli altri e, in particolare quelli inter o transex che si interpongono come nell’eclissi, che fine fanno? Resteranno invisibili per sempre? Lo scenario sessuato che si apre pone interrogativi inquietanti non soltanto per il diritto, per l’etica, per la politica, per tutte le scienze,  ma anche per le religioni, e non solo monoteiste.

Per il momento il protocollo medico ha risposto ai casi di ambiguità sessuale o di terzo sesso o di intersex o di transex, con la medicalizzazione, ovvero attraverso interventi chirurgici e farmacologici con lo scopo di normalizzare i genitali. Ma se invece del frustrante intervento si favorisse una fase di transizione del genere del neonato?

La Ley de Identidad de Género in Spagna permette dal 2007 di cambiare il nome e il sesso sulla carta di identità e sul passaporto, a tutti coloro che possiedono la nazionalità spagnola, senza l’obbligo di un intervento chirurgico ai genitali e senza sentenze giudiziarie. Anche la Germania, il primo paese in Europa a varare una legge entrata in vigore il 1 novembre 2013,  rende facoltativa nell’atto di nascita la precisazione sessuale, ove fosse indeterminata o ambigua. Fino ad ora, solo l’Australia, aveva introdotto una normativa del genere. Una rivoluzione giuridica destinata a diffondersi, e a riconoscere come espressione dei diritti della personalità la distinzione fra il sesso «percepito e vissuto». Per un altro verso, anche l’Argentina ha lavorato nella cornice dei diritti del “terzo genere”, approvando il 24 maggio 2012, per la prima volta nel mondo la Ley de identidad de género n. 26743, una delle leggi più avanzate al mondo in quanto a libertà e a diritti per il collettivo LGBTQI: obiettivo principale è stato quello di considerare, non patologica, la transessualità. Il riferimento alla legge è consultabile sulle pagine del sito ufficiale del governo argentino: http://www.boletinoficial.gov.ar/Inicio/Index.castle.

A seguire nel 2012, anche la Spagna, ma solo i Paesi Baschi e la Navarra approvarono delle leggi per tutelare i soggetti  transessuali. A tal proposito rimando all’interessante dossier apparso su El Paίs del 3 novmbre 2013 di Reyes Rincón, Familias en transición de género.

Concludendo, questa riflessione è nata dal desiderio di dare una voce a questa minoranza di eclissati e dalla volontà di pensare a voce alta al fine di costruire una società più includente e interprete universale dei diritti dell’essere umano, attenta alle molte diversità spesso invisibili.

“Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo!”, esortava Papa Wojtyla. “Chi sono io per giudicare i gay? ha replicato oggi Papa Francesco. Che insieme al documento preparatorio della III Assemblea generale straordinaria del sinodo dei vescovi sul tema: Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, ha aggiunto audacemente anche un’inedita iniziativa rivolta ai fedeli di tutto il mondo, promuovendo  un sondaggio di 38 domande in cui ha chiesto alla comunità cristiana un giudizio anche sulle coppie di fatto, etero e gay. Tutto ciò fa  ben sperare  e con l’apertura anche dei bronzei portoni vaticani, rimasti per molto tempo serrati, sembra rinnovarsi oggi un impegno pastorale e politico molto delicato: tutti siamo interpellati a costruire (nessuno dovrà sentirsi pertanto eclissato) quella realtà universalmente incarnata e sessuata che è l’amore.

Paola Coppi

Riferimenti bibliografici

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Balocchi, M. 2012. Intersex. Dall’ermafroditismo ai “disturbi dello sviluppo sessuale”. ZAPRUDER, pp. 76-84.

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De Lauretis, T.  1999. Soggetti Eccentrici. Milano: Feltrinelli.

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Preciado, B. 2002. Manifesto contra-sessuale, Milano: Il dito e la luna.

Spivak, Gayatri C. 2002. Subaltern studies. Modernità e (post) colonialismo. Verona: Ombre Corte.

Paola Coppi. Laureata in Filosofia con Roberto Finelli presso l’Università di Bari, ha conseguito il dottorato di ricerca in Etica e Antropologia con Mario Signore presso l’Università del Salento. Specializzata in Scienze della Cultura presso la Scuola di Alti studi del San Carlo di Modena, ha conseguito a Verona  il Magistero in scienze religiose. Ha effettuato periodi di studio in Germania e Spagna. Ha pubblicato diversi contributi scientifici su riviste filosofiche internazionali. Attualmente sta per completare un secondo dottorato in Filosofia politica su María Zambrano sotto la direzione di Adriana Cavarero. Collabora con l’Università di Verona ed è componente del Centro di ricerca scaligero Politesse (Politiche e teorie della sessualità) il cui responsabile è Lorenzo Bernini.